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MONICA BACIO, di Lorenzo Fontana. 2: In lotta per il sé

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Monica Bacio

frammenti per un monologo

di Lorenzo Fontana

2. In lotta per il sè

L’infante invero cresce in apparenza senza forti scosse,
che scisse siano le interiora
e che nulla traspaia per ora
nessun sospetta
ma l’occhio che fosse attento,
quello de cangiamento esperto,
l’occhio e il core che de stravolgimento de budella e mente
s’accorge certo veramente,
già coglierebbe lo sguardo incerto e schivo
a difesa di ciò che veramente vivo.
Il flebile tentativo che chi per timidezza scambia
è sol perché nell’alma non ha presenza alcuna
di ciò che abbiam de dentro
de natura
c’alcuni non lo vogliono vedere
e rendon tutto a una questione di sedere,
de culo, per dirla in breve,
de cosse solamente da libido,
indove sol l’istinto regola l’andamento
e il sentimento devien robbetta
che se pol non considerare
qui se tratta de scopare,
leccar, ficcar li diti intra li buchi più arditi,
senza pensar che il cor dall’ano dista ben poco
e se gli usassi entrambi sarebbe un foco vero, che assai ti scalda;
ma andiamo innanzi che qui l’istoria salta un po’ in avanti,
col bimbo che di anni non ne ha tanti,
rendiamo ora un picciolo ricordo,
che forse agli occhi appar di poco peso,
ma son quelli, li ricordi, che, quando sei li steso a raccontare,
capisci che è il dettaglio che fé male
torniamo allor a quell’estate del ’73
e si era sull’isola, quella che non c’è.

Nell’isola dunque,
c’attorniata è dal mare in fronte alla tuscania
e d’elba porta il nome,
il piccolo fé la lunga villeggiatura estiva
in villa assai graziosa, ove s’el riunisce il nucleo famigliare.
In bocca al mare, sulla scogliera,
c’è la pineta,
la tata, c’asservita lo segue in ogni dove,
la sorella, che ancora pare un bove,
un padre che viene e va, e par come fantasma,
e la creante, che messa piega severa e sguardo a volte truce
non s’el preoccupa, non lo conduce,
ch’intanto basta un’occhio assai veloce nella tenuta
e l’attenzione inver non va perduta.
Nell’intimo l’infante già l’avverte sta natura
non solo de le piante, del mare si cangiante,
i venti che nell’isolana terra sospingono il salmastro
la sera guardando l’astro,
già immagina de scendere la scala là de pietra,
in mano la faretra,
com’era quella dea che in protezion tenea intra le selve
le selvatiche belve,
coloro insomma che d’addomesticar non c’era verso.
Più avanti gli diranno: sei perverso
ma lui l’istinto sente crescere potente,
ma non ha ancora voce
e drentro coce la smania de parlare,
de scegliere le cosse da indossare,
e lì, nascosto in un cassetto piccolino
ci sta il completino, quello maron di vellutino.

Ma come, sei impazzato? Il caldo qui riduce in uno stato
che t’impedisce de metter sto tessuto,
decido io come vai vestuto
le cosse lì marroni, sta giacca e pantaloni,
son brutte e van buttate
van messe delle cose per l’estate

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Lui piange e si dispera per quello impedimento,
nessun capisce si tanto svilimento,
ma illo avria già dentro nella testa
l’immagine de sé che scende quella scala
con il velluto, quello maron, come la dea Diana.
Lo strepito continua, che a darla vinta bisogna
se no pare d’averlo condannato in gogna,
e infine lo sguardo consolato
indossa sto vestito cioccolato.
Invero, s’ha da ammettere
che col calore della serata estiva
uno chiffon, un misto seta rendeva più lasciva
financo la sua uscita sulla scala,
ma ancor non pensa troppo in seduzione,
per lui importa solo d’avere indosso quel marrone,
giacchetta e pantalone
che in testa son rimasti poi per sempre
un simbolo di vestizione
de far ciò che lui vuole

Me metto sta giacchetta e se non ti sta bene, zitto e rispetta
ma soprattutto accetta
che sono un po’ diverso
che tengo già un mio gusto ch’el supera di molto quello tuo.

