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MARCEL PROUST, Pederastia. Versione di Ezio Sinigaglia

Per Quello Strano Sig. Proust

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FN presenta

Le Matinées del Sig. Proust

(Variazioni d’autore)

a cura di Giuseppe Girimonti Greco e Ezio Sinigaglia

[Le Matinées del Sig. Proust sono un gioco, un gioco che comincia -su proposta di Giuseppe Girimonti Greco- e ancora non sappiamo quando finirà. Ci sarà un testo dato, di Proust, naturalmente, e delle variazioni, dei rifacimenti, delle riscritture. Testi brevi, scherzosi e ipotesi funamboliche o pacate. Ogni volta sarà chiamato un diverso interprete, che scriverà la sua. Noi, affacciati sull’arena, seguiremo il volo dei funamboli sotto la tenda]

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Pederastia. Versione di Ezio Sinigaglia

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Pederastia

 

Se avessi sacchi traboccanti d’ori

e vigore nei lombi e nelle mani,

via da ogni vanità di libri e onori

volerei là, ieri oggi o domani,

 

là nel prato di fragola e smeraldo,

senza spilli di vespe, rose o gelo,

a giacere per sempre con un caldo

fanciullo, Jean, Jacques, Pierre, Firmin, Michel.

 

Ah, vade retro pruderie codarda!

Cantate, uccelli! E voi, meline bionde,

fate ch’io mi stordisca al vostro aroma!

 

Nei soli d’oro, nelle lune come

di perla, cada io in deliquio, sordo

alle campane a morto vereconde!

 

 

[Si j’avais un gros sac d’argent d’or ou de cuivre / Avec un peu de nerf aux reins lèvres ou mains / Laissant ma vanité – cheval, sénat ou livre, / Je m’enfuirais là-bas, hier, ce soir ou demain / Au gazon framboisé –émeraude ou carmin! – / Sans rustiques ennuis, guêpes, rosée ou givre / Je voudrais à jamais coucher, aimer ou vivre / Avec un tiède enfant, Jacques, Pierre ou Firmin. / Arrière le mépris timide des Prud’hommes! / Pigeons, neigez! Chantez, ormeaux ! blondissez, pommes! / Je veux jusqu’à mourir aspirer son parfum! / Sous l’or des soleils roux, sous la nacre des lunes / Je veux… m’évanouir et me croire défunt / Loin du funèbre glas des Vertus importunes!]

 

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Nota del Traduttore

 

Le poesie di Proust sono piccole cose – piccolissime a volte – di un grande. Il traduttore non si può dimenticare del secondo termine di questo ossimoro: se non fossero opera di un grande, non gli capiterebbe mai di tradurle. Il vero rischio è dimenticarsi del primo termine e trattare queste piccole cose come se fossero cose grandi. Da parte mia mi sono accostato alle quattro che ho scelto – A Céleste, Pederastia, Paulus Potter e Senza titolo (a Reynaldo Hahn) – più come un complice o un compagno di giochi che come il discepolo o l’idolatra che sono stato nei miei giovani anni. Il movente ludico è quello prevalente, ed è la freschezza del gioco l’elemento che va conservato. Ciò non toglie che vi siano problemi tecnici da affrontare e infedeltà da consumare, come in ogni traduzione da lingua a lingua e, soprattutto, da verso a verso.

Il testo base del corpus poetico di Proust è: M.P., Poèmes, Paris, Gallimard, presentés et annotés par Claude Francis et Fernand Gontier, Gallimard, Paris, 1982, «Cahiers Marcel Proust», Nouvelle série, 10 (su quest’edizione si fondano le due edizioni italiane: M.P, Poesie, trad. di Franco Fortini, Torino, Einaudi, 1983 [poi 1989] e M.P., Poesie, trad. e cura di Luciana Frezza, Introduzione di Luigi De Nardis, Milano, Feltrinelli, 1993 [poi 2008]); Pédérastie, invece, si legge in: M.P., Scritti giovanili (1887-1895), ed. italiana a cura di Barbara Piqué, Milano, Mondadori, 1992, pp. 105-108 (il testo è accompagnato da una traduzione di A. Beretta Anguissola e corredato da un ricco apparato di note che ne svela tutte le implicazioni più nascoste).

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Pederastia.

