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Italo Calvino

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Questa fotografia, irrimediabilmente incollata su una pagina interna di uno spesso quaderno a righe Naj-Oleari (copertina di stoffa plastificata, rosa con fantasia di piccoli gabbiani in volo bianchi) che porta nella prima pagina la data 25.6.80, fu scattata a Parigi, all’aereoporto Charles de Gaulle, credo. Una foto del tramonto prima di partire. Non esiste prova che lo attesti, se non la mia memoria. Qualche pagina prima una foto forse della Senna ha indicato sotto: “Parigi 79”. Era la prima volta che andavo a Parigi. L’occasione fu una qualche fiera dell’alimentazione dove mio padre doveva essere presente. Non riesco a spiegarmi come mai mi portasse con lui. Non fu un gran viaggio, e qualche pagina prima annoto, rivolto a Parigi: “non ti ho visto molto, chiuso com’ero in quella mostra”, vagamente ricordo che passammo la maggior parte del tempo alla fiera, ricordo delle macchine d’acciaio per il confezionamento, dei nuovi cibi in confezioni plastiche. Ricordo che andammo a mangiare a un ristorante alle Halles, che erano da poco finite d’essere demolite e scavate, ricordo i ristoranti che si affacciavano su quell’immenso buco, anche se non so più se invece non sia un ricordo del film che vi girò Ferreri. Io mangiai per la prima volta le ostriche, che mi piacquero tantissimo non avrei voluto smettere di mangiarle, mentre a mio padre disgustavano, e sempre raccontava di una volta a un pranzo d’affari che dovette mangiarle e poi non resistette andò in bagno a vomitare. Vedemmo la Tour Eiffel e Notre Dame, e c’è da qualche parte credo una foto di me presa al Trocadero, coi capelli lunghi e lisci. Fu un viaggio un po’ senza importanza, anche se con tante prime volte, la città, l’aereo, le ostriche, un viaggio con mio padre, ma accanto ad un certo tepore paterno ne fui credo un po’ deluso, annioato. Ma: ma. Ma c’è un episodio che sempre racconto che lo rese memorabile: all’aereoporto, nei pressi del tramonto ch’è ripreso nella fotografia, d’improvviso mio padre si alzò da seduto e a voce molto alta urlò a una persona che passava: -Italo!-, e corso verso di lui che lasciava vedendolo le valige si abbracciarono, con un entusiasmo, e, ricordo, una commozzione, che mi stupì. Chiacchieravano fitto fitto, io rimasto alle nostre poltrone, e non capendo chi potesse essere. Poi gli aerei erano annunciati e a malincuore Italo e mio padre si salutarono con grandi gesti a ripresa allontanandosi. -Chi era?-, -Calvino!- rispose mio padre, tutto perso in ricordi che non mi raccontò, felice, come corroborato, divertito. Io gli saltavo attorno come un cane all’osso: -Calvino? ma Calvino Calvino?-, -Calvino-. Solo anni dopo seppi che nostro padre e Calvino erano stati compagni di banda sulle Alpi Liguri, durante la Resistenza. I nostri genitori decisero dopo la guerra, alla nascita dei figli, di tacere di quegli anni, per un misto inestricabile di pudore, di volontà di dimenticarne anche l’orrore, e per una -mi racconta ora mia madre- volontà di non influenzarci. Calvino, mi disse nostra madre anni fa, aveva ritratto babbo ne I sentieri dei nidi di ragno; quando me lo disse io ero in piena ribellione, e così non lo lessi. Ora, che nostra madre è molto anziana, vorrei chiederle, portarle il libro e farmi indicare mio padre fra quelle righe, ma sempre vince il rispetto per l’oblio.

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