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21: CHRISTOPHER ISHERWOOD / Incontro al fiume

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Christopher Isherwood, INCONTRO AL FIUME. Guanda 1982. Prosa contemporanea 21.

Christopher Isherwood, Incontro al fiume, Guanda, Milano 1982. 140 pp.; 20 cm x 12 cm; (Prosa contemporanea 21)
Titolo originale: A meeting by the river
Traduzione di Francesca Wagner
Brossura con bandelle
Alla copertina: Willem De Kooning, Porta sul fiume (1960)
Stampa: marzo 1983
Stampatore: Edigraf s.n.c. S. Giuliano Milanese
Copyright by Christopher Isherwood, 1967
© 1983 Ugo Guanda Editore S.p.A, via Daniele Manin 13, Milano
Lire: 10.000
Copia in buono stato.

[M. M.]

 

 

marchio_guanda

Alla bandella di copertina:

Il fiume è il Gange. L’incontro è quello tra i due fra­telli Patrick e Oliver. Patrick è sposato, ha due figlie ed è un omosessuale. Oliver è un inglese déraciné: prima in Africa, poi nella Croce Rossa tedesca, infi­ne in India. Sta per prendere i voti e Patrick vola da lui per dissuaderlo dal «rinunciare al mondo». Questa è la trama molto semplice del romanzo che Isherwood pubblicò nel 1967, subito dopo Un uomo solo, continuando una sua stagione felice. Ma tanto è semplice la trama quanto complesso il resto. Al grande tema Oriente-Occidente si possono far risali­re i due sottotemi: conflitto tra carità cristiana e pre­ghiera induista; e tema della santità in generale (che da noi si chiama umorismo). Altro tema: la fuga e il desiderio di morte dell’intellettuale europeo. Suo corollario: dovere di rifiutare la psicologia. Ma la malattia è comunque in agguato: e il romanzo po­trebbe essere letto in questa chiave: non si scappa dall’isteria e dalla schizofrenia.

In particolare la schizofrenia ci introduce in altre possibilità di interpretazione. Perché non pensare che il nucleo di Incontro al fiume è il dissidio-confronto tra l’«eterno discepolo» iconoclasta e l’«eter­no padre» da uccidere? O anche, più concretamen­te, secondo i parametri della buona narrativa tradi­zionale: ecco contrapposti i due «grandi caratteri»: la vanità e l’ambizione di Oliver e il buon senso del borghese medio europeo, cioè Patrick – nonostante Patrick sia un omosessuale… E, a proposito di omo­sessualità, perché non convenire, infine, che il tema sovrastante è proprio questo – con un suo apocalitti­co e radioso risvolto: prospettive di trascendenza in un corpo mistico, redenzione nella sacralità del reci­proco umiliarsi? D’altra parte, l’autentica genialità di Isherwood, che incontrò tardi l’Oriente (ma negli stessi anni dei molto lirici Kerouac e Ginsberg), consiste nel trattare questa incandescente materia con la soavità di una portinaia o d’una carezza bam­binesca. Non a caso, Incontro al fiume è metà roman­zo epistolare e metà diario – cioè due forme private, familiari, addirittura frivole (l’ordinazione a swami di Oliver viene definita da un Patrick che non so­spettiamo mai di vera superficialità con tipico lin­guaggio mondano: «la sua première»), E sicuramen­te questo è l’unico modo, per uno scrittore occiden­tale, di essere l’Ichikawa dell’Arpa birmana o il Dazai del Sole si spegne. Solo che, quasi inavvertita­mente, Isherwood non può che complicare le cose – quando si scopre che in fondo il romanzo ha due narratori, due voci: quella del Fratello Maggiore, cioè del Padre, e quella del Fratello Minore, il Fi­glio. Ed è che nessuno scrittore occidentale potrà mai rinunciare al «romanzesco», cioè fughe, adulte­ri, telefonate intercontinentali, «incontri al fiume» e riconciliazioni tra fratelli da troppo separati!

Ma è, infine, che per l’unico sogno umano degno di devozione se non di fede – quello della congiunzio­ne «sterile» (tra fratelli, tra padri e figli) – non c’è ri­paro se non, appunto, nel romanzesco. Da una parte l’«uomo solo» (letterato, monaco, eroe); dall’altra la «famiglia» – l’uno e l’altra con tutte le loro automistificazioni, ipocrisie, tradimenti e distrazioni dalla metafisica – con tutta la loro isteria (secondo un mo­ralista francese ogni forma di moralità umana non è che un connotato dell’isteria) e con tutto il loro co­raggio finale.

 

Alla bandella della quarta di copertina:

Christopher Isherwood è nato nel 1904 a High Lane (Cheshire). Dopo gli studi a Cambridge e la pubbli­cazione del primo romanzo, Tutti i cospiratori (1928), si reca a Berlino dove rimane fino al 1933. Di questo periodo sono alcuni dei suoi libri più noti: Il signor Norris se ne va (1935), Leoni e ombre (1938), Addio a Berlino (1939). Negli stessi anni, in collabo- razione con Auden, scrive anche testi teatrali: The Dog beneath thè Skin (1935), On thè Frontier (1938). Nel ’39 si trasferisce negli Stati Uniti e lavora come sceneggiatore per la Metro Goldwin Mayer, interes­sandosi nello stesso tempo di dottrine orientali. Cit­tadino americano dal ’46, Isherwood vive attual­mente in California, dove ha insegnato in varie uni­versità. Tra i romanzi da lui pubblicati nel dopo­guerra ricordiamo: La violetta del Prater (1945), Il mondo di sera (1954), Ritorno all’inferno (1962) e Un uomo solo (1964), edito in Italia da Guanda nel 1981. Il suo libro più recente è My Guru and his Disciple (1980); A Meeting by thè River, che qui presentiamo, è uscito in Inghilterra nel 1967.

 

 

 

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