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per ROBERTO CERATI, di Malcolm Einaudi Humes

consolo

Il sorriso di uno pseudonimo

di Malcolm Einaudi Humes

Scrivere di Roberto Cerati non è facile pure, ora che è spenta l’eco dei necrologi, merita provarci per quanto l’uomo ha avuto di inconsueto e, per molti aspetti, privo di paragoni.
Non sarà facile, intanto, nel parlarne, trovare una misura che resti rispettosa del suo pudore ad esporsi, ma proprio in questo si nasconde la chiave: la ricerca di una giusta misura, ciò a cui, per vari aspetti, Roberto  ha sempre lavorato, ogni giorno della sua vita.

Ho ripensato dopo la sua scomparsa, ai tanti piccoli indizi che mi restano di lui e sempre, la prima cosa che riemerge, mi accorgo sia quel suo eterno, accennato, sorriso: appeso appena agli angoli della bocca, incardinato, in realtà, da qualche parte, in un punto minuscolo dei suoi occhi.
Un sorriso che è stato, molte volte, una maschera inespugnabile, eppure mai, nemmeno per un istante, elemento della finzione cui la maschere sono deputate.

Cerati era sempre lì, sotto agli occhi di tutti, trasparente e insondabile insieme. Riservato sempre, nascosto mai: come ponesse, pur col garbo più determinato che l’animo umano consente, un limite invalicabile a quel che di lui poteva essere esposto. Come barricato in uno sguardo che tuttavia, per quanto imperscrutabile, talvolta quasi beffardo, restava pur sempre uno sguardo benevolo, con chiunque l’avesse incrociato.
Ciò premesso, l’altro decisivo indizio sta dietro a quel nome, “Cerati”, che fu in realtà, e fin da subito, uno pseudonimo. Cioè come a dire un personaggio (quasi letterario), un ruolo, nel romanzo mai scritto della “Giulio  Einaudi, editore”. E non si parla qui in senso metaforico: a me capitò per caso di scoprire il suo vero nome solo nel 2003, alla sua già rispettabile età di 80 anni, quando si presentò dal notaio per l’atto costitutivo di una fondazione.

Fu allora, che nel trascrivere e sillabare un suo documento, sentii nella voce del notaio, risuonare per la prima volta l’eco di un’anagrafe : “Roberto Ceratti”. Con due t !?
Al mio allibito stupore sorrise, algebrico come sempre. E non aggiunse mai altro. Era di nuovo quel fugace sorriso: quello che, me ne accorgo oggi, riusciva misteriosamente a non farti reiterare una questione, a eludere e ammaestrare ogni residua curiosità.

Oggi, domandomi cosa quella elusione potesse significare, o che funzione avesse, trovo una mia risposta, magari fantasiosa, chissà… ma – se non altro – adatta a lui.

Mi sono immaginato quel giorno – immediato dopoguerra – in cui a seguito di un amico, si trovò a passare per una nuova, ancora disadorna, sede della casa editrice Einaudi in Milano. Un appartamento vuoto, in cui ricordava una bambina che girava in triciclo tra le gambe dei presenti… sarebbe stata mia mamma, Elena.

    – ” Cos’ha da fare da fare domani quello lì ?”, chiese l’editore (lo chiese all’amico).
    – ” Niente…”, rispose il Ceratti (sempre all’amico, che si era girato a guardarlo).
   – ” Allora invece che star li a grattarti, perché non vai a distribuire il Politecnico in piazza Duomo?”, disse l’editore, stavolta, per la prima volta, a quello lì.

Sorrise – immagino – e tutto era iniziato così. Senza curricula, titoli di studio, senza un colloquio… senza nemmeno una presentazione!  
Il giorno dopo era in piazza Duomo… E niente di più facile che Giulio Einaudi il nome di “quello lì” manco l’ avesse ancora inteso, se non magari qualche giorno più tardi, probabilmente storpiandolo di una t. Approssimare i nomi era tipico di Giulio Einaudi, cosa di cui molti intellettuali si risentivano, spesso ipotizzando – un loro stesso? – malevolo snobismo; pochi coglievano l’astuzia ludica con cui l’editore eludeva preliminari ammorbanti, mandando in pezzi, insieme al cognome, anche il rituale cicisbeo della “presentazione”.

