Non starò a raccontarvi delle storie

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“kroppslotion”

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1: “kroppslotion”

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Questa è la storia di un ragazzo insolito che ama la fotografia.

Indubbiamente, un incipit d’effetto. Riconosco che avrei potuto impreziosirlo, che so, con qualche altro aggettivo accattivante, del tipo ‘fantastico’ o ‘meraviglioso’; e ammetto candidamente che un timido ‘paradossale’ rischiò quasi di comparire prepotentemente – ma, alla fine, dopo un paio di profondi respiri e ben tre grattate di capo (di quelle serie, con la matita), desistetti.

Del resto, cosa potrà mai esserci di così strano in un sardo di poco più alto della media, dalla carnagione chiara, con barba e capelli rossicci («Un attimo: perché non tarchiato, basso e scuro?» – vi starete chiedendo), cresciuto ai piedi di una collina alberata e sempreverde («Un bosco in Sardegna? Ridateci le spiagge!» – immaginerete), in una casetta di mattoni dal tetto amaranto (vi precedo: no, non vivo dentro a un nuraghe – anche se, non lo nascondo, mi piacerebbe) e che fa fotografia firmandosi con una parola svedesizzante che potrebbe essere tradotta con ‘crema per il corpo’ (stavolta evito di riportare tra parentesi il vostro eventuale pensiero riguardo quest’ultima rivelazione)?

Ci sono tante cose

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da spiegare, me ne rendo conto: perciò, cari e affezionati lettori, prima che vediate spuntare dal nulla bizzarre figure di geishe con iPod, minacciosi Buddha in biancheria o Tutankhamon in costume hawaiano – per non parlare, poi, di teste infuocate, soggetti sfocati e geometriche impalcature – ritengo opportuno oltre che indispensabile (sempre a scanso di equivoci) fare alcune precisazioni.

Non essendo uno scrittore (sebbene ci fu un tempo in cui giocai al romanziere gotico, nella solitudine della mia buia stanzetta, con esisti disastrosi), lascerò che siano proprio le fotografie a parlare per/di me, con pazienza e senza grosse pretese: del resto, sono i nucleotidi che formano il mio DNA.

Si tratta d’immagini che dicono tanto, più di quanto vorrei che le persone realmente sapessero. Non c’è bisogno di un esperto per capirne il senso – che non è, quindi, così criptico: nascono tutte da spunti e riflessioni su vicende accadute che, nel bene o nel male, mi segnarono a tal punto da volerle fissare su carta fotografica, lucida od opaca a seconda delle esigenze.

Ogni foto ha, perciò, sempre qualcosa da raccontare. Ed esattamente come succede con i personaggi dei libri più avvincenti e improbabili, prima o poi potreste, con sorpresa, immedesimarvici o, addirittura, provare un’empatia talmente forte da correre al supermercato più vicino e acquistare, per solidarietà, una tinta per capelli color ciliegia. Recenti esposizioni hanno dimostrato, infine, che sono a prova di sindrome di Stendhal.

Sicché è un’analisi un po’ mia e, forse, un po’ vostra, iniziata nel lontano 2009: sono sicuro che, in qualcosa vi ritroverete o ci ritroveremo.

Quest’oggi mi limiterò a raccontare la curiosa origine del mio pseudonimo che, oltretutto, dà titolo alla piccola porzione sui vostri schermi a me dedicata.

Tutto iniziò in un afoso pomeriggio di qualche tempo fa. Mi trovavo in Scandinavia e, secco come un merluzzo norvegese sotto sale, decisi di acquistare per poche corone una crema piuttosto anonima ma coloratissima, attratto dalle linee moderne della boccetta in plastica azzurra e dalla lunga lista di ingredienti, ricca di vocali con dieresi e zero spaccato: ‘kroppslotion’. Kropp, corpo, Lotion, lozione. Felice di averne intuito il senso, mi apprestai a spalmarne il fluorescente contenuto al fine di acquisire sembianze umane. Purtroppo, il destino (anzi, gli allergeni) volle (vollero) che mi riempissi di fastidiose macchiette rosse e mi trasformassi in qualcosa di meglio: una versione in carne e ossa di Pimpa.

Feci quello che qualunque italiano avrebbe fatto, nelle mie condizioni: di necessità virtù, imparai lo svedese in dieci minuti e, con faccia preoccupata, irruppi in una clinica e ripetei tante di quelle volte la parola ‘kroppslotion’ che i medici (pazienti inclusi), visibilmente turbati, mi scambiarono probabilmente per un eccentrico rappresentante di cosmetici. Dopo aver speso l’equivalente di un biglietto aereo per Dubai in antistaminici e succhi alla mela verde – i primi per l’allergia, i secondi per il morale – pensai spesso, in quei giorni, a ‘kroppslotion’ come nome del mio alter ego fotografico, giacché fu proprio in Svezia che iniziai la mia prima serie di lavori: giurai su Thor che se mai fossi guarito in meno di cinque giorni, avrei tradotto i titoli delle mie opere in svedese. Così fu, è e sarà. Per lo meno fino alla prossima reazione allergica.

 

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