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Poison in Jest, di John Dickson Carr. Primo fantasma.

Primo fantasma

John Dickson Carr, La main de marbre (Poison in jest)

 

 

È stato nel luglio scorso, in una libreria parigina, che dallo scaffale dei gialli nuovi –che tengo sempre d’occhio– mi ha fatto cenno un librino rilegato, di formato piccolo.

La sovraccoperta rappresentava un signore con mantello e cappello rossi, in piedi sui gradini che portavano alla porta di una villa. La villa, la si intravedeva appena, bluastra nell’ombra fonda. Ma la parte superiore della porta era a vetri, e gettava una luce cruda, teatrale, sul visitatore notturno che, mentre si accingeva ad entrare, girava la testa per guardar dietro di sé. Il suo sguardo non poteva non incontrare quello del lettore, come avviene quando l’attore di un film “guarda in macchina”, e pareva invitarlo a penetrare con lui in quella dimora illuminata, verosimilmente ricca di misteri e sorprese.

Sotto la sovraccoperta, la copertina era quella telata, classicissima, della collana “Le Masque”, adorata da Georges Perec bambino e da chissà quanti suoi coetanei. Mi trovavo di fronte alla perfetta, minuziosa riproduzione –completa di pubblicità di alcune stazioni sciistiche sul retro– di un volumetto del 1939: La main de marbre, di John Dickson Carr. Era la traduzione francese di Poison in jest, romanzo datato 1932 e presente nei gialli Mondadori con il titolo Piazza pulita.

Il diverso destino di questo romanzo –tra i primi e i più suggestivi del grande giallista– in Italia e in Francia mi ha molto colpito. La traduzione francese del 1939, fedele e accurata, è firmata da un certo Jean George; quella italiana, brutalmente alleggerita di molti particolari, è invece anonima, ed è stata proposta a più riprese da Mondadori, tra il 1953 e il 2012, per lo più abbinata a copertine prive di qualunque attrattiva.

Riletto nella sua veste parigina, Poison in Jest (Veleno per scherzo) mi ha incantato in modo tutto particolare. Non che la sovraccoperta, con il titolo a grandi lettere maiuscole, dello stesso rosso del mantello e del cappello del personaggio sottostante, abbia un qualche valore artistico; è però come impregnata del gusto, dell’atmosfera degli anni trenta, evocata anche dalla grafica interna del volumetto. Inoltrandomi nell’intreccio, ho avuto l’impressione –accompagnata da una sorta di infantile felicità– di entrare davvero nella storia scivolando alle spalle del signore vestito di rosso, che mi attirava verso il suo tempo lanciandomi, sopra il colletto sollevato del mantello , uno sguardo enigmatico e tentatore.

Verosimilmente, quel signore vestito di rosso è lo scrittore Jeff Marle, il narratore del romanzo. All’inizio della vicenda, è tornato da poco nella natìa Pennsylvania; la villa dove sta entrando appartiene all’anziano giudice Quayle, che dopo aver dominato con la sua autorità il piccolo mondo provinciale in cui ha vissuto, è stato travolto dalla rovina economica e si dice stia perdendo l’antica lucidità. Ma forse non è Quayle, intento a redigere un manoscritto fitto di misteriose rivelazioni, ad essere un po’ folle; forse più folli di lui sono la moglie, malata immaginaria dalle mille paure, o il figlio Tom, che ha lasciato la casa paterna credendosi perseguitato dagli spettri, o la figlia Clarissa, tragica bellezza ormai sul viale del tramonto. Quel che è certo, è che la follia serpeggia nella casa dei Quayle, isolata dalla neve di un rigidissimo inverno.

Nelle stanze, illuminate da tremule fiammelle a gas, incombono presenze opprimenti: accanto ai ritratti di severissimi antenati puritani spicca, sinistro, quello di un’antica governante che ha terrorizzato l’infanzia del giudice. Ancor più inquietante è la statua marmorea di Caligola che domina la vasta biblioteca ricca di angoli bui: in quali circostanze ha perso, molti anni prima, una mano? E perché è proprio a quella mano di marmo che pensano, il giudice e i suoi famigliari, quando qualcuno comincia ad avvelenare le loro bevande e i loro cibi?

Ben più del meccanismo perfetto della trama, quel che seduce il lettore di Poison in jest è l’atmosfera da romanzo gotico che va accentuandosi dall’inizio alla fine, sino a una sorta di discesa agli inferi che ci conduce in una cantina degli orrori degna di Stephen King.

La percepirà, questa atmosfera, il lettore dell’anonima traduzione italiana, reperibile su ebay in diverse ristampe? Certamente sì, anche se si troverà di fronte a un testo impoverito di molti riferimenti culturali, ad esempio del tocco che trasforma i rami neri del giardino in un prezioso disegno giapponese. E anche se non avrà, per varcare la soglia della casa del giudice, la guida del personaggio vestito di rosso sui cui passi, dal 1939 ad oggi, si sono mossi chissà quanti lettori francesi.

John Dickson Carr, La main de marbre (Poison in jest) trad. di Jean George, Librairie des Champs Élysées, Paris 2018

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