Non starò a raccontarvi delle storie

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PANA

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6: Pana

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Ci fu un tempo in cui io e il mare eravamo due perfetti sconosciuti.

Stringemmo amicizia tardi -fatto insolito per un sardo su un’isola a forma di sandalo, circondata da splendide acque lapislazzuli. Ne sentivo tuttavia parlare tanto e bene; non solo: mi capitava di leggere svariati libri a lui dedicati, vederlo recitare in più film o agitarsi curiosamente nei documentari televisivi di turno.

Eppure, nonostante ci separassero appena due colline e una pianura, trascorsero ben quattordici anni prima che potessi anch’io godere fisicamente della sua liquida e salata presenza.

Non fraintendete: quello che potrebbe apparire come un assurdo capriccio era, in realtà, un divieto bello e buono, del quale proprio non potevo farmi beffe.

Sotto forte cura antibiotica, indossavo un’armatura di spesso cotone bianco e schermanti berretti con visiera giacché la causa principale del mio malessere era il sole estivo, coi suoi raggi potenti, abbaglianti e terribilmente amplificati.

Tra chi pensava che potessi tramutarmi in pietra e vampirismi accennati, riuscii a stringere amicizia con una simpatica e solidale bambina svizzera, la quale mi rassicurava raccontandomi spesso del suo piccolo paese roccioso dove il mare proprio non esisteva e, per questo, gli abitanti erano soliti mangiare cioccolato, rotolarsi sull’erba o, al massimo, concedersi delle gelide immersioni in pozze d’acqua dolce.

Non male come surrogato -pensavo.

In effetti avevo tutto il necessario per una vacanza alternativa: un cielo blu cobalto, una collina alberata (che ormai molti di voi conosceranno) di un bel verde acceso e, sorpresa delle sorprese, un esteso lago color smeraldo non molto distante, con tanto di piccola diga dalle linee decisamente futuristiche.

Chiesi più volte di portarmici: ero davvero stufo di ricorrere a circensi verticali per ribaltare l’antico ordine delle cose e immaginare come potesse essere un oceano, soprattutto perché non sapevo come giustificare i cumuli di nuvole del cielo all’ingiù, il gran mal di testa e i lividi lungo la schiena.

Il , però, tardava ad arrivare.

I bambini sardi sono terribilmente testardi; laddove fallisce il metodo Montessori e la sculacciata esasperata rischia di avere gli stessi effetti di una morbida carezza, ecco venire in aiuto tutta una serie di temibili spauracchi D.O.P., uno per ogni occasione.

I miei, per nulla scoraggiati da cotanta determinazione, pensarono che fosse arrivato il momento di fare la conoscenza de sas panas.

Quando alle lavatrici si preferivano i corsi d’acqua di campagna e olio di gomito, le nonne, bisnonne e trisnonne della mia zona avevano paura d’incontrare le panas: anime di donne morte di parto costrette, per chissà quale ragione, a lavare ogni notte per sette anni consecutivi lungo le rive dei fiumi, dei ruscelli o le sponde dei laghi i panni dei loro bimbi.

In assoluto silenzio: a nessuno, difatti, era permesso interromperle.

Se succedeva, la loro pena aumentava di altri sette anni e,  giustamente, da innocue, le panas diventavano pericolose.

Tutto avveniva principalmente al buio; era loro concesso di trattenersi fino alle prime luci dell’alba ma poi – puff! – scomparivano: il tempo di stendere, forse, e tornare nello stesso posto a fine giornata.

Alcune, certamente privilegiate, facevano gli straordinari e, dunque, era possibile incrociarle in qualsiasi momento.

Si racconta di intere generazioni di fanciulle ingenue e chiacchierone i cui visi rimasero indelebilmente macchiati da colpi rabbiosi di panni bagnati (o, le più sfortunate, di mazzoccu)* perché osarono salutarle; figuriamoci se avessero esordito con i classici discorsi sul tempo, per rompere il ghiaccio!

Nate probabilmente per contrastare, in modo allegro e spiritoso,** il diffondersi del ben più temibile e fantasioso ‘pettegolezzo da lavandaia’ (e non, di certo, per frenare la curiosità di un piccolo sardo sotto cura antibiotica), mi raccontarono tante altre storie bizzarre che, paradossalmente, sortirono l’effetto contrario: non nutrii per loro alcuna antipatia e, lo ammetto, mi sarebbe tanto piaciuto vederne una.

In fondo, essendo piuttosto taciturno, quali pericoli avrei mai potuto correre se non una dermatite da contatto causa sapone di Marsiglia?

Pana: immobile, sorriso di plastica, di nero vestita. Strizza un panno che, torcendosi, va a restringere lo spesso colletto di stoffa, metafora della soffocante pena da scontare.

 

*Pesante battipanni in legno, usato più dalle madri che dalle panas per punire i figli discoli – mio padre può testimoniare.

**Come solo i sardi sanno fare.

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6: Pana

[ Pana, stampa su carta fotografica 1:1, dimensioni 15×15]

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