Non starò a raccontarvi delle storie

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le giostre

le giostre

Le giostre mi sono sempre piaciute. Non mi vengono in mente luoghi più tristi delle giostre, che allo stesso tempo, come le giostre, mi trasmettano un senso della tristezza così innocua. Molte cose della mia vita, le giostre fra queste, mi accompagnano da sempre, senza che siano diventate una passione o una mania. Anche il mio amore per i libri, che si avvicina molto ad una mania, e che a volte vincola la mia vita come una malattia, non è mai diventata vera ossessione. Ho dei tratti di bibliofilia, ma anche la compulsione all’acquisto è lieve, nei limiti che le circostanze impongono. Guardando questa fotografia ho pensato a quanto mi piacciano le giostre, e quante me ne ricordi, e insieme quanto questa presenza sia episodica, non si sia trasformata in niente più che un piacere, struggente, ma occasionale. Come spesso nella mia vita le giostre rappresentano un desiderio che si bea d’essere esaudito, senza che mai si trasformi in mancanza, rimpianto, frustrazione, amore. Non credo che né mia madre né mio padre mi abbiano mai portato alle giostre. Ci portava, invece, ogni tanto, la nostra Signorina, la ragazza -quanti anni avrà avuto?- che si occupava di noi e che viveva in casa con noi. D’estate passavamo qualche tempo a casa sua, a Udine, e per qualche ragione credo che questa foto sia stata scattata in quell’occasione. Una di quella volte andai sugli autoscontri, e a causa di una collisione sbattei la fronte contro il volante, rompendo gli occhiali. Questo in realtà lo so senza ricordarlo, e ho sempre pensato che questa foto si riferisse a quella volta, anche se evidentemente non sono su un autoscontro. Sono abbastanza vecchio da aver goduto di molta libertà di movimento da piccolo, andavo a scuola a piedi, e il pomeriggio potevo scendere in paese senza che nessuno mi controllasse. Sia al mare, dove abitavamo, sia in montagna, dove andavamo in villeggiatura. Sul lungo mare, come nella strada principale della città di montagna, c’erano quelle giostrine singole che funzionano inserendo una moneta. I nostri genitori non ci davano soldi, paghette o cose così, io li rubavo, e quando scendevo al lungo mare facevo sempre un giro -mi ricordo un coniglio, un TopoGigio, non mi piacevano le automobili o i mezzi di trasporto in genere. Vicino al porto c’era una giostra di quelle che girano, che sembrano delle torte, con cavalli, automobiline, macchine spaziali, che girano salendo e scendendo, un signore, chiuso in un gabbiotto, governa un filo da cui pende una coda, se la prendi vinci un nuovo giro. Nel primo pomeriggio di solito non c’era nessuno, e se c’era, io aspettavo andasse via, poi andavo dal signore e davo le mie monete, e mi facevo dei giri. Se ne potevo fare due, spesso il signore mi faceva prendere la coda e io così facevo tre giri. Poi scendevo e mi sedevo su una delle piccole panchine intorno e guardavo, quando poi arrivavano delle persone andavo via. Nello stesso posto qualche anno dopo allestirono un piccolo Luna Park, e c’erano gli autoscontri, dovevo avere intorno ai 12 anni, ed ero lì la sera, forse era inverno. Intorno agli autoscontri si agitavano i più bulli della città, che facevano chiasso e ridevano a voce alta, cosa che a me sembrava impossibile. Quella sera mi s’è impressa indelebilmente nella mente, con quei lampi di voci, i corpi, e con uno struggente senso di esclusione, per un equivoco che fece la mia ignoranza, sulla musica di una canzone di Julio Iglesias, un genere di musica che i miei genitori non avrebbero approvato. A me sembrava la canzone dicesse “Se mi lasci lombare”, e in una strana crasi con la parola lombi, io credevo volese dire “se mi lasci scopare”, cosa che mi imbarazzava tantissimo e insieme mi faceva sentire audace e peccaminoso; il seguito, “Non ti sembra un po’ caro il prezzo che adesso io sto per pagare?”, mi faceva procedere ancora più vertiginosamente in un mondo di relazioni che mi erano sconosciute ma che sembravano straordinariamente seducenti, e che solo molti anni dopo, a equivoco svelato, riuscii a decifrare.

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