Non starò a raccontarvi delle storie

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Michael Cunningham / LA REGINA DELLE NEVI. Bompiani 2014 (Recensione di Felix White)

La Regina delle nevi
(The Snow Queen))
di Michael Cunningam

traduzione di Andrea Silvestri
Progetto grafico di Polystudio

cartaceo: brossura con sovracoperta, 284 pag.: 18€
digitale: 5,99€
Bompiani (Gruppo RCS) -Narratori stranieri, Milano 2014

Copyright © Mare Vaporum Corp, 2014
Copyright © Bompiani / RCS Libri S.p.A. 2014

Cunningham

La regina delle nevi è il primo romanzo di Cunningham con il quale tento un approccio. La prima impressione? Strana.
Il libro si divide in tre parti principali. Si tratta della storia di una famiglia. Una famiglia un po’ particolare, composta da Barrett e Tyler, fratelli, che sono anche i protagonisti del libri; loro, e la promessa sposa di Tyler, Beth, che è malata di cancro e che proprio per questo Tyler si accinge a sposare al più presto. Ma della famiglia, nel ramo degli amici, fa parte anche Liz, che gestisce il negozio d’abbigliamento dove lavorano Barrett e Beth.
Eccoli. Ci sono tutti. Ogni tanto compare qualche altro nome, qualche personaggio fugace, ma la storia ruota intorno a loro quattro: Barrett, Tyler, Beth e Liz.
E non si potrebbe parlare quasi d’altro, visto che non ci sono conflitti se non quelli interiori; visto che non ci sono demoni, assassini, criminali da sconfiggere se non se stessi.
Eppure qualcosa succede. Proprio all’inizio, infatti, in quello che possiamo considerare il prologo, il protagonista, Barrett, mentre passeggia a Central Park sconfortato dall’ennesima rottura, vede nel cielo una luce, una luce che sembra scrutarlo, osservarlo, percepirlo. E il ricordo di questa luce accompagnerà Barrett per tutto il romanzo, spingendolo a chiedersi se fosse solo frutto della sua immaginazione o no.
Perché è vero, non ci sono conflitti o problemi da risolvere, ma ci sono sensi. Sensi da cogliere. Sensi da cercare. Obiettivi da raggiungere.
Come per Tyler, suo fratello, l’altro protagonista. Tyler è un musicista fallito che ha un punto debole: la droga. Il suo obiettivo è superarlo attraverso la musica e il suo amore per Beth. Nella pratica, vorrebbe scrivere una canzone per Beth da suonare al loro matrimonio prima che lei lasci questo mondo.
Beth e Liz sono invece le controparti femminili. L’una rappresenta la misticità, il mondo ideologico, l’amore, il noumeno; l’altra rappresenta la crudezza del mondo, il cinismo, il fenomeno, di cui parla Aristotele riferendosi guarda caso a esso come a “un’apparizione del cielo”.
Questo non è un romanzo di formazione. I personaggi di questo romanzo si sono già formati; La regina delle Nevi è un romanzo di ineluttabilità.

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Cunningham mi è rimasto più impresso per lo stile, il modo in cui dipinge la storia, cioè la poesia, che per la storia.
Questo romanzo è l’anti-prosaicità per eccellenza. Tutto quello che l’autore dice, tutto quello che descrive lo trasforma in poesia. Che sia il racconto di un personaggio che si è appena drogato o il dettaglio più insignificante.
L’autore definisce con una grazia quasi ineffabile, quasi divina, oserei dire trascendente, quelle che sono le colonne portanti della storia: i personaggi, difficili da carpire, coriacei, ma al tempo stesso imperituri.
Cunningham ci teneva soprattutto a evidenziare quell’aspetto imperturbabile della vita cogliendolo nella sua ineluttabilità; frantumando la realtà, squarciandola, per cercare di arrivare al noumeno, attuando lo stesso procedimento del velo di Maya.
L’autore infarcisce – o, impreziosisce – la storia con discorsi esistenziali, filosofici, metafisici, eppure molto attaccati alla realtà, al mondo materiale. Il suo stile resta di una grazia senza tempo, in grado di sciogliere il ghiaccio insensibile dell’animo umano, in grado di penetrare a fondo, di obnubilarti la mente e lasciarti solo a domandare quale sia il senso della storia, così come fanno gli stessi protagonisti con le loro vite.
Non serve neanche ponderarci più di tanto. Ad alcuni quest’opera potrà sembrare inconsistente, qualcosa che aleggia nell’aria che non trova una sua collocazione precisa.
E forse è proprio così. I lettori si dividono in due, chi l’ha apprezzato e chi no, dividendosi nei due protagonisti: quello che ha un obiettivo, attaccato alla realtà, e quello che cerca la luce, che si domanderà per tutta la vita se quello che ha visto fosse vero o no.
Be’, io dico solo che non ho dovuto camminare fino a Central Park, ma una luce mi è parsa di vederla, tra le pagine, mentre leggevo.

“Barrett e Tyler non sono semplicemente orfani, sono vittime di un qualche orribile scherzo, lo sono stati fin da quando erano bambini; sono assoggettati a un dio che sembra preferire le burle allo choc purificatore dell’ira.”

 

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