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CARLO GINZBURG lettore di Proust, di Mariolina Bertini

 

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Carlo Ginzburg lettore di Proust

di Mariolina Bertini

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Il 19 marzo 2013, in un  intervento di grande fascino al Collège de France, all’interno del seminario proustiano di Antoine Compagnon, Carlo Ginzburg ha parlato della presenza di Proust nella sua vita e nel suo lavoro.

Presenza anteriore al 1959, anno in cui legge, ventenne, la Recherche;  il nome di Proust gli è infatti familiare sin dall’infanzia, quando sua madre Natalia comincia a Pizzoli la traduzione di Swann e gli parla del protagonista bambino che aspetta che la mamma salga a dargli il bacio della buona notte. Dietro la traduzione si profila anche l’ombra paterna, perché è stato Leone Ginzburg a decidere che la neonata casa editrice Einaudi inserisca nel proprio catalogo quel romanziere difficile, discusso e  guardato – in quanto ebreo e omosessuale-  con gran sospetto dalle autorità fasciste, e non soltanto da loro.

La lettura che Carlo intraprende nel 1959 è dunque una lettura che ha un’aura affettiva molto forte;  avviene in francese, ma in qualche modo all’ombra, alla presenza della traduzione intrapresa da Natalia (quella traduzione che  sarà decisiva per la genesi di Lessico famigliare, come intuì, quando Lessico famigliare ancora non esisteva, Giacomo Debenedetti):

… L’esistenza della traduzione di mia madre (che ho letto molto più tardi) ha fatto che il francese si sia configurato per me , subito, dal punto di vista affettivo, come una specie di lingua materna  (…) Quella lingua straniera e a suo modo materna mi fece entrare nel mondo misterioso, pieno di sorprese mirabolanti, della Recherche. …

Nell’ambiente in cui Carlo Ginzburg è cresciuto, l’interpretazione di Proust prevalente era sicuramente quella di Debenedetti, incentrata sul “tono” specifico di Proust, sulla contrapposizione tra Proust e D’Annunzio, sul genio introspettivo del romanziere. Ma sotto la spinta di una diversa filière critica, la lettura ginzburghiana si orienta in altra direzione: quella indicata da Spitzer, preceduto da Curtius e Auerbach. È una direzione che prolunga il pensiero stesso del Proust teorico già enunciato precocemente nella sua prefazione alla Bible d’Amiens di Ruskin: i “tratti singolari” di un autore si ripetono in “circostanze diverse” e permettono di coglierne l’individualità. Spiegava Spitzer, nel suo saggio del 1927:

… Il metodo con il quale Curtius giunge a scoprire lo “spirito “ di Proust nella sua lingua, l’ha insegnato Proust stesso, ed è il medesimo che io vado proponendo da anni. Il critico comincia a leggere, ed è dapprima sorpreso da quello stile così singolare, fino a quando non trova una “frase quasi trasparente”, che gli fa presentire il carattere dello scrittore: proseguendo la lettura incontra una seconda e una terza frase dello stesso genere, e finisce così per intuire la “legge” che permette di comprendere “lo spirito formale di un autore”… (Leo Spitzer, Sullo stile di Proust, in Id. Marcel Proust e altri saggi di letteratura francese moderna, a cura di Pietro Citati, Einaudi, Torino, 1971, 1° ed. 1959, p. 232)

È proprio questa “conoscenza dell’individuale” che si colloca al centro della gnoseologia proustiana; gnoseologia che non a caso Spitzer assimila alla grafologia, alla fisiognomica, e agli strumenti della psicologia moderna.
La locuzione più banale può custodire i più profondi segreti dell’anima. Proust è un grafologo e un fisionomista  della lingua individuale, e va alla “ricerca “ dello spirito della lingua quotidiana, ormai in essa disperso, frantumato, “perduto”. Allo stesso modo in cui la moderna psicologia costruisce degli apparecchi per scoprire la menzogna, Proust confronta tono e discorso, e si serve del primo per svelare  la “bugia” del secondo. (Sullo stile di Proust, cit., p.278)

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Questa metafora di Spitzer è destinata ad avere per Carlo Ginzburg un ruolo decisivo. Ogni lettore di Spie, che Ginzburg pubblicherà nel 1979, sa infatti che grafologia, fisiognomica e psicologia moderna, paragonate da Spitzer al metodo critico di Proust, sono accomunate dal fatto di fondarsi sul paradigma indiziario; di cercare la verità nei dettagli apparentemente secondari, con un metodo congetturale che non raggiunge le certezze del metodo matematico, ma che meglio di ogni metodo quantitativo può render conto del qualitativo  e dell’individuale.

