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Miti d’oggi / Guido Mattia Gallerani

Bar Barthes e FN mostra Barthes presentano

12 novembre 1915-12 novembre 2015

Festa per il compleanno del caro amico Roland

da un’idea di Massimo Scotti e Giuseppe Girimonti Greco

a cura di Giuseppe Girimonti Greco

[Come capita alle feste di compleanno, c’è un momento in cui ci s’alza e si racconta un aneddoto che ci lega al festeggiato, si rievoca il momento in cui lo si è conosciuto, si ripercorrono gli anni passati insieme. Sì è forse troppo indulgenti o all’improvviso si dicono cose sopite da anni; lo si fa in pubblico, di fronte a tutte le persone convenute, perché spesso i rapporti importanti, che ci hanno segnato, hanno bisogno di essere di nuovo descritti, ascoltati, festeggiati. Questo è quel che si cercherà di fare qui. Auguri!]

3. Miti d’oggi, di Guido Mattia Gallerani

barthes

 

Dei Miti d’oggi mi colpisce l’immaginario senza l’immagine: le pubblicità degli oggetti o le fotografie dei soggetti nei vari saggi non sono presenti se non per mezzo del discorso di Barthes: esso le fonda, più che discuterle e commentarle. I Miti d’oggi nascevano in Barthes da uno stato di cose evidente e innegabile, da una cultura consumistica immediatamente percepibile come fenomeno diffuso, eppure dimostrabile soltanto tramite una prova sempre indiretta della sua esistenza. La cultura borghese era una realtà per Barthes, ma in senso lacaniano.

Nel saggio teorico, Il mito, oggi, che Barthes inserisce ex novo in chiusura della raccolta del 1957, troviamo l’esempio perfetto.

barthes

Nemmeno la foto di Paris-Match (n° 326, 23 giugno-3 luglio 1955) che Barthes utilizza come esempio per spiegare il funzionamento del mito borghese è riprodotta. Il discorso con cui Barthes ricostruisce l’apparizione del mito dell’impero francese si basa su una sostituzione di quest’immagine con un’altra, che è ugualmente assente, ma è più funzionale all’argomentazione perché si propone già in una forma testuale. Le due immagini non sono cioè scollegate: il contenuto visivo di una è in rapporto a quello descrittivo dell’altra, via una sostituzione, quella del bambino della foto con un vero e proprio soldato:

 

Dal barbiere mi tendono un numero di Paris Match. Sulla copertina un giovane nero in uniforme francese fa il saluto militare, gli occhi alzati, fissi probabilmente sulla piega di una bandiera tricolore. Questo è il senso dell’immagine. Ingenua o no, so bene cosa significa: che la Francia è un grande impero, che tutti i suoi figli, senza distinzione di colore, servono fedelmente sotto la sua bandiera e che non c’è miglior risposta ai critici del nostro preteso colonialismo che lo zelo di questo nero nel servire i suoi presunti oppressori. Mi trovo perciò, anche qui, davanti a un sistema semiologico maggiorato: c’è un significante, esso stesso già formato da un sistema precedente (un soldato nero fa il saluto militare francese), c’è un significato (che qui è un misto intenzionale di francità e di militarità); c’è infine una presenza del significato attraverso il significante.

 

Esiste un film del 2008 dal titolo Vita Nova, realizzato da Vincent Meessen, che nasce dalla ricerca del bambino nella foto e mostra i campi in cui i giovani cadetti facevano il loro addestramento in calzoncini corti.

Ad ogni modo, per un bambino non si sarebbe potuto desumere quella naturalezza che Barthes riconosce al mito moderno. Il saluto militare di un bambino non è lo stesso di quello di un adulto: non implica una partecipazione volontaria all’istituzione militare (ciò che Barthes chiama zelo). Barthes ne era certo cosciente: sapeva benissimo che sul piano letterario gli era concesso ciò che l’analisi semiotica dell’immagine non gli avrebbe mai permesso, che per lo svelamento del mito il testo avrebbe dovuto compiere qualche correzione e corruzione per riportare in superficie il suo oggetto più profondo.

È stato rimproverato a Barthes di ridurre la semiotica a una linguistica, a una semiologia letteraria; ma corrompere l’immagine per il bene della verità era l’unico modo per fare dignità teorica a un progetto letterario e politico. Non è allora la linguistica che è alla base della semiologia, come Barthes proponeva, rovesciando Saussure: è la scrittura letteraria che è alla base della (sua) semiologia.

