Non starò a raccontarvi delle storie

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MÖRK

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6: Mörk

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Mörk: stendiamo un velo magari non propriamente pietoso, preferibilmente nero e piuttosto leggero, affinché sia possibile sbirciare attraverso la sua fitta trama e nascondere, allo stesso tempo, ciò che avvolge dalle indiscrete radiografie solari.

Qualche metro di tessuto per accedere a un mondo su misura, fatto di respiri pesanti, strizzate d’occhio e qualche cenno di capo. 

Nessun antico armadio, né piccole porte sepolte sotto strati e strati di carta da parati; nemmeno uno specchio da attraversare: solo stoffa.

Più se ne ha a disposizione, più aumenta la superficie del nostro fazzoletto di universo.

A questo pensai quella terribile notte quando, in un attimo, il mio mondo – fatto di cotone, lana e acrilico – mi crollò letteralmente addosso, travolgendomi sofficemente e intrappolandomi per diverse ore (tre o forse cinque): chili e chili di trapunte, coperte e plaid, più due piccole sedie di legno e un cavallo a dondolo. Una tragedia non annunciata per chi, come me, era solito costruire avveniristici palazzi dalle forme insolite di oltre cinquanta cm.*

Quando si tratta di creare il proprio habitat dal nulla, infatti, tutto diventa terribilmente più complesso.

Qualche affezionato lettore ricorderà sicuramente come, emulando le gesta di Zuanne Balente,** trascorrevo parte dei pomeriggi al buio della dispensa, tra barattoli di marmellata e rumorosi pacchi di riso – che, indubbiamente, preferivo di gran lunga alla compagnia degli adulti.

In un periodo dove il telefono squillava raramente e il pesante portone di casa veniva prepotentemente aperto ogni dieci minuti, mi trovai ben presto a venerare il silenzio: ero davvero molto curioso di ascoltarlo anche se, purtroppo, alcuni condannarono questo mio atteggiamento in quanto precocemente antisociale.

Anche perché – diciamolo – il silenzio è, poi, così silenzioso?

Porte che cigolano, api che svolazzano, vento che soffia, ricci che attraversano frettolosamente il giardino, pensieri che nascono e ossa che cricchiano.

Ero attratto da questo tipo di rumore misterioso, sempre diverso, difficilmente registrabile e a cui solo i bambini, dotati di una magnifica sensibilità, facevano attenzione.

Silenzio = oscurità: la mia prima equazione!

Sentivo, dunque, l’esigenza di rifugiarmi in un posto insolito e possibilmente poco luminoso. Iniziai timidamente rannicchiandomi sotto il tavolo della cucina, per poi passare coraggiosamente al garage, la vecchia scarpiera in legno, il camino e, infine, la dispensa. Tanti furono gli spaventi della mamma, soprattutto quando, una domenica mattina, fagocitato da una tovaglia ricamata, il nonno, credendomi un cuscino, mi si sedette sopra e si sentì un rumore simile a quello del carasau appena spezzato.

Una svolta era, perciò, necessaria: non più cercare bensì costruire un riparo che potesse isolarmi e proteggermi da tutto quel caos.

Fu così che, una notte, un po’ per gioco un po’ per cocciutaggine, mi ritrovai, senza nemmeno sapere cosa fosse una moltiplicazione, a eseguire complicati calcoli per ricreare una struttura simile a quella di un nuraghe con quanto la mia cameretta mettesse a disposizione.

Una via di mezzo tra una domus de janas e un igloo, il mio rifugio era dotato di qualsiasi comfort: pavimento in lana, soffice tetto di coperte e un’ingresso in piumino d’oca, clima tropicale, una pila di libri e la luna, con la sua morbida luce d’atmosfera.

Cosa sentì, di tanto interessante, Joannes quella notte? Il nonno che si alzò almeno tre volte per fare pipì, il suo babbo che uscì di casa per andare al lavoro, la sorella che tossì con voce spettrale e le acrobazie del criceto.

Finora niente di interessante – constatò, deluso.

Finché, ormai sul punto di perdere le speranze, udì il fragore incredibile di chissà quali cascate, lo scoppiettio delle fiamme di un drago, i discorsi di uno gnomo.

Nessun oppiaceo a cena: semplicemente, si addormentò.

Poche ore più tardi, nel lungo corridoio echeggiò un rumore simile, stavolta, a quello del guttiau  tostato e diviso in più parti: la mamma balzò giù dal letto, il nonno uscì dal bagno in tutta fretta, la sorella sbadigliò scocciata. Joannes dormiva ancora e lì lo lasciarono, in mezzo a tutte quelle macerie, spaventati ma divertiti. 

Il silenzio è una gran bella cosa e lo capii più tardi: basta chiudersi qualche tempo nella sala più nascosta e misteriosa di una biblioteca, chiudere gli occhi e tendere l’orecchio.

*Per la gioia del mio unico personaggio Lego, costretto a fare su e giù per infinite e spigolose scale.

** Per quanti non sapessero di cosa stia parlando, invito loro a leggere ciò che si nasconde dietro un’altra foto, BUR.”

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6: Mörk

[ Titolo: Mörk – Tecnica: Stampa su carta fotografica 1:1. – Dimensione: 15×15 cm]

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