Non starò a raccontarvi delle storie

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LONDRA, di Federico Andornino / Intro

[Londra, di Federico Andornino, e Berlino, di Giulio Galoppo, sono le due prime serie della nuova sezione di FN, Esteri.]

 

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Londra / Intro

Ci sono cose di questa città che è impossibile dimenticare. La prima volta che sali su un autobus a due piani. La pronuncia perfetta della signorina della metro che ti avvisa gentilmente di fare attenzione a dove metti i piedi se non vuoi ritrovarti in mezzo ai binari mentre cerchi di scendere dal vagone. La strana sensazione, mai provata in alcuna altra capitale, di essere in aperta campagna, quando invece hai a malapena varcato il cancello di Hyde Park. La sfingea imperturbabilità delle guardie di fronte a Buckingham Palace, tutte giacca rossa e cappello di pelo.

Sono cose che mi hanno colpito quando ho visitato Londra la prima volta: avevo dieci anni ed ero in vacanza studio con una professoressa di inglese (mia madre) e un rumoroso gruppo di studenti. Sono cose che mi strappano ancora un sorriso quando le ritrovo ora che qui ci vivo da un anno e mezzo: mi ricordano, nonostante il tran tran quotidiano, quanto sia straordinaria questa città. E sono, in fondo, alcune delle cose che mi hanno spinto a impacchettare la mia vita e diventare londinese.

Nell’ottobre 2012 ero un pendolare (frustrato grazie alle mitiche Ferrovie dello Stato), abituato a sorbirsi centinaia di chilometri ogni giorno per raggiungere la sede della Rizzoli a Milano, partendo da un paesino della provincia di Torino, non lontano dal quartiere generale di FN. Lavoravo alla Narrativa Straniera come Junior Editor, un lavoro che mi piaceva moltissimo, fatto di libri, tanti libri in tante lingue: libri inglesi, americani, spagnoli, tedeschi, francesi, catalani, portoghesi. Libri brutti, libri di successo, libri amati dalla critica e da noi addetti ai lavori e ignorati completamente dal pubblico. Leggevo, recensivo, twittavo, scandagliavo i report dei nostri scout da tutto il mondo alla ricerca del nuovo caso editoriale, o più semplicemente di un libro buono (ma buono per davvero).

Era un ambiente stimolante e faticoso insieme. Stimolante per la qualità dei colleghi e per la mole di manoscritti che ci capitava fra le mani, con autori meravigliosi come Chad Harbach (L’arte di vivere in difesa), Elizabeth Gilbert (Mangia Prega Ama), Gillian Flynn (L’amore bugiardo). E faticoso per le condizioni di lavoro indecenti a cui tanti di noi eravamo costretti: contratti semestrali, nessuna certezza del futuro, possibilità di carriera limitate, organizzazione gerarchica (per non dire feudale) dell’azienda. Per non parlare delle pessime macchinette del caffè. Ed è arrivato un momento in cui il piacere di lavorare con i libri e per i libri è stato superato dalla voglia di andare in un luogo in cui lavorare nell’editoria non fosse sinonimo di precariato, ma al massimo di dura, ma giusta, gavetta.

E così il 7 gennaio 2013 mi sono ritrovato al mio primo giorno di lavoro per una imprint di Hachette, il secondo gruppo editoriale al mondo (dopo Penguin Random House, per intenderci). Un contratto a tempo indeterminato con tre mesi di prova, una ampia gamma di benefit che rendono la vita un pochino più facile, possibilità di carriera e un CEO che non solo sa il tuo nome ma ti fa trovare un biglietto di auguri sulla scrivania per il tuo compleanno. Stupidaggini, forse, ma credo rendano bene l’idea di cosa voglia dire trasferirsi dall’Italia a qui. E credo anche che siano un buon punto di partenza per parlare di editoria anglosassone.

Si può riassumere tutto in una parola: professionalità. E con questo non intendo dire che chi lavora nelle case editrici italiane non è in grado di fare bene il proprio mestiere. Tutt’altro. Ma ho sempre avuto l’impressione, dal mio primo giorno di lavoro quando ancora neanche avevo capito come funzionavano gli ascensori (qui è tutto touchscreen, una cosa che manco Star Trek…), che qui si facesse sul serio. Che i libri, da quelli erotici a quelli che poi vincono il Booker, sono una cosa da trattare con cura. Che vanno pensati, studiati, lavorati con attenzione, passione e creatività. Guardando al futuro, mettendo insieme persone talentuose che vedono il libro digitale, ad esempio, non come un punto di arrivo, ma come un tassello imprescindibile di uno sviluppo che va oltre ancora. Pensando a come unire il business alla bellezza.

Ecco, io questa dimensione l’avevo persa completamente in Italia: il business era gestito in maniera bizantina. La bellezza era tanta ma spesso soffocata. Ne risentivamo tutti noi giovani lavoratori del libro, e tutti siamo fuggiti: dei miei ex colleghi non è rimasto nessuno, e siamo ora sparsi in tre diversi paesi europei e in una città americana.

Certo, poi ci sono i giorni in cui tutto va male anche qui: fare business all’inglese significa anche parecchia burocrazia. E il caffè è anche peggio di quello di Rizzoli. Ma quello di cui voglio scrivere qui è l’aspetto migliore dell’editoria londinese: lo scoppiettante brio che la caratterizza. La sensazione che il settore sia sì lontano dai tempi d’oro in cui si vendevano centinaia di migliaia di copie in tascabile e si firmavano contratti dopo un pranzo ad alto tasso alcolico, ma che questo non sia sinonimo di ‘apocalisse’, quanto piuttosto di ‘rimbocchiamoci le maniche e troviamo una soluzione’.

E io me le rimbocco così, via web, grazie al generoso invito di FN che mi permette di scrivere due righe ogni tanto (ma con regolarità, ci mancherebbe!), e che mi lascia spazio anche per altre incursioni nella mia vita da londinese d’adozione che non scrive solo di libri, ma che ogni tanto da sfogo ad altre passioni.

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