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LEGGERE NON È PIÙ FIGO

Vincenzo Latromico, Armin Linke, Narciso nelle colonie. Quodlibet Humboldt 2013. Progetto grafico di Pupilla Graphic. Pagine interne (part.), 1

A maggio al Salone del Libro di Torino si sentivano confidenze sull’editoria che gareggiavano in drammaticità con i dati diffusi, con un gusto manifesto di chi racconta la sera episodi terrifici: la crisi, ovunque e devastante; i numeri dei licenziamenti, inauditi; le chiusure, insospettabili; le percentuali –in meno- delle vendite, a progressione sempre più sostenuta, passavano da uno stand all’altro con il gusto un po’ dandy di chi guarda chi s’affanni a tentare di stare a galla, o di chi, spaventato, ti chiede:- e noi, come faremo?

Nel mentre il quotidiano cittadino titolava dati trionfalistici sulle affluenze, sugli acquisti, su quanto sia bello un libro yuppi ye (alla fine: ingressi: +20%; acquisti: +13%; Saviano mille copie, poi, a scendere: Dan Brown, Matteo Renzi, Antonio Conte… Fuori dal Salone, l’Italia, nei primi quattro mesi dell’anno ha acquistato libri per il 4,4% in meno dell’anno passato).

La coincidenza temporale dei dati la fa sembrare significativa, ma ci dice soltanto che il Salone del Libro di Torino ha saputo inventare una formula vincente per una manifestazione, non ci dà lumi su altro. È strano stupirsi che si vendano pochi libri.

C’è solo l’imbarazzo della scelta a cercarne le cause. Ci sono meno soldi (è vero, una serata al cinema più pizza costa a una famiglia quanto la quota libro di un po’ di quei lettori da un solo libro all’anno, po’ che varia da uno –che si è comprato un “Millennio” Einaudi in due tomi- a più di un centinaio –che si sono comprati un “Live” di Newton Compton a 0,99-), ma dire che i libri costano troppo è un po’ uno sforzo di limitata fantasia.

Può darsi ci sia spesso un rapporto valore/prezzo assolutamente a capocchia, ma i libri non costano troppo. Non quando una cena al ristornate può costarti a testa come un volume della Fondazione Valla.

L’offerta è di bassa qualità; vero; ma è pur vero che se andiamo a spulciare i cataloghi degli anni ’70 ci sono montagne di libri che uno ora si chiede come mai sia stato possibile che anche una sola persona li abbia non già letti –che è stupefacente- ma anche solo comprati. C’era meno da fare, allora.

Non c’erano mille distrazioni come ora, non c’era come ora la frammentazione dei canali delle sollecitazioni non si era immersi in un flusso costante di impulsi che ci chiedono costantemente un feedback, si poteva, allora, esistere anche un momento senza dirlo, addirittura una sera intera, un giorno, addirittura un’intera estate.

Ma quello che facevano le case editrici allora era di rendere figo che, in quell’ora, in quella sera, in quelle vacanze, si leggesse. Rinunciando a guardare il tramonto o alla chitarrata in spiaggia o a ballare o a ricamare al tombolo.

Ora c’è una sola casa editrice capace di far balenare l’idea che sia più figo leggere un libro invece che feedbeccarsi sui social? È probabile che di fondo noi tutti si sia interiorizzato che no, non è più figo leggere di far guadagnare soldi ai social con le minute manifestazioni della nostra esistenza.

Vincenzo Latromico, Armin Linke, Narciso nelle colonie. Quodlibet Humboldt 2013. Progetto grafico di Pupilla Graphic. Pagine interne (part.), 1

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