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MONICA BACIO, di Lorenzo Fontana. 9: Dialogo coi genitori / 1, Il pater

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Monica Bacio

frammenti per un monologo

di Lorenzo Fontana

9. Dialogo coi genitori / 1, Il pater

Buongiorno, chi sono io? N’indovinate manco.

Ch’el credi? Son vecchio ma la memoria non ha lasciato banco e a te ti riconosco,
sei quella che in mio figlio già parlava e sproloquiava.

Son io! Volete che riparta? Che in altro ciel mi sperda?

No, no, per me era soltanto la paura,
temevo ce fosse qualcosa de più basso,
che in grigia non tenesse la destrezza
mancasse d’ironia e de prontezza
e invece poi mi sono ricreduto.

Ma la fiducia ormai avea perduto.

Essì, può darsi, ma l’alibi io tengo,
ch’el pater mio non m’insegnò il mestiere,
era filibustiere,
sostava nelle bische, il maledetto
e abbandonato il tetto famigliare
tornava solamente per rubare.

Aahhh, sta ciuto, il tuo vissuto è a te che è stato dato
non può sull’altro esser vendicato.
Che fai coi piedi a bagno? Non prendi freddo?

Li tengo sì scoperti: il primo sogno erotico è stato
del bimbo mio, quel piccolo adorato.

E cosa vuoi? Che torni?
Con quelli piedi i conti son finiti.
Ben altri passi ha fatto e garantiti sono i risultati,
che non per niente sono passi alati.

E sì, lo supponevo, e ch’esistevo
assai distratto, è un fatto.

Com’anche che ‘sta strada da sol l’ha conquistada.

Un poco con ‘sti timbri l’ho segnata?

Un poco? T’ul forse ancora
hai molto da scoprire.

No grazie, mi voglio
garantir tranqullità.

Perfetto, allor sta fermo qua, in sulla riva
in ‘sta seduta in pelle lascia passare le giornate,
non muovere il piedino, non navigare,
qui zitto e muto ad aspettare
che corri grosso il rischio de cangiare.

Tu questo non puoi dirmi, di sforzi ne feci anco fin troppi,
per riparar gli strappi, gli strazi inglobare e tosto continuare.

Io da rimproverare non ho nulla, invero,
anzi son fiera de tua vita se parlo dal mio stato,
ma certo l’infante alato lo stesso non può dire
lui sempre si sentirà ferire.
Ma è molto tardi, devo proseguire,
tu resti qui seduto?

Ho un rendez vous, ancor si muove giù.

Ancora? Or non sei stanco? Che la vecchiezza
non accetti manco?

Se il manico è duro ancora
vuol dir che non è giunta l’ora.

Per me de decollare è giunta.
Raggiungo il Puer che sta lassù in punta e gravita in tondo.
Lo accompagno io a vedere il mondo,
tu solo in parte gliel facesti visitare,
c’è ancora molto e molto da volare
e mentre tu qui stai a trombar prendo distanza.

Ripassi dalla stanza?

E perché no? Passo dal finestrone, quello della camera da letto.

Buon viaggio, so che tranquillo posso stare, ch’e’ protetto.

Ci sono io e il piccolo da solo m’ha dovuta alfin scovare,
che molto tempo ha dedicato a mover l’anca.

Io l’ho impegnato solo in banca,
beato lui, lo invidio, c’è chi tutte le fortune
tiene.

E anche chi al sol pensiero sviene
di tirare innanzi solo con gl’istinti,
che non si pensi sempre di dar calci alla vecchiezza,
de mettere una pezza al gran finale,
inseguendo in affanno la zona anale.
Intanto la signora giunge uguale
e forse è meglio che ci trovi pronti,
la nera non fa sconti
el me pare sia più chic farsi trovar vestiti
qualcosa di elegante, adatto a sto momento,
“memento mori”, posiam gli ardori.
il tempo c’è per ogni cosa.
Me vien da dirti: la tua voglia posa,
lascia il pendolo a segnare un tempo per lui sensato
piuttosto che farti sorprendere sudato
e poi tenerlo a forza dritto,
sempre m’è parsa un’esagerazione
è l’ora d’usarlo sol per la minzione.
Il resto lascialo ai ricordi e dei bagordi cura la memoria,
ch’ora è un’altra la tua storia,
vabbè, risalgo , ti lascio in riva.

Bel discorso, ma è lui che fè il suo corso
io solo un po’ lo sego e…

No, t’el prego, mi giro e decolo
ti auguro lo scolo, così da fare una pausetta.

Tu sii maledetta,
sei na poveretta ne manco truccata,
na troia sbeccata, travesta mancata, con tette in maglina,
mo’ smetto le grida, me viene l’angina.

Son troppo in alto ormai e più nol sento
d’averlo lassato invero non mi pento.
Il vento allontana gli sconci improperi
ch’un tempo erano severi e sensati,
ora son solo deliri invecchiati.

monica bacio

 

 

“Monica Bacio è un nome rubato al personaggio di un testo di Michel Marc Bouchard, che io e Valentina Diana mettemmo in scena nel 2007. Un personaggio che è poi diventato una sorta di mio alter ego e che si è “esibito” in alcune occasioni (e grazie ad Elena Russo Arman, per aver coinvolto Monica nelle performances dedicate a Fassbinder, organizzate da Phoebe Zeitgeist a Milano) per poi rimanere in attesa di un’uscita ufficiale. Ora Monica è quasi pronta, nel frattempo le è cresciuta la barba, e si presenta raccontando la storia di un bambino, del bambino che era, e del suo percorso di crescita e di scoperta del mondo. Ho scritto il lamento di Monica in versi, perchè era per me l’unico modo di dire cose non sempre leggere, mantenendo un po’ di distacco, cercando di non abbandonare mai il tono giocoso e ironico.” [dal Foglio di sala de IL LAMENTO, ovvero le lacrime, DI MONICA BACIO, di e con Lorenzo Fontana, andato in scena il 10 aprile 2015 al Cecchi Point di Torino]

Monica Bacio ha una pagina facebook.

Monica Bacio

frammenti per un monologo

di Lorenzo Fontana

1. Intro

2. In lotta per il sé

3. Il corpo che già parla

4. Salite e discese

5. L’anima appesa

6. Cazzi

7. Cazzi e pasticceria

8. L’imbuto

 

[ Da sempre FN si interroga, nella pratica, sul rapporto fra testo e immagine in rete e su come sia possibile portare in ambito virtuale materiali che vivono all’interno del mondo tangibile; la serie di Monica Bacio, che Lorenzo Fontana pubblicherà per FN nel corso dell’estate 2015, nasce dal progetto di un monologo, che ha già visto una prima messa in scena come studio. Come si porta un monologo in rete? Senza il corpo dell’attore, senza la voce, la scena? Monica Bacio prova a farlo costruendo dei frammenti che combinano testo e immagine (entrambi di Lorenzo Fontana), in un’operazione che ricorda molto da vicino le serie di Francesco Gagliardi (Esercizi, dove gli spartiti di performance sono resi immagine su carta, spediti, fotografati e messi in rete, affidati all’esecuzione di uno spettacolo privato di cui non abbiamo traccia se non ipotetica) o di Giovanni Tola (Kroppslotion, dove l’autobiografia si articola fra testo e immagine, ponendo il proprio corpo come terreno unico della rappresentazione). N. d. D.]

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