Non starò a raccontarvi delle storie

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PAOLO CANTON, Incapaci a raccontarsi. FIERI DELLE FIERE? / 5

Salone del Libro di Torino

Fieri delle Fiere?

A cosa servono i Saloni e le Fiere del Libro?

una discussione a cura di Donatella Brindisi

Il quinto intervento, dopo quello di Filippo Nicosia, Marco Baliani, Lotto 49 e Pietro Del Vecchio ci è arrivato da Paolo Canton. Grazie!

in coda al post una nota di FN e una di Donatella Brindisi

Salone del Libro di Torino

 

FdF#5: Paolo Canton, Incapaci a raccontarsi

Una volta, tanto tanto tempo fa, così tanto che quasi quasi resto nel vago, ero a Francoforte con Franco Maria Ricci, per il quale allora lavoravo. Erano le ultime ore della fiera e si avvertiva già aria di smobilitazione. Paolo – mi disse – ma ci pensi che domani questo posto sarà tutto pieno di scarpe?

Non mi sono mai domandato se fosse vero. Bastò, e basta, la sola ipotesi per gettarmi nel panico, nello stesso tipo di smarrimento nel quale mi precipita qualsiasi esposizione di elettrodomestici o la corsia dei detersivi alla Coop di viale Umbria.

La merce, soprattutto se indifferenziata o non conosciuta e riconoscibile, mi pone interrogativi ai quali non so dare risposta.

Nei giorni scorsi, a PLPL mi sono domandato come si potrebbe sentire l’assiduo frequentatore di centri commerciali, abituato a riconoscere a prima vista la pasta, lo yogurt e l’acqua minerale e a navigare sicuro fra le offerte speciali e la settimana del bianco, se si trovasse improvvisamente, senza preavviso e preparazione, negli affollati corridoi della kermesse romana.

Me lo sono domandato perché quest’anno gli organizzatori hanno fatto un notevole sforzo di comunicazione e hanno promosso “gemellaggi” con altre realtà capitoline, come il Maxxi e Eataly per rinnovare il pubblico e tentare di allargare la partecipazione, di rinverdire il panorama, di affiancare ai soliti volti noti – quelli che noi espositori riconosciamo da un anno all’altro e che sentiamo amici, familiari, quasi parenti – nuovi segmenti reali o potenziali di mercato.

E sappiamo tutti quanto l’editoria – piccola, media, grande – abbia bisogno di un pubblico nuovo e più vasto che alimenti una crescita che stenta, frenata da abitudini, malcostumi, prassi consolidate ma ormai obsolete, carenze di professionalità a ogni livello, mancanza di idee che si possano davvero dire nuove.

Ebbene, credo che l’occasionale avventore non si sentirebbe diversamente da me dinnanzi alla parata dei televisori di MediaWorld. Con una aggravante: a PLPL non troverebbe le marche note, i loghi rassicuranti, un segnale qualsiasi che lo aiutasse a discernere dalla massa il prodotto “di qualità” (che poi non significa altro che quello adatto a lui): niente allegre famiglie di maiali con la testa a forma di asciugacapelli, niente Litizzetto, Volo, Faletti e allegre combriccole da talk show politicamente corretto.

E ne ho visti, di questi dilettanti allo sbaraglio, con il loro bel sacco Eataly in cotone organico, vagare per i corridoi con l’aria di chi si trova nel posto sbagliato e si domanda come ci sia finito, non diversamente dalle scolaresche che in rapide quanto inconcludenti incursioni, assediano questo o quello stand sdraiandosi sui libri e comportandosi malissimo sotto gli occhi di impassibili insegnanti assordati delle cuffiette dell’iPod.

Mi interrogo, quindi, su come sia possibile che il libro – quindi l’editoria – trovi un modo di raccontarsi a questo pubblico nuovo che con tanto lodevole sforzo si cerca di coinvolgere e interessare, per ora con scarsi risultati, attraverso fiere, festival, mostre-mercato. Mi interrogo su come le fiere possano ripensarsi e ristrutturarsi per smettere di essere contenitori di merce e diventare a loro volta convincenti, coinvolgenti narrazioni che abbiano per oggetto il libro.

