Non starò a raccontarvi delle storie

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Libri a forma di libri

Da qualche anno si parla di smaterializzazione dei testi, i testi cioè non sono più vincolati al supporto cartaceo, sono qui e ovunque, leggibili ma imprendibili; la nostra memoria, che si era abituata a fissare frasi, concetti, emozioni alla sensazione tangibile di una pagina fra le dita, a una copertina in tutte le sue componenti, dovrà imparare a farne a meno. Naturalmente ci sono vantaggi e svantaggi e dopo qualche tempo in cui da una parte si diceva che il libro sarebbe morto di lì a una settimana e dall’altra si diceva figurati non succederà mai, ora più o meno si è tutti concordi nell’immaginarsi che i testi digitali sono limitati nella loro diffusione solo dall’essere ancora tecnicamente molto rozzi, almeno nell’orizzonte dei prezzi di uno smercio di massa, e che accanto a loro il libro cartaceo sopravviverà e tornerà a dare il suo meglio proprio esaltando l’unica cosa che il testo digitale davvero non può assumere, un corpo. Ci si immagina cioè, e già si sperimenta, un futuro dove i libri di carta, rivolti a un pubblico sempre meno di massa, siano sempre più curati nel loro aspetto materico, grafico, sensoriale. I libri cioè che per un secolo o due non si sono interrogati sul loro corpo, dandolo per scontato, ora devono farlo e nessuno sa quali sviluppi questi pensieri potranno avere. Un ambito editoriale però dove questi pensieri si fanno da sempre è quello esteso e straordinario dei libri per bambini. Lì i libri non sono mai solo parole su carta, lì ogni parte del libro concorre a raccontare la storia e le regole si ricontrattano ogni volta; accanto a libri noiosi –n’è pieno il mondo– che non lo fanno, ce ne sono certi che pensano che se si deve raccontare una storia di un orso allora la copertina dovrà essere di pelliccia, se è della Piccola Fiammiferaia la storia che si vuole raccontare, allora il libro starà in una scatola di fiammiferi e si spiegherà fra le mani come una voluta di fumo, se sarà quella di Jack e il fagiolo magico allora bisognerà che la pianta di fagioli cresca, e basterà gonfiarla, se il libro sarà da leggere mentre si fa la pappa allora sarà lavabile, e se parla di un cane, avrà il guinzaglio. Forse, se chi scrive libri, chi li immagina, chi li vende, chi li produce, guardasse con più rispetto a ciò che in quell’ambito si fa da quando la smaterializzazione dei testi non era neanche immaginabile, il loro stesso futuro, e quello di noi tutti lettori e lettrici, improvvisamente potrebbe sembrare più roseo.

→ Margaret Wise Brown, testi; Garth Williams, illustrazioni, Little Fur Family. Harper & Row, anno della ristampa non indicato, ed. orig. 1946

→ Elizabeth Marie, La petite fille aux allumettes n’est pas morte. Parution, 1989

→ Kerry Tucker, Hal Morgan, testi; Susan Marsh design e illustrazioni, Jack and the beanstalk. Steam Press 1987

→  Autore non indicato, Ik leer, Mulder & Zoon 1994

→  Art Spiegelman, Aprimi… Sono un cane, io!. traduzione di Aldo Busi. Mondadori 1977. (tit. orig.: Open me…I’m a dog!)

[nel 2015 ho scritto più o meno un post al mese per il sito del Rosso Antico, un vermuth. Esperienza felicissima –pagamenti puntuali, interlocutore gentile e attento–, poi conclusasi per il dirottamento altrove degli investimenti pubblicitari. In questi giorni mi sono accorto che tutto il sito, e quindi i miei post, che sino a poco fa si trovavano, è sparito. Naturalmente da allora molto si è perso nei miei computer, ma qualcosa riesco a recuperare e lo metterò qui, dove si parla di libri a partire da un esempio, un pretesto, uno specimen (n.d.d.)]

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