Ceratti infatti non si offese. E anzi, non essendo privo di finezza, stette al gioco, a modo suo, rilanciando: cioè intuendovi qualcosa di simile a un battesimo, al regalo di un vestito nuovo.

Era l’opportunità di una nuova identità (e nemmeno del tutto alternativa alla precedente, solo appena diminuita, sfasata giusto di una lettera,): il più sofisticato e impercettibile tra i travestimenti, quello che ti assomiglia.  Identità che gli si sarebbe affiancata per i successivi 65 anni della  sua vita, fino a sostituirlo del tutto, in una avventura difficile e meravigliosa, che lo avrebbe portato a essere amico, interlocutore e testimone privilegiato di tanti uomini straordinari: Vittorini, Albe Steiner e Max Huber, Bruno Munari… giusto per cominciare.

Così forse fu quel giorno che nacque “il Cerati” recentemente scomparso: tra i cui necrologi si troverà anche quello di un albergo di Torino, l’hotel Genio, a fianco della stazione, a salutare quel “cliente per 46  anni”. Lì sceso cioè – ormai sotto falso nome – nel 1967, un anno prima che io venissi al mondo.
Beh… non risulta tutto più chiaro visto così? Tutto più ordinato e preciso? Da una parte il Ceratti, uno che passava per caso, senza ancora destino, dall’altra Cerati, futuro direttore commerciale della Einaudi  (anzi, “accordatore commerciale”. Rende meglio l’idea).
Senza confusione tra i due. Senza rinnegare il primo o montarsi la testa ma senza rifiutare di prendere servizio, di interpretare e incarnare ciò a cui era stato chiamato. Lavoro da un lato, Persona dall’altro, a tutela di entrambi.

Vera o falsa che sia l’ipotesi, Cerati fu poi, a tutti gli effetti, il suo mestiere. Cioè far funzionare, in una casa editrice, quel che la raccordava ai suoi lettori e la teneva in vita, cioè il mercato, la distribuzione e tutti quegli uomini che  vi si nascondevano dietro.

Non era suo mestiere smerciare opinioni su Tizio o su Caio, non era suo compito sindacare sulle scelte editoriali. Poteva dire quel che ne pensava, se richiesto, se utile;  ma se i suoi consigli non venivano recepiti la cosa non lo riguardava più. A ciascuno le proprie responsabilità (e non per scansarne, ma per non tralasciare di custodire e approfondire  le proprie, come vedremo).

Qualcosa di più di un tratto caratteriale, credo: quasi uno strutturato modo di essere che Roberto aveva declinato in ogni aspetto della sua vita, e divenuto talmente naturale da poter suscitare sconcerto, ma anche il subitaneo oblio del medesimo. Un modo di organizzarsi: di concentrarsi sulle cose, senza confusioni, narcisismi, appartamenti e salotti; ma anche – forse soprattutto – un modo di conservare per sé un piccolo segreto, una propria identità di origine, a memoria e misura dì sé. Sconosciuto ragazzino, sbucato chissà come delle campagne di Cressa, da qualche parte tra Novara e Borgomanero.

Certo non avrebbe immaginato, in quei lontani anni 40, che passo dopo passo gli sarebbe toccato in sorte di morire da “presidente”: carica sempre accettata non come onorificenza, ma ancora per “servizio”, ovvero suppongo, per tutelare anche quei tanti sconosciuti come lui, che ancora lavoravano e lavorano nelle viscere dell’impresa; magazzinieri, segretarie, autisti, alcuni arrivati giovanissimi, negli anni 70, comparsi anche loro dal nulla, magari in prova da un ufficio di collocamento e oggi accompagnati fin sulla soglia della pensione da questo autorevole e premuroso novantenne.

