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PIETRO DEL VECCHIO, Disaffezione. FIERI DELLE FIERE? / 4

Salone del Libro di Torino

Fieri delle Fiere?

A cosa servono i Saloni e le Fiere del Libro?

una discussione a cura di Donatella Brindisi

Il quarto intervento, dopo quello di Filippo Nicosia, Marco Baliani e Lotto 49, ci è arrivato da Pietro Del Vecchio. Grazie!

in coda al post una nota di FN e una di Donatella Brindisi

Salone del Libro di Torino

 

FdF#4: Pietro Del Vecchio, La disaffezione

Frequento il Salone di Torino ormai da 4 anni, e c’è una domanda che mi ha assillato sin dalla mia prima partecipazione.

Una domanda alla quale fino a ora non avevo trovato risposta e che, finalmente, ha trovato una collocazione coerente all’interno delle mie riflessioni sull’editoria.

Quello che mi sono sempre chiesto è: perché chi frequenta il Salone, dopo aver speso una decina di euro di biglietto d’ingresso, si affolla nei padiglioni di quegli editori, ad esempio Feltrinelli o Mondadori, i cui prodotti sono facilmente reperibili nelle librerie sotto casa – le quali spesso e volentieri sono librerie a marchio proprietario – e addirittura con uno sconto maggiore rispetto a quello che potranno trovare in fiera, laddove hanno oltretutto pagato il biglietto d’ingresso?

Penserete che stia per saltare di palo in frasca, perché la risposta a questo interrogativo l’ho trovata a Lucca, dopo essere stato qualche settimana fa al Lucca Comics&Games.

Sono un appassionato di fumetti, videogames, giochi di ruolo eccetera. Nonostante ciò non ero mai stato al Lucca Comics, perché per me le fiere sono una dolorosa necessità da espositore e mi hanno sempre fatto una gran paura da spettatore: troppa folla, troppi stimoli, poca concentrazione.

Quest’anno, vincendo i miei timori, sono appunto andato per la prima volta a Lucca. Lì, riflessioni fino ad allora separate sul mondo dell’editoria si sono connesse ed ecco, in breve, quanto segue.

Prima osservazione: il pubblico che accede al Lucca Comics&Games è disposto a pagare anche 18 euro di biglietto di ingresso al giorno. Mi sono chiesto perché.

La risposta è che il pubblico di Lucca è un pubblico altamente specializzato. Un pubblico informato che conosce il mercato e lo frequenta con passione. Un pubblico che di questo mercato si fida, perché in esso sa di trovare la risposta ai propri bisogni. Spende 18 euro di biglietto di ingresso, ma ne spende in prodotti molti di più.

Che cosa è questa se non ciò che banalmente possiamo chiamare ‘fiducia’?

Le case editrici di fiction hanno, al contrario, disaffezionato il lettore italiano con prodotti scadenti tanto dal punto di vista della qualità dell’oggetto libro, quanto soprattutto dal punto di vista dei contenuti.

Se nel mondo del fumetto la percentuale di prodotti scadenti è del 20%, nel mondo della fiction la proporzione è esattamente inversa: un 20% di qualità a fronte di un 80% di ciarpame.

Il lettore di fiction si è talmente disaffezionato che non ha voglia di acquistare, paradossalmente, se non i marchi che già conosce (che in alcuni casi sono massimamente responsabili dello scadimento generale).

Il lettore che paga 10 euro per entrare al Salone – e che non ha a disposizione un budget illimitato – sarà spinto inconsciamente ad acquistare i libri di quei marchi che già fanno parte in maniera subliminale del proprio universo cognitivo (perché sono marchi con una lunga storia alle spalle, perché ne frequenta le librerie di proprietà, perché ne conosce gli autori che inondano i media e così via). Una volta spesi 10 euro di biglietto di ingresso, cioè, è molto meno disposto a rischiare.

Il lettore di fumetti si fida del mercato del fumetto – un mercato caratterizzato da una generale qualità –  e acquista con fiducia i suoi prodotti; il lettore di fiction non si fida del mercato di riferimento – un mercato caratterizzato da una generale tara di scadimento – e non acquista con fiducia i suoi prodotti, rivolgendosi quindi, inconsciamente, a quei noti marchi che lo rassicurano ma che sono altamente corresponsabili dello scadimento generale.

Questa situazione testimonia la crisi di sistema, culturale innanzitutto, del mercato librario italiano: se da una parte l’elevato costo di accesso a una fiera è un dato di fatto – un elemento che però abbiamo visto non essere ostativo nel caso dei frequentatori del Lucca Comics&Games – d’altra parte risulta evidente che il problema esiste soprattutto a livello delle politiche editoriali delle case editrici.

