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LOTTO 49, La responsabilità degli “editori editori”. FIERI DELLE FIERE? / 2

Salone del Libro di Torino

Fieri delle Fiere?

A cosa servono i Saloni e le Fiere del Libro?

una discussione a cura di Donatella Brindisi

Il secondo intervento, dopo quello di Marco Baliani, ci è arrivato dall’Agenzia Lotto 49. Grazie!

in coda al post una nota di FN e una di Donatella Brindisi

Salone del Libro di Torino

FdF#3: Lotto 49, La responsabilità degli “editori editori”

Non riusciamo a staccarci dal principio della pseudodemocrazia, non riusciamo a contemplare i principi di meritocrazia.

Le fiere editoriali, come dici tu, Federico, non servono perché non c’è selezione, perché si aprono le porte a chiunque stampi libri, e noi sappiamo quanto sia facile stampare libri e sappiamo quanto l’ignoranza la faccia da padrona: “Sai, anche mio cugino ha scritto un libro. L’ha pubblicato!” “Sì, ma come si chiama la casa editrice?” “Eh, adesso, cosa vuoi? Non ricordo. Aspetta che lo cerco… Sì, con la Porcospinoblu editrice.” “Ah!” “Sì, non è a pagamento, eh. Gli hanno solo chiesto di acquistare 500 copie.” “Sì, appunto. Ma lo trovi in libreria?” “Beh, non in tutte. Diciamo che nella sua città lo trovi in tante librerie…” “Ah-ah.” Bene.

Questa leggenda per cui uno ha scritto un libro perché qualcuno gliel’ha stampato viene avallata dalle fiere e da tanto altro. Se non hai alcuna cognizione editoriale, se sei un lettore sporadico, alle prime armi, gli stand di Più libri più liberi o del Salone di Torino ti appaiono tutti uguali.

Chi te lo dice che Zandonai è considerata dai più una casa editrice di dignità certa mentre il Gruppo Albatros fa scatenare dubbi e perplessità a catinelle?

Qual è la soluzione? Andarsene dalle fiere non cambia lo stato delle cose. Organizzare delle fiere alternative probabilmente sì.

L’idea di ricalcare il modello Artissima potrebbe essere salvifica. Eppure in tanti ti risponderebbero, Federico, che in questo modo non fai altro che ampliare la forbice tra élite e popolino. Ma siamo sicuri che continuare su questa strada non porti a una omologazione verso il basso, che nasconde un disprezzo buonista e una totale mancanza di rispetto nei confronti di un lettore considerato come una cloaca capace di ingurgitare qualunque tipo di rifiuto?

Se anche coloro i quali dovrebbero difendere la dignità di ciò che fanno vengono divorati dal terrore di essere “snob”, se gli “editori editori” temono il principio della meritocrazia e della qualità, se non si ha il coraggio di applicare a se stessi una sana eutanasia quando non si ha più nulla da dire, se non si riconosce il momento in cui non si ha più nulla da dire, allora neanche le fiere alternative salveranno l’editoria di qualità.

E non si sta parlando di titoli o di autori. Esistono case editrici di cui non tutti condividono il progetto editoriale, ma il progetto esiste, e soprattutto esiste una professionalità. Puoi non essere un appassionato di filosofia orientale o di psicologia, ma metteresti mai in dubbio la serietà di Astrolabio-Ubaldini?

Viene da dire che le fiere sono soltanto la punta dell’iceberg. Ma vale la pena tentare un’autoregolamentazione.

E sì, vale la pena dire di no, ogni tanto. Perché trovarsi accanto alla Porcospinoblu editrice non fa bene a nessuno, ed è molto peggio che trovarsi accanto alle mortadelle e agli spremiagrumi.