Quale (e quanto!) sia stato quel lavoro quotidiano – dicevamo – è l’altra cosa che occorrerebbe mettere a fuoco: inventarsi una rete distributiva fatta di centinaia, di relazioni (e di migliaia di chilometri). Luoghi e persone: borghi e città, librerie e librai, cartolibrerie, edicole, circoli, agenti rateali e finanche privati cittadini che i suoi collaboratori raggiungevano a casa con il calepino degli ordini. E i suoi uomini erano dappertutto, Rivera e Gruppi a Torino, Gorni tra Mantova e Reggio Emilia, Attanasio a Palermo… E poi far fronte a ordini, gestire spedizioni e magazzini. Ma anche, forse soprattutto, usare poi questa rete come un sensore, un relè con cui cercare sempre di capire e di spiegare, di intuire bisogni e suggerire indicazioni, sempre tessendo una trama sottile di dialoghi. Cioè sempre affinando quella visione pratica, materialista, su quella “cosa” che è – anche –  la cultura: un’occhio allo smaltimento dei magazzini, uno ad innescare la ristampa, o pianificare la riproposizione (ovvero il cambio di collana), calibrando prezzi e scommettendo tirature, spesso con insondabile precisione.

Ma quindi era anche lavoro leggere, e molto (probabilmente in treno, tra Milano e Torino, trasformando quell’andirivieni in ben altro viaggio, come dentro a un meccanismo sofisticato in cui anche i tempi apparentemente morti tutelano, in realtà, funzioni nascoste). E leggere non tanto per sé… ma per sapere che dire ai clienti sui libri che avrebbe proposto. Cosa suggerire, come motivare la lettura, ovverosia la diffusione di modi di vedere, di narrare, che potessero tornare utili nella vita quotidiana di gente semplice, ma anche intelligente, un po’ come lui.

Un mestiere inventato e sconosciuto (e forse scomparso con lui) in cui non si vende per vendere (e poi sparire), ma si vende per scambiarsi qualcosa (e rimanere), lealmente.
“Uomo del marketing”, oggi avrebbero detto, sbrigativamente: in realtà non oltre un certo punto. Cioè non oltre una scelta di fondo, uno schieramento personale – per fare un esempio – in una certa vicenda letteraria siciliana, che andava da Vittorini a Sciascia, senza ossequiare Tommasi di Lampedusa. Vicenda siciliana che passava poi, vedi caso, tutta per quella sua Einaudi tra Milano e Torino.

Difficile, davvero difficile, pensare che Cerati avesse mai potuto promuovere un “Gattopardo”, libro rispettabilissimo, ma che raccontava in fondo le ciniche vicende di una nobiltà amaramente distaccata dal quotidiano, fieramente incapace di ragionare sulle proprie colpe. Infastidita, in fondo, da quel volgo, da cui preferiva distogliere lo sguardo, rifugiandosi nello  studio degli astri. Più facile pensare che avrebbe piuttosto sponsorizzato una nobiltà diversa, tipo quella del barone di Mandralisca magari, a cui Vincenzo Consolo faceva studiare i molluschi, i più umili tra gli abitanti del mondo naturale. Un barone problematico, quasi involontario, ferito e smarrito testimone delle brutali sconfitte di rivolte popolari e utopie riformatrici.    
E chissà, sarà un altro caso (o forse no..?) ma non è proprio nell’ignoto marinaio di Consolo che troviamo la descrizione più precisa di un certo tipo di sorriso ? Quello che avrà ancora in mente chi abbia conosciuto Cerati:

“Un sorriso ironico e pungente e nello stesso tempo amaro, di uno che molto sa e molto ha visto, sa del presente e intuisce del futuro; di uno che si difende dal dolore della conoscenza e da un moto continuo di pietà. E gli occhi aveva piccoli e puntuti, sotto l’arco nero delle sopracciglia. (…) L’uomo era  vestito da marinaio con la milza di panno in testa, la casacca e i pantaloni a sacco, ma, in guardandolo, colui mostravasi uno strano marinaio: non aveva il sonnolento distacco, né la sorda stranianza dell’uomo vivente sopra il mare, ma la vivace attenzione di uno vissuto sempre sulla terra, in mezzo agli uomini e alle vicende loro. E, avvertivasi in colui, la grande dignità di un signore.”

