Non starò a raccontarvi delle storie

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Passaggi Einaudi, ostrich laughs!

einaudiCapita che fai una collana
e che poi non sai tanto
che fartene.
Mumble mumble,
c’è qualcuno che dice ci manca
una collana così
guardate che quelli lì ce l’hanno
vende.
Sì e poi sto libro
dice uno alzando la mano
non so tanto dove metterlo
e secondo me vende
-lì tutti alzano gli
occhi
al cielo e pensano fra sè e sè:
ma non possiamo abolirle
‘ste collane?-.
Quindi ecco
io mi immagino un giorno
all’Einaudi han detto
ci manca una collana di saggi
ma saggi non quelli pallosi
saggi quelli che poi se ne può parlare
senza sembrare un accademico
(e lì tutti han
pensato: aaaaah che ppppalle gli accademici).
No saggi fighi seri leggibili che se ne può
parlare a tavola e su D di Repubblica.
Così all’Einaudi aprirono la
collana Passaggi
(e lì tutti ridevano:- ahahah PasSaggi!
poi va beh uno passando disse:
ma Bompiani c’ha una collana che
si chiama così
e tutti risposero: va beh ma è scritto diverso).
Sono saggi che usano adesso,
un po’ narrativi,
di linguaggio non specialistico.
Però all’Einaudi non ne erano tanto convinti
di ‘sta collana, che ebbe così più forme e grafiche.
Mo’ però sembra che abbiano detto va beh, dài,
diamoci una regolata.
Così ora i Passaggi Einaudi
(che alla Bompiani ancor gli girano)
sono in brossura, c’hanno al centro della copertina
una figurina iconica
molto gradevole,
una lettera,
disegnata e istoriata con
qualcosa che rimandi al contenuto;
i titoli sono in questo font bastone un po’ cicciotto
che ora privilegiano
e c’è pure un guizzo all’interno che le alette o risvolti o bandelle che dir si voglia
sono del colore del disegnino in copertina
e portano scritta in verticale verso il margine esterno
la scritta
Passaggi, metà sta sul margine della bandella davanti, metà su quella
dietro.
Una cosa corretta e che spero rimanga per un po’ così
niente di incredibile ma un buon lavoro.
(Sì. Lo so. È poco più che mediocre. Ma quando non s’ha niente da mangiare anche gli scaraffoni diventano babà)
Ma la cosa che qui importa è
sul basso della copertina.
Lì l’ovale dello struzzo è un po’ più alto
e centrato del consueto
e accanto
proprio a prendere lo stesso ingombro orizzontale
c’è un breve testo
che comincia sempre uguale,
ripetendo la lettera del disegnino -che riprende un’iniziale del titolo-
e dicendo ad esempio: “O come Oro.” e poi
proseguendo con una sinteticissima presentazione del contenuto
del libro.
Il posizionamento del marchio lì in quel posto
inconsueto,
il testo che gli corrisponde come dimensione
fa come se quel testo
fosse “detto” dalla casa editrice.
Il marchio, senza nulla fargli,
è un’icona da chat.
Questa è una cosa che ora
è molto ricercata
perché i nuovi lettori amano
sentirsi presi in considerazione
come si parlasse a loro
(omg dove può portare la fragilità narcisista).
È molto difficile farlo per una grande casa editrice
senza che risulti una cosa grottesca.
Qui, con un giochino minuto e sottotono,
l’Einaudi ci riesce.

[il direttore dice che s’era segnato il
nome di chi ha fatto
il progetto grafico e che l’ha perso.
Riprovazione generale]

[giorni dopo: per fortuna Monica Aldi mi ha poi detto
che il progetto grafico è di
Marco Pennisi, grazie.]

Un saluto
dalle librerie.
A presto
FN

 

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