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La bella era / Intro, di Marta Occhipinti

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[Inizia qui una breve serie lungo la quale Marta Occhipinti, che esordisce con questo post su FN, (benvenuta! benvenuta!), esplora e racconta un’aspetto dell’editoria che, se pure può apparire laterale, in realtà si rivela come una lente utilissima per seguirne i cambiamenti e le mutazioni.]

Risvolti e risvoltisti. La bella era

di Marta Occhipinti
1.: Intro

 

L’ermeneutica dell’edizione. Su come e su cosa cosa dicano i libri

«Carte diverse e diversi inchiostri raccontano fole diverse»
(Manganelli, Pinocchio: un libro parallelo, p.40)

Da Calvino a Genette, da Escarpit a Ferretti e Calasso, abbiamo imparato a parlare di lettura come rapporto tra il libro, in quanto “oggetto editoriale”, e chi legge.

E così anche per la scrittura quando, spogliatasi del mito che la vorrebbe innata e immutabile essa si immerge nella società in cui vive, dando vita a testi, destinati poi a divenire oggetti incisi, stampati, informatizzati e, in generale, manufatti per la cui realizzazione sono state attivate precise e non casuali strategie: quelle tecniche, se vogliamo, retoriche che cuciono l’immagine di un testo.

Esiste una relazione quasi edonistica tra libro e lettori, che inizia già al primo sguardo o per la bramosia dell’ acquisto, sino a diventare passione quando si rigira il libro tra le mani, lo si sfoglia sino all’ultima pagina per vedere quant’è lungo, si leggono di sfuggita le frasi, ora allettanti ora provocatorie, di quarte e fascette, forse per la voglia di prolungarne ancora quel piacere più consistente della prima vera lettura. Come una scatola nera, il libro raccoglie dentro di sé tutti i cambiamenti che un testo subisce sino ad arrivare a chi legge (impaginazione, scelte tipografiche, formato, tipologia di collana, etc.) e, proprio nel suo secernere il testo per renderlo presente, nasconde magicamente in un’altra penombra il lavoro del suo autore, che fermo aspetta di essere svelato ai e dai suoi lettori per mezzo di una particolare “lanterna paratestuale” – direbbe Gérard Genette – quella soglia d’accesso al testo che diventa il luogo retorico di comunicazione tra scrittori, editori e lettori.

I frequentatori di librerie non attribuiscono particolare importanza alla materialità del testo, o spesso ne attribuiscono talmente tanta da fermarsi solo alla soglia del libro, senza attraversarla; però gli editori conoscono bene la funzione che l’universo paratestuale riveste in relazione al pubblico dei prossimi lettori/acquirenti, a partire da copertine, dediche, indici o “scritti – civetta” come quarte e risvolti.

Così fu per tutto il secondo Novecento, quando da Mondadori a Einaudi e da Bompiani a Feltrinelli si curava con attenzione spasmodica e con calcolata acutezza la stesura di “risvolti editoriali”, che in mano a intellettuali di rango divennero “micro-saggi” critici suggestivi, seducenti e capaci di interpretare, nel giro di poche righe, le mode di un’epoca, sino a caratterizzare l’identità editorial-letteraria delle singole case.

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Aletta, bandella, ribaltina, risguardo di sopraccoperta, o comunemente risvolto di copertina (blurb in inglese), lo scritto di presentazione editoriale è il luogo in cui si condensano o si approfondiscono le indicazioni di copertina. Un risvolto è una minuta e influentissima porta d’ingresso alla lettura, conativa, informativa, perturbante e deferente in base alla sua natura imbonitoria oppure critica.

Essendo programmaticamente indirizzato dall’editore alla comunità di lettori per la quale la forma dell’edizione è stata pensata, il risvolto è esso stesso lettura e scrittura: ricorre a uno stile e a un registro linguistico che entra in contatto coi lettori ricercati, accomunando come in un luogo franco chi scrive e chi legge.

Letta in chiave critica, la storia dello scritto di copertina fotografa la parabola incidentata di autori, “generi” e mode letterarie. È la storia di un’editoria che cambia e si rinnova, è la storia di un leggere “contagioso” che ostinatamente vuole far parte del mondo per confermarlo o smentirlo.

È una storia giovane e affascinante quella dei risvolti, che si evolve negli anni d’oro dell’editoria italiana, in quel clima, cioè, di maggiore consapevolezza che accomunò gli editori tra gli anni ’50 e ’80 del Novecento. Si è trattato di una vera e propria transizione da comunicato stampa extra testuale su quotidiano (mera scrittura di servizio tra editore e giornale nel primo Novecento, il famoso priére d’inserer alla francese), a schedina bibliografica precaria acclusa alle copie indirizzate alla critica prima e al pubblico tutto poi (moda editoriale quest’ultima a partire dal secondo dopoguerra), a, ancora, peritesto stabile su copertina o su sopraccoperta che a partire dagli anni Sessanta e Settanta conquistò un posto fisso sul piatto posteriore di copertina ( l’attuale e comunissima quarta).

 

Difficile non ricordare risvoltisti rabdomanti e suggestivi come Vittorini e Calvino, perfezionisti come Pavese, lapidari, anticonformisti e laconici come Sciascia, Longanesi e Debenedetti, i quali riuscirono per anni a trasformare lo scritto editoriale nel luogo di una militanza culturale che svelava o confermava ai lettori una parte del mondo attraverso una scrittura rivelatrice. Scrittori e critici capaci di ammirazione verso autori preferiti ma anche iconoclasti, così da liberare la mente e prepararla ad apprezzare il meglio.

Campione tra questi ultimi fu Elio Vittorini, figura irrisolta di intellettuale – editore su cui proseguiremo la nostra indagine nei post seguenti, nel tentativo di rileggere il lavoro in senso critico di uno dei maestri e iniziatori del risvolto editoriale.

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Ci concentreremo per tanto sulla singolare esperienza einaudiana dei “Gettoni”: collana sperimentale di narrativa degli anni Cinquanta nata dal gesto creativo dello stesso Vittorini, e testimonianza unica di quella sua instancabile militanza culturale atta a fondare una cultura folta e variegata di opere, con la consapevolezza che nell’attendere è l’inaspettato ciò che veramente si aspetta.

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