Mi pare, anzi, mi sembra di esserne convinto, che l’editoria e il mondo del libro nel suo complesso siano rimasti paradossalmente al tempo delle fiere campionarie, quando l’ostensione della merce, allora novità in se e per se, era sufficiente ad attirare masse entusiaste: ecco il futuro, le magnifiche sorti e progressive, il sole dell’avvenire. E noi, allora alunni delle elementari, ci allineavamo silenziosi e ordinati, a cercare di capire e di appropriarci dei misteri di quel nuovo rito e delle meraviglie che prometteva: il bianco più bianco; un aperitivo da sorbire serafici in mezzo al traffico; denti bianchi e splendenti; e capelli sempre perfettamente acconciati. E non era roba da poco, anche se oggi un po’ ci fa sorridere e un po’ ci inorridisce.

Ho scritto “paradossalmente”, poco sopra, per una duplice ragione: perché il libro è da sempre merce rivoluzionaria; e perché è per se stesso contenitore di narrazioni. Ed è quindi davvero paradossale che chi sta dentro e in mezzo ai libri non li sappia narrare. Ma forse dovrei dire non li sappia più narrare in un modo convincente e adeguato ai tempi, al mutare dei gusti, delle esigenze e delle aspettative delle persone.

Non sto affermando che gli editori, presi singolarmente, non sappiano raccontarsi. Anzi, alcuni eccellono nel farlo e danno della propria casa editrice un’immagine solida, monolitica, riconosciuta e riconoscibile da chiunque. Sono, di solito, quelli a cui arride un successo non effimero. Ma nel momento in cui ai singoli editori si sostituisce l’editoria, le cose si fanno più complicate e questa capacità di raccontare il libro – non il proprio, quello che si pensa, si crea, si produce e si vende, ma il concetto di libro, la sua finzione e la sua utilità coram populo – si perde.

La risposta a questa carenza, a questa incapacità di una narrazione collettiva del proprio fare è perversa, perché tende alla sacralizzazione dell’oggetto e alla santificazione di chi lo fa, editore, autore o illustratore che sia. E si sa che non c’è niente di meglio, per far scappare la gente a gambe levate – e per precipitare nello smarrimento i pochi che restano – che farli assistere ai riti di una religione che non conoscono e non condividono.

Ecco, se penso a una fiera della quale essere fiero – ma dovrei forse dire “più” fiero, giacché di quelle esistenti non è che mi vergogni – penso a un luogo dove il libro non venga esposto all’adorazione dei fedeli, come sacra reliquia, amuleto e panacea, ma venga raccontato. Raccontato collettivamente.

Intorno a questo credo dovremmo ragionare, insieme agli autori, agli illustratori, agli organizzatori di fiere ed eventi, alle associazioni o raggruppamenti di categoria, ma soprattutto fra noi editori. Forse dobbiamo cominciare a domandarci che cosa faccia la differenza fra essere editore ed essere editante. In che cosa consista l’essenza di quello che facciamo per poter capire come costruire una bella storia che ne racconti l’importanza e l’utilità e sia convincente e poetica.

A quel punto, faremo fiere meravigliose. E festival ed eventi e sagre e grigliate al parco e serate danzanti. E riusciremo a convincere qualcuno che un libro è una merce alla quale vale la pena dedicare un po’ di attenzione.

FdF#5: Paolo Canton, Incapaci a raccontarsi

[ Paolo Canton, milanese, ex bocconiano, autore e traduttore di testi per ragazzi e saggi economici, collezionista di libri antichi (in particolar modo erbari), dopo aver trascorso l’infanzia nelle tipografie in cui lavorava il padre, dagli anni Ottanta comincia a occuparsi professionalmente di libri per diverse realtà grafiche ed editoriali sia italiane che straniere. Nel 2004, insieme a Giovanna Zoboli, crea Topipittori, casa editrice di libri illustrati per bambini e ragazzi. Topipittori ha, ed è, anche un blog ]

Gli interventi precedenti

FdF#0: FN, Fiere e saloni, basta. Grazie di cuore, FN

FdF#1: Filippo Nicosia, I libri: venderli non basta

FdF#2: Marco Baleani, Ecosistema

FdF#3: Lotto 49, La responsabilità degli “editori editori”