Un signore che – tra tante altre cose – forse lascia un’inconsueta morale a chi – gramscianamente – cercasse di far bene il proprio lavoro: qui giova ancora, allo scopo, una certa invisibilità, giova ancora starsene sotto falso nome.
Come se, in questa repubblica italiana, ancora e sempre sopraffatta da deliri di rappresentazione e di visibiltà, fondarsi sul lavoro abbia tuttora – in realtà – un che di eversivo, da svolgersi in forme di omeopatica clandestinità.

In fondo è anche un po’ come se, in quel lontano 1945, il ragazzino Ceratti avesse, inavvertitamente, raccolto la fiaccola di un altro ragazzo invisibile: quel Leone Ginzburg, appena scomparso, motore occulto e tenace dell’avventura cui Giulio Einaudi aveva prestato il suo nome.
Ginzburg e Cerati, come l’alfa ed omega di una staffetta secolare, avvenuta così, senza conoscersi, a metà di una strada molto lunga, percorsa con enormi sacrifici ma anche – sempre – con gran gusto e piacere, con attenta umiltà e infinito rispetto verso uno sconosciuto, ipotetico, lettore. Chissà, vien da pensare, che alla fine il nome stesso di Giulio Einaudi, non sia stato in realtà una specie di pseudonimo, uno strumento, una effige sullo scudo, dietro al quale proteggere, nascondere qualcosa: ai mondi salvati dai ragazzini non giova allo scopo un cavaliere inesistente ?

Forse, ora che anche Roberto ha concluso il suo lavoro, verrà da domandarsi: cosa nasconderà, cosa proteggerà, oggi, il nome di Giulio Einaudi?

Post scriptum editoriale:

    I libri di Vincenzo Consolo (ma come anche quelli di Calvino) sono ormai da tempo pubblicati da Mondadori. Ed è ormai diffusa “usanza” editoriale (per non dire malcostume) espuntare e omettere, dai propri copyrights, l’anno e la sede della prima effettiva pubblicazione: fatto che rappresenta – in concreto – l’oggettiva cancellazione di un dato storico (e anche culturale).

    Forse è una omissione comprensibile (giustificabile non è detto…) quando un autore cambia di catalogo, venendo così “reinterpretato” (ad esempio Sciascia con Adelphi). Ma quando poi l’editore torna a essere il medesimo?
Mondadori ha acquisito l’Einaudi (e non da poco tempo, ormai…), ma questo mancato ricongiungimento del catalogo cosa illustra? Si vuole dar forma a un disegno alternativo a quello cui lavorarono Leone Ginzburg, Giulio Einaudi e Roberto Cerati? O è solo effetto collaterale di una sconcertante ignoranza di sé (della Einaudi odierna, più che della Mondadori, verrebbe da dire…) ? Le due cose , in effetti, possono non essere in contraddizione.

In ogni caso, se, al di là dei necrologi, si volesse davvero onorare la memoria del nostro vecchio marinaio, qualcuno avrebbe dei dubbi su cosa avrebbe reso felice (pardon, non esageriamo: soddisfatto) il nostromo Cerati?

Qualcuno avrebbe dei dubbi sul fatto che – almeno oggi che sono marchi nel medesimo gruppo editoriale – riproporre Calvino, o lo stesso Consolo in una edizione Einaudi, sarebbe un gesto non solo umanamente corretto e culturalmente filologico, ma – verosimilmente – anche commercialmente felice !?
Rispettare quel catalogo storico e ripristinarlo, invece che disperderlo (e intanto sovrascriverlo) : certo Roberto, ogni tanto, lo avrà pensato… detto chissà, magari anche no.

Avrà forse valutato che, oggi, non fosse più una strada praticabile o che comunque, siccome non gli veniva chiesto, non stesse a lui proporlo. A ciascuno il suo…

(E allora, almeno per stavolta, caro Roberto, lo dico io).

consolo

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