Saria caratteristica assodata
de tutta una categoria che è vista depravata
e invece solamente porta un peso
che è spesso quello dell’ingegno acceso,
che l’inquietudo e il giornaliero sforzo d’affermar
se stesso e in scelta
l’attrazione verso il proprio sesso
sviluppano in mente core e infin nell’instestino
un poco quell’istinto sopraffino
che ci permette de riconoscer la bellezza,
de renderla sublime in ogni cosa
e voi che riducete tutto in rosa,
di fronte al bimbo che pare così strano,
non v’impuntate invano nel cercar di trattenere,
de sviar quella natura, de non far vedere
l’unica via che vada perseguita.
e de far vivere sua vita,
de metterlo in agio e adagio accompagnarlo
senza tarlo d’essere sbagliato
minore o relegato ad oggetto difettoso.
È assai pericoloso non sostener natura
se è vera
è necessaria cura e dedizione
senza giudizio, senza alcuna esitazione
mettetegli addosso sto marrone
ancora non rompetegli il coglione
che quello, il coglione, poveretto con l’altro a fianco,
ha da subir sua storia che è uno sfianco
che tra un poco in rimata vi vado a raccontare
di come nel picciol corpo delicato
ce fosse un pezzo un poco difettato.

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“Monica Bacio è un nome rubato al personaggio di un testo di Michel Marc Bouchard, che io e Valentina Diana mettemmo in scena nel 2007. Un personaggio che è poi diventato una sorta di mio alter ego e che si è “esibito” in alcune occasioni (e grazie ad Elena Russo Arman, per aver coinvolto Monica nelle performances dedicate a Fassbinder, organizzate da Phoebe Zeitgeist a Milano) per poi rimanere in attesa di un’uscita ufficiale. Ora Monica è quasi pronta, nel frattempo le è cresciuta la barba, e si presenta raccontando la storia di un bambino, del bambino che era, e del suo percorso di crescita e di scoperta del mondo. Ho scritto il lamento di Monica in versi, perchè era per me l’unico modo di dire cose non sempre leggere, mantenendo un po’ di distacco, cercando di non abbandonare mai il tono giocoso e ironico.” [dal Foglio di sala de IL LAMENTO, ovvero le lacrime, DI MONICA BACIO, di e con Lorenzo Fontana, andato in scena il 10 aprile 2015 al Cecchi Point di Torino]

Monica Bacio ha una pagina facebook.

 

Monica Bacio

frammenti per un monologo

di Lorenzo Fontana

1. Intro

 

[ Da sempre FN si interroga, nella pratica, sul rapporto fra testo e immagine in rete e su come sia possibile portare in ambito virtuale materiali che vivono all’interno del mondo tangibile; la serie di Monica Bacio, che Lorenzo Fontana pubblicherà per FN nel corso dell’estate 2015, nasce dal progetto di un monologo, che ha già visto una prima messa in scena come studio. Come si porta un monologo in rete? Senza il corpo dell’attore, senza la voce, la scena? Monica Bacio prova a farlo costruendo dei frammenti che combinano testo e immagine (entrambi di Lorenzo Fontana), in un’operazione che ricorda molto da vicino le serie di Francesco Gagliardi (Esercizi, dove gli spartiti di performance sono resi immagine su carta, spediti, fotografati e messo in rete, affidati all’esecuzione di uno spettacolo privato di cui non abbiamo traccia se non ipotetica) o di Giovanni Tola (Kroppslotion, dove l’autobiografia si articola fra testo e immagine, ponendo il proprio corpo come terreno unico della rappresentazione). N. d. D.]

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