FdF#3: Lotto 49, Le responsabilità degli “editori editori”

[Lotto 49 è agenzia letteraria, service editoriale, libreria e, a giorni, edicola digitale con Port Review]

Gli interventi precedenti

FdF#0: FN, Fiere e saloni, basta. Grazie di cuore, FN

FdF#1: Filippo Nicosia, I libri: venderli non basta

FdF#2: Marco Baleani, Ecosistema

Salone del Libro di Torino

(Il Salone del Libro di Torino del 2013 si caratterizzava per l’ampio spazio dato a qualunque cosa. Esigenze di bilancio avevano legittimato la presenza di stand, molto apprezzati, dalle categorie merceologiche le più diverse. Pensa che ti pensa, coi tempi bradipici che lo contraddistinguono, FN pubblicò a fine luglio un pezzo sulla cosa. Il centro del ragionamento era: fiere e saloni sono ancora utili alle case editrici? O ormai non rischiano di essere utili soltanto -e non sempre- nell’immediato riscontro di cassa e basta? Non sarebbe forse necessario un luogo in cui le case editrici possano comunicare quello che fanno, i loro progetti, la loro storia? Chi legge è aiutato o ostacolato, nel suo avvicinarsi alle case editrici e ai libri, da dei luoghi e dei format come le fiere e i saloni?

Naturalmente uscire a metà luglio con un inizio di discussione e sperare di essere letti fu un po’ velleitario. Rispose Filippo Nicosia, prima di partire col viaggio di Pianissimo -risposta concreta a una delle questioni dirimenti: non è che forse le case editrici sono legate a un’idea di lettore che non ha riscontri reali, che è pura immaginazione o desiderio?

Ora, novembre, nei pressi della Fiera della Piccola e Media editoria di Roma, per le cure di Donatella Brindisi, su FN si prova a rilanciare l’argomento)

[F. N.]

Quest’anno, per la prima volta da quando mi occupo di editoria come studiosa e professionista (ovvero da una dozzina di anni) mi è capitato, a causa di imprevisti personali, di non aver partecipato alle ultime edizioni delle due principali fiere del settore (ovvero il Salone del Libro di Torino dello scorso maggio e Più Libri Più Liberi di fine 2012).

A un primo momento di vago disagio (senso di colpa? timore di perdere qualche importante occasione lavorativa? dispiacere di non incontrare i colleghi di sempre per le consuete festicciole e la chiacchiera di rito?), è subentrata un’inconfessabile sensazione di sollievo. Sollievo da cosa? mi chiedevo. Forse dalla stanchezza fisica che solitamente segue questi faticosi tour de force? È stato solo mesi dopo, leggendo per caso l’articolo “Fiere e saloni, basta. Grazie di cuore” di Federico Novaro, che ho avuto una piccola illuminazione

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personale.

Forse anch’io ero stanca di quella sensazione caotica in cui troppo facilmente il bello e il brutto, l’utile e l’inutile, il prezioso e il dannoso sono accostati confusamente e quasi senza una logica precisa tra gli stand dei cosiddetti saloni del libro. Ho cominciato a riflettere anch’io sulle ragioni e, soprattutto, sulle conseguenze di questa situazione.

Quando, partendo proprio da quell’articolo dello scorso luglio, FN mi ha proposto di provare a creare insieme uno spazio di confronto e discussione sulla funzione e l’utilità delle fiere editoriali italiane, un luogo in cui gli addetti ai lavori potessero discutere liberamente delle diverse esperienze e necessità, magari proponendo idee alternative e suggerendo soluzioni per migliorare l’attuale status quo delle fiere editoriali, ho accettato con entusiasmo. E, almeno per quel che mi riguarda, con il bisogno di spazzare via una serie di luoghi comuni (o forse si tratta di rompere un tabù?): che qualunque libro sia bello, che ogni editore sia buono, che le fiere editoriali facciano sempre bene alla lettura e alle case editrici e, soprattutto, che di questi tempi ci si debba accontentare. Ecco. Noi non ci accontentiamo. E questo spazio è dedicato a coloro che, come noi, credono che nonostante tutto si possa ancora fare qualcosa per migliorare la realtà. O, almeno, provarci.

[Donatella Brindisi]

[ articolo pubblicato il 4 dicembre 2013 ]

[la fotografia, logo della serie, è stata scattata al Salone del Libro di Torino il 17 maggio 2013]

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