Noi editori non possiamo prendercela soltanto con la mancanza di politiche culturali a livello amministrativo e di governo, lamentando genericamente che “gli italiani non leggono”. Dobbiamo renderci innanzitutto conto che ciò è principalmente una nostra responsabilità: se pubblichiamo prodotti scadenti disaffezioniamo i lettori, e i lettori disaffezionati leggeranno sempre meno, sempre meno anche quei prodotti scadenti che solo apparentemente hanno fatto la fortuna di chi li ha lanciati in commercio.

FdF#4: Pietro Del Vecchio, Disaffezione

[ Pietro Del Vecchio è editore ]

Gli interventi precedenti

FdF#0: FN, Fiere e saloni, basta. Grazie di cuore, FN

FdF#1: Filippo Nicosia, I libri: venderli non basta

FdF#2: Marco Baleani, Ecosistema

FdF#3: Lotto 49, La responsabilità degli “editori editori”

Salone del Libro di Torino

(Il Salone del Libro di Torino del 2013 si caratterizzava per l’ampio spazio dato a qualunque cosa. Esigenze di bilancio avevano legittimato la presenza di stand, molto apprezzati, dalle categorie merceologiche le più diverse. Pensa che ti pensa, coi tempi bradipici che lo contraddistinguono, FN pubblicò a fine luglio un pezzo sulla cosa. Il centro del ragionamento era: fiere e saloni sono ancora utili alle case editrici? O ormai non rischiano di essere utili soltanto -e non sempre- nell’immediato riscontro di cassa e basta? Non sarebbe forse necessario un luogo in cui le case editrici possano comunicare quello che fanno, i loro progetti, la loro storia? Chi legge è aiutato o ostacolato, nel suo avvicinarsi alle case editrici e ai libri, da dei luoghi e dei format come le fiere e i saloni?

Naturalmente uscire a metà luglio con un inizio di discussione e sperare di essere letti fu un po’ velleitario. Rispose Filippo Nicosia, prima di partire col viaggio di Pianissimo -risposta concreta a una delle questioni dirimenti: non è che forse le case editrici sono legate a un’idea di lettore che non ha riscontri reali, che è pura immaginazione o desiderio?

Ora, novembre, nei pressi della Fiera della Piccola e Media editoria di Roma, per le cure di Donatella Brindisi, su FN si prova a rilanciare l’argomento)

[F. N.]

Quest’anno, per la prima volta da quando mi occupo di editoria come studiosa e professionista (ovvero da una dozzina di anni) mi è capitato, a causa di imprevisti personali, di non aver partecipato alle ultime edizioni delle due principali fiere del settore (ovvero il Salone del Libro di Torino dello scorso maggio e Più Libri Più Liberi di fine 2012).

A un primo momento di vago disagio (senso di colpa? timore di perdere qualche importante occasione lavorativa? dispiacere di non incontrare i colleghi di sempre per le consuete festicciole e la chiacchiera di rito?), è subentrata un’inconfessabile sensazione di sollievo. Sollievo da cosa? mi chiedevo. Forse dalla stanchezza fisica che solitamente segue questi faticosi tour de force? È stato solo mesi dopo, leggendo per caso l’articolo “Fiere e saloni, basta. Grazie di cuore” di Federico Novaro, che ho avuto una piccola illuminazione personale.

Forse anch’io ero stanca di quella sensazione caotica in cui troppo facilmente il bello e il brutto, l’utile e l’inutile, il prezioso e il dannoso sono accostati confusamente e quasi senza una logica precisa tra gli stand dei cosiddetti saloni del libro. Ho cominciato a riflettere anch’io sulle ragioni e, soprattutto, sulle conseguenze di questa situazione.

Quando, partendo proprio da quell’articolo dello scorso luglio, FN mi ha proposto di provare a creare insieme uno spazio di confronto e discussione sulla funzione e l’utilità delle fiere editoriali italiane, un luogo in cui gli addetti ai lavori potessero discutere liberamente delle diverse esperienze e necessità, magari proponendo idee alternative e suggerendo soluzioni per migliorare l’attuale status quo delle fiere editoriali, ho accettato con entusiasmo. E, almeno per quel che mi riguarda, con il bisogno di spazzare via una serie di luoghi comuni (o forse si tratta di rompere un tabù?): che qualunque libro sia bello, che ogni editore sia buono, che le fiere editoriali facciano sempre bene alla lettura e alle case editrici e, soprattutto, che di questi tempi ci si debba accontentare. Ecco. Noi non ci accontentiamo. E questo spazio è dedicato a coloro che, come noi, credono che nonostante tutto si possa ancora fare qualcosa per migliorare la realtà. O, almeno, provarci.

[Donatella Brindisi]

[la fotografia, logo della serie, è stata scattata al Salone del Libro di Torino il 17 maggio 2013]

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