Non starò a raccontarvi delle storie

Menu

PEGGY e il meraviglioso chiarore, di Giovanna Zoboli

Notizie da nessun luogo

[Questo titolo è rubato a William Morris che nel 1891 pubblicò il romanzo utopico, News from Nowhere. Mi sono resa conto che negli anni ho accumulato una quantità di ricordi legati soprattutto a luoghi. E questi ricordi si organizzano in delle specie di guide, come i Baedeker di una volta, per quelli che se ne stavano sempre all’estero, come i personaggi dei romanzi di Henry James. Grazie a questi racconti portatili, io che ho un po’ ho sempre l’impressione di essere in un paese straniero, da un po’ di tempo mi sento come in una specie di Grand Tour. Ma queste notizie, ho anche pensato, chissà da dove vengono]

zoboli

Notizie da nessun luogo

di Giovanna Zoboli

1 / Peggy e il meraviglioso chiarore

 

Palazzo Venier dei Leoni, a Venezia, si chiama anche il palazzo non finito. Fu iniziato nel 1748 e non si arrivò nemmeno al pianterreno. Le fondamenta, tuttavia, furono scavate così profondamente che il palazzo a fianco ne riportò danni strutturali irreparabili, che portarono alla sua demolizione. Non si sa perché rimase incompiuto: forse finirono i soldi, forse vi si opposero i Corner che abitavano di fronte e si irritavano all’idea di una magnificenza superiore alla propria.
Anche il perché dei leoni del nome è ignoto. Si dice che nel giardino un tempo abitasse un leone. Più realisticamente pare derivi dalle teste di leone in pietra d’Istria che decorano la facciata al livello dell’acqua. I Corner con la tipica, fiabesca stupidità dei potenti non si resero conto che il vero pericolo stava nello splendore di quel palazzo inesistente, acceso da tutti i doni dell’invisibile. Un palazzo che non c’era, con un giardino di pietre nel centro, e sul canale bocche di leone a lambire le acque basse e alte. Un tipo di visione che ricorda il meraviglioso chiarore che accoglie Bella al suo arrivo nel castello di Bestia, nella fiaba di Madame de Villeneuve. Chi lo capì fu, invece, Peggy Guggenheim. Prendere dimora in una casa di cui praticamente esiste solo quel che non si vede, ed esiste sott’acqua, mentre non esiste tutto quello che dovrebbe vedersi, eccetto una balaustra e un giardino, mi fa pensare al fatto che suo padre scomparve nell’oceano nell’affondamento del Titanic. Una casa aperta, meteorologica, con radici acquatiche.

zoboli

Ogni volta che vado al Museo Guggenheim, penso le stesse cose. La prima è la foto di Peggy Guggenheim giovane, in costume da bagno, che dal parapetto di Palazzo Venier dei Leoni si tuffa nel Canal Grande. Il fatto che non molto tempo fa a Venezia si facesse il bagno, fa pensare a una età dell’oro, un privilegio anche per una miliardaria che forse venne qui proprio per tuffarsi nella via principale della città direttamente dal davanzale della camera da letto, come in un racconto di Marco Polo al Kublai Khan.
Un’altra cosa che penso è che dormire nel letto d’argento di Calder deve essere stato come pescare dalla luna della DreamWorks, o stendersi sul fianco della mezzaluna per vedere nel dormiveglia la famosa mucca che salta, quella della nursery rhyme: Hey diddle diddle / The Cat and the fiddle / The Cow jumped over the moon. / The little Dog laughed / To see such sport/ And the Dish ran away with the Spoon. Una visione in perfetto spirito surrealista, in accordo con uno dei molti quadri appesi alle pareti.
La terza, la penso al momento del biglietto d’ingresso ed è che solo pochi istanti mi separano dalla panchina di marmo del giardino su cui l’artista americana Jenny Holzer ha scritto una preghiera che comincia così: I walk in. I see you. I watch you. I scan you. I wait for you. I tickle you. I tease you. I search you. I breathe you. I talk. Quando poi ci sono davanti e la guardo, penso che vorrei sedermi lì e non muovermi per il resto della giornata. Subito dopo penso alla prima volta che sono entrata in questo giardino. E alla sorpresa quando, da qualche parte, ho letto che qui ci sono le ceneri di Peggy Guggenheim e quelle dei suoi cani. Così per me quella che parla dalla panchina è la voce di un fantasma. Quando saremo fantasmi, ipotizza la panchina, conosceremo le mucche saltatrici, l’amore, il fianco della luna, i davanzali delle finestre, i leoni di pietra e quelli che passeggiano negli orti.

Non è così improbabile che un leone anticamente abbia abitato qui, considerato di che città si parla. I veneziani fecero il diavolo a quattro per entrare in possesso delle reliquie di San Marco e ho sempre pensato che questo sia dipeso dal fatto che volevano con ogni mezzo mettere le mani sul più splendido fra i simboli degli evangelisti. Una città dove a ogni angolo veglia compostamente la più regale delle fiere, è evidentemente destinata al successo. Le fiere, poi, qui si moltiplicano a dismisura per via dell’effetto di riflessione.
Il leone e i cani che hanno abitato il giardino di Palazzo Venier fanno venire in mente i santi di Carpaccio a San Giorgio degli Schiavoni: Sant’Agostino nello studio e San Gerolamo e il leone nel convento. Nel primo c’è un cagnino bianco, razza maltese, di profilo, che fissa Agostino teso all’ascolto della voce di San Gerolamo che gli annuncia la morte. Nell’altro, c’è San Gerolamo di ritorno dall’eremitaggio nel deserto con al seguito un bel leone giovane, accolto da un fuggi fuggi generale di monaci. Detto per inciso, che il protettore di traduttori, bibliotecari, studiosi nonché patrono degli archeologi, abbia fatto di un leone una presenza domestica, dovrebbe far pensare.
Cani e leoni e santi, suggeriscono le tele di Carpaccio, si frequentavano in quelle epoche lontane, dunque non stupisca che in questo giardino si siano dati convegno.
Tutti dovremmo avere la possibilità di essere seppelliti in giardino, come gatti.

zoboli

 

Notizie da nessun luogo

di Giovanna Zoboli

1 / Peggy e il meraviglioso chiarore

zoboli

Notizie da nessun luogo, gli ultimi post.
FN, tutti gli ultimi post