Non starò a raccontarvi delle storie

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peggy

about, 50, 18.09.2010

Febbraio del 1981, nell’autunno precedente ero andato via dalla casa dei miei e dalla città dove avevo vissuto sino ad allora. Ancora un mese e compirò sedici anni. La mia intolleranza alla vita familiare era stata assecondata dai miei genitori anche per le “brutte compagnie” che frequentavo, sperarono che me ne allontanassi. Ed ebbero ragione, quelle amicizie, per quanto forti, non ressero. Passai dalle scuole pubbliche alle private -per una anno, condizione posta dai miei genitori, e forse ero stanco di essere sempre costantemente contro. Passai armi e sentimenti alla perfida confortevolezza della classe borghese, alla quale non credevo di appartenere. Ma io non mi accorgevo di niente. I miei amici di giù, e mi sarei vergognato a fare conoscere gli uni agli altri, a farmici vedere insieme, ad entrare con gli uni nelle case degli altri, erano più grandi di me, vivevano un po’ in casa dai genitori e un po’ riuniti in un piccolo appartamento di una di loro -al pianterreno, qualche numero più in là, facevano dei deliziosi maritozzi alla panna, che mi regalarono le migliori colazioni. Spiantati e teneri e tragici e allegri, mi fecero sentire che mi volevano molto bene, fui un po’ la loro mascotte. Ci furono episodi di tenerezza, e anche di muta, breve, violenza. Io avevo un motorino, e volavo sempre da loro. Questa foto è stata scattata un pomeriggio, io tornato un sabato a casa, e subito andato a trovarli, coi miei ricci che solo un anno prima non erano comparsi mai. Gli occhiali sono dell’amica più grande, P., considerata, lei minuta e sottile, un po’ la mamma di tutti. In lei e in D., grande invece come una montagna, mi rifugiavo e mi sembrava di trovare, per la prima volta, un po’ di tenerezza. Questa foto mi ha sempre fatto un’impressione contraddittoria. Non sono io, non c’è dubbio, ho sempre pensato fosse Peggy Guggenheim da giovane.

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