Nella preistoria di Spie – sicuramente uno dei testi più influenti  del pensiero del Novecento – ci sono dunque Spitzer e Proust, anche se i loro nomi non sono mai citati. Di Proust  è citata l’opera nel penultimo paragrafo, in una frase che apre senza esplorarle prospettive seducenti:

… Si può dimostrare agevolmente  che il più grande romanzo del nostro tempo – La Recherche – è costruito secondo un rigoroso paradigma indiziario. …

Sono costretta, per mettere ben in luce la portata di questo suggerimento ginzburghiano, a fare a questo punto una deviazione di carattere autobiografico. Nel 1979, quando lessi Spie appena uscito, mi occupavo di Proust da una decina d’anni. Su Proust mi ero laureata nel 1971; gli anni successivi, grazie ad alcune committenze editoriali, erano stati per me anni d’immersione totale nella critica proustiana, che cominciava proprio allora ad esplorare sistematicamente la genesi della Recherche e a scrutare da vicino  la tecnica proustiana del racconto con gli strumenti della narratologia. Sulla genesi, sulle anacronie, sull’onomastica, sui rapporti tra metonimia e metafora si moltiplicavano allora i contributi stimolanti, che spazzavano via i residui di un proustismo  “ingenuo e sentimentale” grondante nostalgia per i paradisi infantili e  compunto rispetto per l’Eternità dell’Arte.

Mancava però – eccettuato un breve saggio di Francesco Orlando, e a meno di non risalire proprio a Curtius, Spitzer e Auerbach – una critica sensibile alla specifica visione proustiana della conoscenza.

Era considerato un ouvrage de reférence  il saggio giovanile di Deleuze su Proust e i segni, risalente al 1963 per la prima parte e poi sostanzialment ampliato dieci anni dopo. In effetti proponeva una lettura rivoluzionaria, affermando che non la ricerca del passato, ma quella della verità attraverso  la decifrazione dei segni era l’obiettivo del romanzo di Proust.  Un’affermazione inconfutabile; eppure, nell’accezione deleuziana, per me allora profondamente insoddisfacente.

Perché quella decifrazione dei segni  che Proust aveva mutuato da Balzac, e Balzac a sua volta da Lavater e da Cuvier,  nella ricostruzione di Deleuze era totalmente avulsa dalla Storia;  le sue origini prossime, legate al romanzo dell’Ottocento, alla fisiognomica, alla semeiotica medica, alle indagini poliziesche erano pudicamente occultate come qualcosa di  sconveniente,  e sostituite da una ben più nobile genealogia che rimontava a Platone e a Nietzsche.

Nemmeno in Spie  trovava posto Balzac, che pure con il suo tentativo di estensione della fisiognomica all’abbigliamento e all’arredamento aveva fondato sul paradigma indiziario la sua lettura della vita sociale (anzi, della patologia  della vita sociale).  Ma la sua assenza era dovuta alla scelta di Ginzburg di privilegiare alcuni itinerari non scontati che illuminavano altre zone e altre dinamiche della storia della cultura.  E la sontuosa ricostruzione che dagli indovini della Mesopotamia e dai medici dell’antica Grecia arrivava alla novellistica popolare, a Sherlock Holmes, a Bertillon, allo storico dell’arte Morelli, a Freud, permetteva al lettore di  sperare che l’inserimento della Commedia umana in quel contesto così congeniale fosse soltanto rimandato per ragioni di spazio dall’autore a un’occasione successiva. Dall’immobile, quintessenziale  empireo deleuziano la decifrazione dei segni  era scesa sulla terra,  ed esplorarne le molteplici  diramazioni era soltanto  questione di tempo.

