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MARCO BALEANI, Ecosistema. FIERI DELLE FIERE? / 1

Salone del Libro di Torino

Fieri delle Fiere?

A cosa servono i Saloni e le Fiere del Libro?

una discussione a cura di Donatella Brindisi

(Il Salone del Libro di Torino del 2013 si caratterizzava per l’ampio spazio dato a qualunque cosa. Esigenze di bilancio avevano legittimato la presenza di stand, molto apprezzati, dalle categorie merceologiche le più diverse. Pensa che ti pensa, coi tempi bradipici che lo contraddistinguono, FN pubblicò a fine luglio un pezzo sulla cosa. Il centro del ragionamento era: fiere e saloni sono ancora utili alle case editrici? O ormai non rischiano di essere utili soltanto -e non sempre- nell’immediato riscontro di cassa e basta? Non sarebbe forse necessario un luogo in cui le case editrici possano comunicare quello che fanno, i loro progetti, la loro storia? Chi legge è aiutato o ostacolato, nel suo avvicinarsi alle case editrici e ai libri, da dei luoghi e dei format come le fiere e i saloni?

Naturalmente uscire a metà luglio con un inizio di discussione e sperare di essere letti fu un po’ velleitario. Rispose Filippo Nicosia, prima di partire col viaggio di Pianissimo -risposta concreta a una delle questioni dirimenti: non è che forse le case editrici sono legate a un’idea di lettore che non ha riscontri reali, che è pura immaginazione o desiderio?

Ora, novembre, nei pressi della Fiera della Piccola e Media editoria di Roma, per le cure di Donatella Brindisi, su FN si prova a rilanciare l’argomento)

[F. N.]

Quest’anno, per la prima volta da quando mi occupo di editoria come studiosa e professionista (ovvero da una dozzina di anni) mi è capitato, a causa di imprevisti personali, di non aver partecipato alle ultime edizioni delle due principali fiere del settore (ovvero il Salone del Libro di Torino dello scorso maggio e Più Libri Più Liberi di fine 2012).

A un primo momento di vago disagio (senso di colpa? timore di perdere qualche importante occasione lavorativa? dispiacere di non incontrare i colleghi di sempre per le consuete festicciole e la chiacchiera di rito?), è subentrata un’inconfessabile sensazione di sollievo. Sollievo da cosa? mi chiedevo. Forse dalla stanchezza fisica che solitamente segue questi faticosi tour de force? È stato solo mesi dopo, leggendo per caso l’articolo “Fiere e saloni, basta. Grazie di cuore” di Federico Novaro, che ho avuto una piccola illuminazione personale.

Forse anch’io ero stanca di quella sensazione caotica in cui troppo facilmente il bello e il brutto, l’utile e l’inutile, il prezioso e il dannoso sono accostati confusamente e quasi senza una logica precisa tra gli stand dei cosiddetti saloni del libro. Ho cominciato a riflettere anch’io sulle ragioni e, soprattutto, sulle conseguenze di questa situazione.

Quando, partendo proprio da quell’articolo dello scorso luglio, FN mi ha proposto di provare a creare insieme uno spazio di confronto e discussione sulla funzione e l’utilità delle fiere editoriali italiane, un luogo in cui gli addetti ai lavori potessero discutere liberamente delle diverse esperienze e necessità, magari proponendo idee alternative e suggerendo soluzioni per migliorare l’attuale status quo delle fiere editoriali, ho accettato con entusiasmo. E, almeno per quel che mi riguarda, con il bisogno di spazzare via una serie di luoghi comuni (o forse si tratta di rompere un tabù?): che qualunque libro sia bello, che ogni editore sia buono, che le fiere editoriali facciano sempre bene alla lettura e alle case editrici e, soprattutto, che di questi tempi ci si debba accontentare. Ecco. Noi non ci accontentiamo. E questo spazio è dedicato a coloro che, come noi, credono che nonostante tutto si possa ancora fare qualcosa per migliorare la realtà. O, almeno, provarci.

Il nostro primo ospite è Marco Baleani della casa editrice Quodlibet. Grazie!

[Donatella Brindisi]

Salone del Libro di Torino

FdF#3: Marco Baleani, Ecosistema

Caro Federico, ho letto con attenzione il tuo post, e da qui vorrei partire per alcune riflessioni.

