Non starò a raccontarvi delle storie

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JULES E JIM cent’anni prima, di Massimo Scotti

Torna, un anno dopo,
All Summer Long, piccola rubrica estiva di Massimo Scotti
-visto che l’estate quest’anno non è mai arrivata abbiamo pensato di portarla all’autunno, ed eccola qua

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All Summer Long
di Massimo Scotti

Jules e Jim cent’anni prima

E se La piccola Fadette di George Sand fosse il romanzo più queer del 2014?
Lo leggi da piccolo e non capisci niente. Perché lo leggi con degnazione, considerandolo “roba da femminucce”. Con quel titolo, poi… Ma una nuova edizione (Neri Pozza, 2014, appunto, con una stupenda introduzione di Daria Galateria) lo rende di nuovo degno di attenzione: da bambino leggevi di quei due fratellini gemelli che si volevano tanto bene, e del loro idillio che è turbato dall’arrivo di una guastafeste. La Fadette del titolo: brutta, sporca e cattiva.

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Non ricordavo altro, dalla prima lettura, tanti anni fa, in una di quelle estati in cui non sai proprio più che cosa leggere, sei chiuso in campagna senza negozi e hai già finito tutto quello che ti sei portato dietro, quindi per disperazione ti impareresti a memoria anche le istruzioni per l’uso dei medicinali. Una vera fortuna non ricordare oggi lo sviluppo della vicenda, che promette benissimo, ma te ne sei accorto solo con scandaloso ritardo.

L’amore tra i due gemelli è troppo appassionato per non risultare sospetto. Jules e Jim sono ancora lontani. E la Fadette è un personaggio del tutto inconsueto le cui sfumature ti erano sfuggite.
C’è la campagna della Francia profonda, con i suoi riti sociali arcaici e le sue superstizioni; c’è un mondo apparentemente immobile che si contrappone alle rivoluzioni del 1848. L’autrice se ne va da Parigi, dove ha parteggiato troppo per i rivoltosi, a cercare nel Berry della sua infanzia pace e distanza dagli eventi; ne nascerà una trilogia campestre che comprende François le Champi (edizione a cura di Cinzia Bigliosi, Feltrinelli, 2010) e La Mare au Diable. Quest’ultimo purtroppo è pressoché introvabile.
L’intera trilogia è stata pubblicata da TEA ormai un po’ di tempo fa, a cura di Daniela Dalla Valle, nel 1992, ma ventidue anni per una persistenza in libreria sono ormai un periodo inconcepibile. Quindi Lo stagno (o la palude) del diavolo aspetta una riedizione, se solo questi editori si svegliassero, una buona volta!

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George Sand fa parte di quel drappello di donne battagliere e antipaticissime al potere maschile, come quella povera Madame de Staël che Napoleone bandì da Parigi, specificando anche a quanti chilometri di distanza minima dovesse rimanere: lei se ne tornò nel suo castello di Coppet e lì giunta pensò bene di diffondere il Romanticismo in tutta Europa; oggi quasi nessuno la legge più, e anche George Sand di lettori ne ha pochi.
Due immensi scrittori francesi (due fra i tanti: nientemeno che Proust e Flaubert) si inchinavano al genio e alla maestria della vecchia signora vestita da uomo, che tanti anni prima di Colette collezionò amanti e amantesse alla faccia dei buoni costumi e dell’età avanzata.

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L’unico difetto del libro emerge proprio quando la scrittrice non si accontenta più delle sue insinuanti sottigliezze psicologiche e cede alle convenzioni letterarie – e maschiliste?
All’improvviso la sua contadinella malvestita e selvatica si mette a parlare come un libertino settecentesco o un filosofo dell’età dei Lumi, ma poi per fortuna le passa e torna a essere quel personaggio incantevole, fuori dagli schemi, inusitato che era nelle intenzioni di George Sand (e al quale probabilmente l’autrice stessa, nell’infanzia, era molto somigliante).
Ricorda la Pisana di Nievo, per certi versi, e tante di quelle donne androgine e indipendenti che avrebbero fatto impazzire in seguito lettori e spettatori cinematografici, dalla Helen di Henri-Pierre Roché all’Ada Fiastri Paulhan. -E chi sarebbe questa?, si chiederanno i miei quattro lettori: il nome non lo ricorderanno, forse, ma l’attrice che la interpretò è indimenticabile – quella giovane Dominique Sanda che faceva impazzire De Niro e Depardieu nel Novecento di Bertolucci.

Dunque, non insistete: non vi dirò quale dei due gemelli sceglierà la Fadette, e nemmeno come ci resterà l’escluso. Probabilmente molto male. Ma nei romanzi dell’Ottocento si soffre, non c’è scampo: solo così si possono imparare le leggi ferree, spietate, irrisorie dell’amore, del gender e di quel genere letterario che fu proprio il romanzo dell’Ottocento, irripetibile per grandezza, insondabile per finezza, profondo e sconfinato come gli abissi senza fondo.

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E a ogni rilettura sorprendente, per i suoi meandri molto prossimi alla follia e per i continui tentativi segreti di dare un nome a quei sentimenti che non sapevano darselo da soli. Ora invece di uscire, visto che è una bella sera d’estate, scelgo un piacere più sottile e infantile: torno a leggere La piccola Fadette.

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