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JANA

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7: Jana

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Era una splendida giornata di sole, di quelle in cui scartare un ghiacciolo all’amarena significava ritrovarsi con una rossa nuvola di vapore appiccicoso tra le dita.
Era uno di quei giorni in cui la terra, più arsa che asciutta, si trasformava in un prezioso pavimento mosaicato e il verde foresta diventava una vera e propria rarità.
Era uno di quei momenti in cui si rimpiangeva la neve di gennaio – salvo poi, una volta arrivato l’inverno, desiderare ardentemente la calura estiva.
Per farla breve – se non fosse già abbastanza chiaro – il povero Joannes ribolliva e avrebbe tanto desiderato un vero bagno al mare, visto che gli unici concessigli erano quelli di sudore.

L’afa lo costringeva a rifugiarsi sotto chissà quale albero di Paleìdda,* il Regno dell’Ombra: la vegetazione piuttosto fitta creava una barriera così efficace da permettere al giovanissimo cavaliere di deporre parte dell’insopportabile armatura anti-UV e scorrazzare liberamente per le vie a fondo naturale tracciate da chissà quanti pesanti animali.
La madre, più aquila che chioccia, l’osservava percorrere affannato lo stretto sentiero, ricordandosi di controllare, di tanto in tanto, l’evoluzione del puntino bianco che, più di una decina di volte, vide ruzzolare o saltellare felice sopra quelle che dovevano essere delle siepi.

Come trascorrere in solitudine buona parte del pomeriggio?
Abbellire la propria T-shirt con foglie di erba vetriola o ricercare fossili incastonati nelle invitanti pareti di arenite ai piedi del bosco erano ottimi passatempi, tuttavia preferiva di gran lungo la fusione panica: immaginarsi albero, foglia o ruscello per vedere il mondo da angolazioni inusuali e altrimenti dimenticate, annotando impressioni e pensieri su un quadernetto. Fu l’unico fra tutti i compiti per le vacanze di sempre che eseguì con sincero piacere. Immedesimazione fa rima con comprensione e accettazione; pensateci: una mattina ci si svegliava asfodelo e si rientrava per cena quercia da sughero.**

La trasformazione avveniva per contatto: Joannes si arrampicava, abbracciava e stringeva con estrema attenzione; nessuna pianta mai si lamentò (del resto pesava poco più di un pettirosso).
Fu così che, mentre immaginava di essere una ginestra scorse, a pochi metri dall’arbusto, uno stretto ingresso scavato nella roccia: bianco accecante fuori, nero pece dentro. A lungo si chiese cosa mai potesse essere (forse la tana di una volpe gigante?) finché, stufo della propria diligenza, si consultò col nonno e scoprì qualcosa di enormemente affascinante: era una domus de janas, ovvero una casa delle fate.
Per i bambini come Joannes, che un giorno sì e l’altro pure infilavano nello zainetto i libri illustrati di Alan Lee e Brian Froud, consumando con gli occhi i loro fantastici disegni, quelle parole – proferite dalla bocca di un adulto, per giunta coi baffi bianchi – lo rassicurarono non poco sull’esistenza di un mondo di cui nessuno sapeva mai abbastanza.

Iniziò così a raccogliere informazioni qua e là ma, per quanto s’impegnasse, la curiosità si univa spesso alla confusione, dovuta alla duplice natura delle magiche creature in questione.
Tanto, troppo tempo fa janas e sardi convivevano pacificamente. Certo, visto l’altezza, si faceva fatica a distinguere chi fosse chi; per questo, onde evitare imbarazzanti malintesi, raggiunsero un accordo: gli ichnos, più forzuti e testardi, costruirono nuraghi, profondi pozzi per catturare la luna piena e vascelli che fecero, più volte, impallidire i fenici. Le janas, invece, leggiadre e riservate, si accontentarono di piccole stanze ricavate graffiando pazientemente la pietra più morbida con le loro lunghissime unghie, forti come il metallo. Vanitose ed estete, erano solite vestire colori sgargianti e indossare altissimi e buffi cappelli neri: amanti della vita notturna, in cambio di semplice lievito per il pane, insegnarono ai loro vicini l’importante arte della tessitura.
Tutto procedeva per il meglio fino a quando le fate non s’accorsero di alcuni piccoli furti e i sardi, un po’ permalosi di natura, mal tolleravano i loro giudizi totalmente gratuiti sui propri piccini.***

Fu così un susseguirsi di rapimenti, infanticidi, giganti mosche killer con un occhio solo che facevano da guardia a tesori e altri macabri aspetti che Joannes preferì non approfondire, considerato che la domus, dopotutto, era a un tiro di schioppo dalla propria abitazione.

Con una faccia che era tutta un programma e con le migliori intenzioni, prese coraggio e  varcò la soglia: si presentò biascicando una captatio infallibile (giacché il padre faceva il panettiere e il lievito, certo, non mancava); si sedette in quella che doveva essere la stanza più grande e attese. Abituati gli occhi all’oscurità, scorse altri tre ingressi, a misura di jana (era impossibile entrarvi senza farsi molto male).

Nessuna tragedia, solo un po’ di polvere, qualche ragno solitario e aria fresca. Fu così che il piccolo Joannes, amante dei nascondigli, ci passò buona parte delle ferie tra un libro, biscotti al latte e succhi di frutta alla pera.
L’incendio del ’94 lo costrinse ad allontanarsi dalla domus e a farvi ritorno quasi dieci anni dopo. Durante una gita scolastica, però, l’amara scoperta: in visita a una necropoli, scoprì di aver giocato per settimane all’interno di una catacomba!

Jana: una veste preziosa, un cappello importante e una fama ingombrante.

* Vedi Topp

** La maestra Marinella, del resto, la sapeva lunga.

*** Dal giudizio delle janas dipendeva il futuro dei nascituri: se male fatadu, sfiga perenne!

 

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7: Jana

[ Titolo: Jana - Tecnica: Stampa su carta fotografica 1:1. - Dimensione: 10x10 cm]

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