FdF#4: Pietro Del Vecchio, Disaffezione

FdF#extra, 1: Bibliocartina, Su Lucca Comics

Salone del Libro di Torino

(Il Salone del Libro di Torino del 2013 si caratterizzava per l’ampio spazio dato a qualunque cosa. Esigenze di bilancio avevano legittimato la presenza di stand, molto apprezzati, dalle categorie merceologiche le più diverse. Pensa che ti pensa, coi tempi bradipici che lo contraddistinguono, FN pubblicò a fine luglio un pezzo sulla cosa. Il centro del ragionamento era: fiere e saloni sono ancora utili alle case editrici? O ormai non rischiano di essere utili soltanto -e non sempre- nell’immediato riscontro di cassa e basta? Non sarebbe forse necessario un luogo in cui le case editrici possano comunicare quello che fanno, i loro progetti, la loro storia? Chi legge è aiutato o ostacolato, nel suo avvicinarsi alle case editrici e ai libri, da dei luoghi e dei format come le fiere e i saloni?

Naturalmente uscire a metà luglio con un inizio di discussione e sperare di essere letti fu un po’ velleitario. Rispose Filippo Nicosia, prima di partire col viaggio di Pianissimo -risposta concreta a una delle questioni dirimenti: non è che forse le case editrici sono legate a un’idea di lettore che non ha riscontri reali, che è pura immaginazione o desiderio?

Ora, novembre, nei pressi della Fiera della Piccola e Media editoria di Roma, per le cure di Donatella Brindisi, su FN si prova a rilanciare l’argomento)

[F. N.]

Quest’anno, per la prima volta da quando mi occupo di editoria come studiosa e professionista (ovvero da una dozzina di anni) mi è capitato, a causa di imprevisti personali, di non aver partecipato alle ultime edizioni delle due principali fiere del settore (ovvero il Salone del Libro di Torino dello scorso maggio e Più Libri Più Liberi di fine 2012).

A un primo momento di vago disagio (senso di colpa? timore di perdere qualche importante occasione lavorativa? dispiacere di non incontrare i colleghi di sempre per le consuete festicciole e la chiacchiera di rito?), è subentrata un’inconfessabile sensazione di sollievo. Sollievo da cosa? mi chiedevo. Forse dalla stanchezza fisica che solitamente segue questi faticosi tour de force? È stato solo mesi dopo, leggendo per caso l’articolo “Fiere e saloni, basta. Grazie di cuore” di Federico Novaro, che ho avuto una piccola illuminazione personale.

 

Forse anch’io ero stanca di quella sensazione caotica in cui troppo facilmente il bello e il brutto, l’utile e l’inutile, il prezioso e il dannoso sono accostati confusamente e quasi senza una logica precisa tra gli stand dei cosiddetti saloni del libro. Ho cominciato a riflettere anch’io sulle ragioni e, soprattutto, sulle conseguenze di questa situazione.

Quando, partendo proprio da quell’articolo dello scorso luglio, FN mi ha proposto di provare a creare insieme uno spazio di confronto e discussione sulla funzione e l’utilità delle fiere editoriali italiane, un luogo in cui gli addetti ai lavori potessero discutere liberamente delle diverse esperienze e necessità, magari proponendo idee alternative e suggerendo soluzioni per migliorare l’attuale status quo delle fiere editoriali, ho accettato con entusiasmo. E, almeno per quel che mi riguarda, con il bisogno di spazzare via una serie di luoghi comuni (o forse si tratta di rompere un tabù?): che qualunque libro sia bello, che ogni editore sia buono, che le fiere editoriali facciano sempre bene alla lettura e alle case editrici e, soprattutto, che di questi tempi ci si debba accontentare. Ecco. Noi non ci accontentiamo. E questo spazio è dedicato a coloro che, come noi, credono che nonostante tutto si possa ancora fare qualcosa per migliorare la realtà. O, almeno, provarci.

 

[Donatella Brindisi]

[la fotografia, logo della serie, è stata scattata al Salone del Libro di Torino il 17 maggio 2013]

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