Nello stesso saggio, Barthes spiega come il mito venga utilizzato dalle classi dominanti per cancellare le differenze tra le classi sociali tramite i prodotti commerciali e culturali e, in particolare, per favorire l’alleanza tra borghesia e la piccola borghesia. Eppure esiste spesso un contrasto tra i singoli articoli e questa analisi teorica, che infatti segue, non precede e giustifica la serie dei testi. Molti saggi sembrano prettamente letterari, appaiono divertenti e leggeri, come quelli sulla materialità artigianale del giocattolo di legno contro la forma alienante dei giocattoli in plastica. Tramite paradigmi costruiti attorno al mondo della propria epoca, Barthes riesce a conferire dignità anche agli scarti industriali della fabbricazione capitalista; arriva a concepire micro-utopie di senso laddove il significato apparirebbe come un vuoto. La tecnica già strutturalista del ragionamento binario per paradigmi dimostra allora la sua utilità per la creazione di una scrittura, come nel caso del recupero del vino come mito francese a partire dalle pagine di Bachelard, che invece del paradigma latte/vino ne proponeva un altro tra vino e acqua.

Anche nei saggi più perturbanti la componente letteraria, in rapporto con la tradizione francese, risulta più che sensibile, diventa quasi una riscrittura. Ci sono saggi che sembrano già innervati del rapporto proustiano che sarà proprio dell’identificazione dell’ultimo Barthes. Ad esempio, troviamo la lettura del processo a Gérard Dupriez, parricida e matricida, che sembra ricalcare l’articolo pubblicato da Proust su Le Figaro dal titolo Les sentiments filiaux d’un parricide (1907). Assente nella prima edizione di Lerici del 1962, l’articolo di Barthes verrà reintegrato nel 1974 nell’edizione Einaudi.

Se Proust si soffermava sulle semplificazioni della stampa giornalistica dell’epoca, insistendo sulla caratterizzazione della tragicità normale del parricida Henri van Blarenberghe, Barthes analizza i limiti della costituzione penale dello Stato anticipando già Foucault, anche se Barthes vi è trascinato soprattutto dallo Straniero di Camus in un altro articolo, dedicato al celebre processo Dominici. Il tribunale costruisce il crimine secondo le norme della psicologia classica, basandosi su un principio di causa ed effetto che solidarizza con la logica narrativa. Barthes riflette, insomma, sul ripiegamento della giustizia sulla letteratura giudiziaria. La giustizia borghese come mito diventa visibile perché si costruisce come letteratura: tra gli atti giudiziari e i reportage giornalistici del tempo si perde il processo, l’oggetto originario.

Più di tutti, la sottrazione dell’oggetto mitico da parte di una scrittura letteraria si ritrova forse nel mito del Giovane poeta, estratto dal caso di Minou Drouet: la bambina poetessa pubblica Arbre, mon ami nel 1957 e viene investita dalle polemiche riguardo l’autenticità dei testi; interviene anche Jean Cocteau, per il quale tutti i bambini sono poeti, tranne Minou Drouet.

In una nota di questo saggio, Barthes confessa la sua premessa di partenza: non accettare la buona fede della bambina, ignorarne l’autenticità. Per demistificare il mito dell’infanzia poetica, Barthes ha dovuto cancellare le tracce di Minou Drouet e appiattire il suo individuo storico su un discorso scandalistico: una parola piatta, pronta ad essere svelata nella sua innocua naturalezza, perché ha già perso il contatto con il corpo di quelle bambina, contro cui sarebbe impossibile e scandaloso intentare ogni processo.

Questo sforzo dialettico, al contempo di svelamento e di appropriazione, di nascondimento e di ricostruzione, mi è sempre sembrato un eccezionale risultato per il genere della scrittura saggistica. Certo, perché l’operazione della scrittura riesca ad andare oltre il potere dell’ideologia, Barthes è costretto a sacrificare un poco di rigore teorico. Ma ci ricorda un tempo in cui l’intellettuale poteva combattere, mediando tra il rigore della teoria e il piacere della creazione letteraria, contro quelle forme discorsive dell’ideologia che nemmeno allora erano date una volta per tutte, ma erano forse più facilmente leggibili, o forse risultavano soltanto più visibili perché esisteva chi era in grado di romperne l’inavvertibile naturalità.

[la copertina di Paris Match compare sul sito Le parole e le cose, dove una versione differente di questo articolo è stata pubblicata il 12 novembre 2015)

 

Bar Barthes e FN mostra Barthes presentano

12 novembre 1915-12 novembre 2015

Festa per il compleanno del caro amico Roland

da un’idea di Massimo Scotti e Giuseppe Girimonti Greco

a cura di Giuseppe Girimonti Greco

1. Barthes par Barthes, di Massimo Scotti

2. Frammenti di un discorso amoroso, di Giovanna Zoboli

3. Miti d’oggi, di Guido Mattia Gallerani

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