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Per un effetto di lettura che potrebbe fornire materia di riflessione ai seguaci dell’estetica della ricezione, chiuso Spie io ebbi la netta impressione non soltanto di aver letto un saggio su Proust, ma di aver letto un saggio su Proust che modificava tutto quel che sapevo su di lui. Una sorta di rivoluzione copernicana racchiusa in tre righe aveva messo il paradigma indiziario al centro della gnoseologia di Proust, e tutta la mia interpretazione del suo pensiero andava riorganizzata di conseguenza.

Evocati dall’argomentazione di Spie come dalla bacchetta di un mago, emersero dal romanzo proustiano, per prima cosa, alcuni brani riconducibili senza ombra di dubbio al paradigma indiziario. Ad esempio la pagina dei Guermantes nella quale è evocata la capacità di Françoise di comprendere i padroni:

… A forza di vivere con me e con i miei, il timore e la prudenza, l’attenzione e l’astuzia avevano finito col darle, di noi, quella specie di conoscenza istintiva e quasi divinatoria che il marinaio ha del mare, del cacciatore la selvaggina, e della malattia, se non il medico, perlomeno spesso il malato. … (RTP, II, 654;  Trad. Raboni, II, 437)

Lo humour nero del malato Proust nega la padronanza del paradigma indiziario al medico per conferirla piuttosto al suo paziente. E anche del sapere venatorio ci dà una versione rovesciata rispetto a Spie, come in quell’illustrazione dello Struwwelpeter in cui  è un leprotto con il fucile ad  inseguire il cacciatore.

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Ma la forma di conoscenza cui Françoise si affida è inequivocabilmente quella di cui Ginzburg ricostruisce in Spie le radici: popolare e non scientifica, apparentata ad antiche forme di divinazione e al tempo stesso a quel  “sapere dei sintomi” che fonda la semeiotica medica. In un altro passo, la dimestichezza di Françoise con il linguaggio dei segni si fa più attiva che passiva. Per render noto ai padroni il proprio scontento, la vecchia domestica sa coprirsi il volto a volontà di “piccoli segni cuneiformi” (RTP, II, 317) dai quali  trasparirà, decifrabile, il suo malumore: difficile per il lettore di Spie non ricordare a questo proposito l’importante pagina (pag. 68 della prima edizione) nella quale  trovano posto le “caratteristiche pittografiche della scrittura cuneiforme” che, “come la divinazione, designava cose attraverso cose” .
Françoise incarna bene il versante popolare del sapere indiziario che, espulso dai piani alti della scienza moderna matematizzata, trova rifugio tra artigiani, cacciatori, marinai e contadini. È però soltanto appropriandosi di questo sapere “basso”, congetturale, compromesso con il mondo della materia, che il narratore potrà imparare a decifrare il mondo e se stesso, alla ricerca della verità:

… Nella mia esistenza avevo percorso un cammino inverso a  quello delle popolazioni che si servono della scrittura fonetica solo dopo aver considerato i caratteri come una pura successione di simboli: io che per tanti anni avevo cercato la vita e il pensiero reali delle persone soltanto nell’enunciato diretto ch’esse me ne fornivano, ero arrivato invece per colpa loro, ad attribuire importanza unicamente alle testimonianze che non sono un’espressione razionale e analitica della verità; le parole stesse mi informavano solo a condizione d’essere interpretate alla stregua di un afflusso di sangue al viso d’una persona subitamente turbata o, ancora, alla stregua d’un silenzio improvviso. … (RTP, III, p.596; Raboni, III, 76).

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Nel 1981, in un piccolo libro intitolato Redenzione e metafora, ho cercato di esporre ordinatamente le conclusioni a cui mi aveva guidato la lettura di Spie: la centralità del paradigma indiziario nella Recherche, la sua interazione con l’illuminazione analogica, gli esiti di tale interazione.  E ho continuato a portarmi dietro, negli anni, la certezza che le tre righe dedicate da Spie  alla Ricerca contribuissero alla comprensione di Proust in modo infinitamente più significativo della maggior parte delle monografie accademiche che ingombrano gli scaffali sovraccarichi della mia biblioteca.
Nella prima edizione di Spie quelle tre righe erano accompagnate da una nota : “Ritornerò ampiamente su questo punto nella versione definitiva del presente lavoro”. E’ facile immaginare con quanta impazienza io attendessi quell’ edizione definitiva, che arrivò dopo sette anni, nella raccolta Miti emblemi e spie del 1986. Ma di quell’ampio ritorno sulla Recherche non c’era traccia – né in quell’edizione né nelle sue molte ristampe – e la nota era sempre al suo posto, carica di promesse rimandate sine die.