Questa prima poesia di Proust, scritta a diciassette anni (era indirizzata all’amico e compagno di scuola Daniel Halévy, e fu ritrovata quasi un secolo più tardi nell’archivio di quest’ultimo, così tardivamente da non figurare nelle edizioni a stampa italiane delle Poesie di Proust), è un sonetto, caso non molto frequente nella sua produzione. La scelta di una forma classica è di fondamentale importanza in un gioco così sofisticato, che proprio dal rispetto delle regole letterarie trae la sua ingenua (e quanto audace!) forza di scardinamento delle regole sociali. Perciò, anche nella traduzione, sonetto deve essere, e sonetto classico di endecasillabi, con tutte le rime – finché si può – a puntino. Ogni eventuale infedeltà discende da questa fedeltà primaria. E le infedeltà sono numerose.

 

Ci si muove nello stretto, cosicché i ribaditi gruppi di tre elementi che dominano la prima parte della composizione (versi 1-8) si riducono spesso a semplici coppie. Per un divertente paradosso (dovuto al differente “orecchio” italiano per i bisillabi francesi, come Jacques e Pierre, percepiti – almeno da me – come monosillabi) i tre fanciulli del verso 8 non sono sufficienti: diventano addirittura cinque, cosa che forse al giovane Proust non sarebbe dispiaciuta.

 

Le scelte più arbitrarie riguardano i versi 5, 6 e 10-11 e pretendono qualche giustificazione:

 

• 5: il gazon framboisé è un prato punteggiato di lamponi, e non di fragole: su questo non c’è dubbio. Ho preferito la fragola perché l’accentazione sdrucciola dà maggiore fluidità al verso e anche perché, come conferma l’esempio del v. 6, ho giudicato a volte accettabile privilegiare, rispetto alla fedeltà semantica, quella evocativa dei suoni. Poiché il carminio, terzo elemento, cade dal verso per le ragioni spiegate sopra, il prato cambia colore, questo occorre ammetterlo: dallo smeraldo e carminio (per la verità, smeraldo o carminio) al fragola e smeraldo, con una componente di rosso decisamente più vivace.

• 6: la rosée è la rugiada, non la rosa, e il givre è la brina, non il gelo. A me servivano due bisillabi “pungenti” (e una rima, o quasi: gelo-Michel). La rosa non è certo meno pungente della rugiada e per di più è evocata con forza dalla parola rosée (del resto l’etimologia è palese, e la rugiada contiene in sé la rosa, o il rosa, non soltanto in francese ma anche in molti dialetti italiani: rosada, rosata, vocaboli che sembrano quasi alludere a una pioggia di rose, o di rosa). Qui come al v. 5 ho dunque scelto di essere fedele al testo di partenza più nei suoni che nei significati.

• 10-11: qui le libertà sono più d’una. Nell’originale, a cantare sono gli alberi (ormeaux) mentre gli uccelli (pigeons) nevicano (il giovane Proust avrà sicuramente immaginato voli di colombe candide come la neve: ma l’espressione Pigeons, neigez! resta piuttosto oscura e, date le abitudini dei piccioni, un po’ allarmante). Nella mia traduzione, per le solite ragioni di spazio, a cantare sono gli uccelli, mentre alberi e nevicate scompaiono. La semplificazione è – credo – accettabile. Più arbitrario è il fatto che il poeta sembri stordirsi, al v. 11, al profumo delle mele anziché a quello del fanciullo: in effetti, un po’ perversamente, ho inteso le “meline” come una parte anatomica del ragazzo, e quindi riassuntive, anzi quasi simbolicamente rappresentative, dei suoi aromi. Una metonimia forse troppo osée, che tuttavia non mi sembra in contrasto con le simbologie allusive scelte da Proust in questi due versi: i pigeons, gli ormeaux (“giovani olmi”) e, appunto, le pommes, che sono – con le pesche – tra i frutti più tradizionalmente evocativi delle grazie tondeggianti della fanciullezza.
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Le Matinées del Sig. Proust

(Variazioni d’autore)

3 di 4: Pederastia. Versione di Ezio Sinigaglia

2 di 4: Senza titolo (a Reynaldo Hahn). Versione di Ezio Sinigaglia

1 di 4: A Céleste. Versione di Ezio Sinigaglia

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