Il tuo articolo parte da un ragionamento sulle fiere, ma sottointende questioni molto più ampie e cruciali, legate all’editoria e al mondo del libro: dalla divisione tra grandi e piccoli editori, tra editoria di alta e di bassa qualità, incrocia la crisi delle librerie indipendenti, la concorrenza durissima di Amazon, il ruolo delle librerie di catena, il meccanismo dei bestseller fino alla crisi più ampia di tutto il settore del libro. A questo riguardo vorrei dire che secondo me molte di queste opposizioni rischiano di essere fuorvianti se non dannose.

Quello del libro è un ecosistema che sta in piedi perché convivono pesci grandi e piccoli, pesci bellissimi e molto brutti, nobili e poveri, intelligenti e stupidi, coralli preziosi e viscide alghe, un sistema dove tutti hanno bisogno di tutti.

Ora negli ultimi anni questo ecosistema è andato in crisi subendo un inesorabile (pare) processo di consunzione: il numero di lettori si è ridotto, sia deboli che forti, i pesci grandi hanno reagito cercando di far fuori i piccoli, che a loro volta cercano giustamente di unirsi per creare massa critica.

Spesso si accusa i pesci grandi di esssere la causa del problema, di provocare la crisi del settore e l’appiattimento dell’offerta, mentre a mio avviso quella dei grandi era ed è sostanzialmente una strategia di difesa di fronte a un problema ancor più grande di loro.

In questo senso non penso che sia possibile salvare il libro salvando semplicemente i piccoli o un qualche punto di qualità, trovo anzi dannose le battaglie identitarie che dicono: noi facciamo i libri veri, noi siamo i custodi della cultura, gli altri sono solo anonime industrie guidate dal marketing e votate al mercato. Al contrario bisogna portare acqua in questo mare, il che, tradotto, vuol dire che non dobbiamo arroccarci sui lettori forti, quelli che ci seguirebbero comunque e qualunque cosa accadesse (ebook compresi): il libro, nelle sue diverse forme e accezioni, deve tornare ad essere un oggetto popolare, di consumo.

Ora, se bisogna immaginare nuove fiere, nuovi sistemi per la diffusione del libro, nuove reti, bisogna immaginarle in questa ottica: popolare e non di élite.

Arrivo così alla proposta di una sorta di “Librissima”, che riprende il successo di Artissima a Torino.

Premesso che sperimentare è sacrosanto, giusto e in questo momento anche necessario, vorrei dire che il paragone libro/mondo dell’arte, seppur interessante, ha un punto debole, secondo me cruciale: il mondo dell’arte (anche nell’epoca della sua riproducibilità tecnica ecc…), è rivolto a un’élite molto più piccola di quello del libro, un’élite che decide chi vale e che si alimenta in modo molto più autonomo rispetto al libro.

Nel mondo dei libri, dell’industria culturale, il successo di un titolo, per quanto guidato da marketing ecc…, è in fondo decretato dai lettori che lo acquistano e lo leggono. In questo senso una fiera tipo “Librissima” può essere interessante per i lettori forti, per coloro che riconoscono l’autorevolezza della critica, dei librai o di chi a vario titolo si assume il compito di selezionare chi entra e chi no, ma rischia di essere molto distante dall’obbiettivo di rendere di nuovo popolare la lettura. “Librissima” va bene, è un’iniziativa interessante, ma non riuscirebbe a sostituire le grandi fiere, che devono è vero rigenerarsi, ma proprio nell’idea di portare tante persone, le più disparate, e con gli interessi più diversi, verso il libro.

FdF#3: Marco Baleani, Ecosistema

[Marco Baleani lavora per Quodlibet da oltre dieci anni, dove coordina la produzione. È tra gli ideatori del progetto Laszlo Biro, uno spazio per la streetart che ha sede a Roma. Scrive nelle pagine del blog Ultima sigaretta]

Gli interventi precedenti

FdF#0: FN, Fiere e saloni, basta. Grazie di cuore, FN

FdF#1: Filippo Nicosia, I libri: venderli non basta

Salone del Libro di Torino

[la fotografia, logo della serie, è stata scattata al Salone del Libro di Torino il 17 maggio 2013]

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