Eppure la rinuncia  a precisare i fondamenti indiziari della Recherche non signficava affatto, per Carlo Ginzburg, una rinuncia ad approfondire la gnoseologia proustiana. Lo dimostrò nel 1997 il saggio liminare di Occhiacci di legno: Straniamento. Preistoria di un procedimento letterario.  Come Spie aveva inserito la Recherche nella lunga ed accidentata storia del paradigma indiziario, che partiva dai cacciatori della preistoria per arrivare a Freud e a Morelli, anche Straniamento seguiva una lunga filière: quella degli scrittori che da Marc’Aurelio a Montaigne, da Voltaire a Tolstoi, si sono serviti (sul modello dell’indovinello popolare) dello sguardo estraniato del contadino, del selvaggio, dell’animale per criticare le convenzioni sociali.

A prima vista, Proust potrebbe sembrare estraneo a questa prospettiva.  Eppure che cos’altro è, se non un procedimento straniante, lo sguardo del pittore Elstir che sovverte la nostra visione convenzionale delle cose per  vedere la terra in termini marini e il mare in termini terrestri?  Questa visione “metaforica” di Elstir diventa, nella Recherche, lo strumento per eccellenza per arrivare a quel reale che i nostri pregiudizi e le nostre abitudini instancabilmente ci nascondono. È, a sua volta, metafora: metafora della ricerca della verità che non può mai cogliere direttamente il proprio obiettivo,  seguendo la via maestra della  ragione generalizzante, ma deve imboccare i sentieri  del particolare,  e mettere a frutto tutto ciò che sembra sbarrarle la strada, dalla multiforme  irriducibilità dell’individuo all’ambiguità dei segni che emergono dagli strati oscuri e lontani dell’inconscio.

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Quanto abbia contato per Carlo Ginzburg, per l’affinamento del suo arsenale di storico,  la lunga immersione nella gnoseologia proustiana, è stato Ginzburg stesso a esplicitarlo, nel saggio che citavo all’inizio di questo intervento e che è stato parzialmente pubblicato dalla rivista “L’Indice” nel giugno del 2013.  Rievocando il fertile dialogo con l’amico Francesco Orlando, Ginzburg vi ricostruisce il ruolo del “modello conoscitivo” proustiano all’origine del concetto stesso di “microstoria”, e il valore , anche etico e politico, della ricerca proustiana della verità in contrapposizione alle derive neo-scettiche e relativiste di certa recente storiografia.  A questo suo riconoscimento di un debito, io non posso che contrapporne un altro; quello del debito della critica proustiana nei confronti dei suoi interventi sulla Recherche e sul metodo critico di Proust.

Nessuno più di Carlo Ginzburg ha  contribuito a sostituire alle  versioni semplicistiche in corso della gnoseologia proustiana, una visione problematica, sfumata e infinitamente complessa. La teoria proustiana della conoscenza non è per Ginzburg  orientata verso l’indifferenza del  relativismo,  ma nemmeno verso la dogmatica apologia delle certezze intuitive. È invece una visione attenta alle infinite  declinazioni dell’individuale e alle zone d’ombra, di opacità e di dubbio disseminate, nel tempo, lungo il suo stesso percorso. È un lascito del Novecento che non ha perso attualità e conserva nel nuovo secolo un valore euristico  per gli storici e, certamente, non soltanto per loro.

proust_6[Questo testo, Carlo Ginzburg lettore di Proust, che FN ha l’onore di pubblicare, è stato letto dall’autrice il 30 ottobre 2014 al convegno “Proust et l’Italie: Cent’anni di Proust, echi e corrispondenze nel ‘900 italiano”, curato da Simona Costa e Ilena Antici per l’Università Roma III. FN ringrazia tanto Mariolina Bertini per la possibilità offertagli]

 

 

Carlo Ginzburg lettore di Proust

di Mariolina Bertini

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