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Ippolito Pizzetti e L’Ornitorinco, di Giovanna Zoboli

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Notizie da nessun luogo

di Giovanna Zoboli

10 / Del piantare e del leggere

Nell’indecifrabile mormorio del mondo oggettivo

2. Ippolito Pizzetti e L’Ornitorinco

Tutto ciò che lessi in Pollice verde stabilì, a lettere di fuoco, i fondamenti di ogni mia conoscenza successiva: dagli anatemi contro l’invasione di bouganville all’odio dichiarato per la profusione di abeti argentati, rose tea, araucarie e magnolie grandiflore nei giardini delle villettopoli italiane; dai consigli sul giardinaggio in vaso (esposizione, umidità, materiali etc.) alla descrizione delle tracce devastanti del passaggio di un oziorrinco; fu sulle sue pagine che appresi dell’esistenza della rosa banksiae, del ceanothus, delle clematidi e di centinaia di altre piante di cui mi fu subito chiaro sarebbe stato necessario conoscere forme, nomi, abitudini, predilezioni.
Terminato Pollice verde, l’incommensurabile piacere di leggere Pizzetti traslocò nei due possenti tomi de Il libro dei fiori, scritti insieme a Henry R. Cocker ed editi fastosamente da Garzanti, con illustrazioni al tratto e belle tavole a colori. Un pozzo senza fondo di informazioni, fra storie di piante, vite di botanici, indicazioni colturali, divagazioni storico geografiche, nella prosa limpida ed elegante con cui Ippolito ha sedotto, e per sempre, tutti gli italiani che amarono, amano e ameranno i giardini.

Riporto da Pollice verde:
Anche se questa rubrica si chiamasse Il bottone d’oro e trattasse esclusivamente di bottoni; o L’aringa d’argento e trattasse unicamente di aringhe […] non credo che scriverei diversamente, se non di bottoni che avessi personalmente visti e toccati, o di aringhe che avessi assaggiate, e il come e il quando e il dove e con chi e il giorno l’ora e il punto, io soggetto loro oggetti, con tutti i predicati possibili, perché in quel caso di bottoni e di aringhe sarebbe fatta la mia vita come oggi di piante. Perché concedetemi per una volta questa divagazione dopo tutti gli anni che ci frequentiamo, un giorno una lettrice mi scrive: «Lei trascura noi altri poveri diavoli che non abbiamo né parco né giardino né terrazzo ma solo piante in vaso» e io da quel momento per qualche mese mi occupo solo di piante di appartamento.
Non l’avessi mai fatto. Angelica mi dice: «Come sei diventato noioso, con tutte quelle piante impossibili che nessuno conosce; a me piace quando scrivi; quando invece spieghi come coltivare le piante – cosa che tanto so fare meglio di te – non puoi scrivere e diventi noioso». In verità Angelica e Uliva mi trovano sempre illeggibile quando non parlo di loro; e io docile mi sono messo a parlare di loro. Ma no. Nelle sfere iperuranie del giornale si è sentenziato: «Più piante e meno donne.» Come se fosse colpa mia che, che si occupano di piante conoscerò una trentina di donne e si e no due o tre uomini e poco a portata di mano. Ho fatto quindi un bel frego su Angelica, Uliva & c. e mi sono messo a trattare di paesaggio. «P. diventa sempre più involuto, non si capisce un’acca in quel che scrive» mi si riferisce, è stato il diffuso commento. «Sempre quegli inglesi» ha detto l’una, «che noia!» «Sempre quei tedeschi», ha sentenziato un’altra, «che mania!». Come se fosse colpa mia se il novanta per cento dei libri leggibili sulle piante è stato scritto da inglesi e tedeschi.

Ho riportato questo brano perché in poche righe dà conto di tutti i rischi in cui il lettore di libri su piante e giardini può incorrere: senso di inadeguatezza in quanto unicamente proprietario di vasi anziché di parchi, spiegazioni tecniche noiose, descrizioni di problematiche paesaggistiche incomprensibili, piante impossibili da procurarsi, netta prevalenza di inglesi tedeschi e donne, spesso nobildonne, fra gli autori di libri sui giardini. So che il nesso fra il termine ‘rischio’ e la categoria degli autori inglesi-tedeschi-donne non è immediato. Cercherò di spiegarlo.
Quando Pizzetti scrisse il brano riportato, era il 1979. Mediamente, ‘verde’ per gli italiani significava oleandri al sud, tuie al centro, gerani in Alto Adige. Questo per dire che nel nostro Paese, l’alfabetizzazione botanica era ancora da venire. E i vivai consolidavano le cattive abitudini proponendo non molto più che 30 specie fra alberi, arbusti e fiori: una specie di delirio trash in cui furoreggiavano banani e petunie, monstere e gladioli.
Trionfava, a quei tempi, come si diceva, il giardino tipo della villetta che prevedeva rose tea su fazzoletto di prato all’inglese, lauro ceraso per siepe, abete argentato o araucaria a rappresentare la categoria della maestà arborea; e, in estate, per i più raffinati, un’aiuola di salvia splendida o tagete, o tutte e due. Le bouganville erano un’oscena presenza fissa nella versione giardinetto mediterraneo; in Brianza e circumvicini, andavano per la maggiore le azalee color magenta, adattissime alle stanze delle partorienti e sulle ripe dei laghi; le ortensie, sempre al Nord, risolvevano immancabilmente il problema dell’ombra. Insomma, poche ma granitiche certezze: le fioriture dovevano essere imponenti, i colori sgargianti, le foglie lustre, le presenze esotiche. E che diamine, che si capisse che la natura è meravigliosa.

Ippolito Pizzetti cambiò le carte in tavola, portando in Italia ciò che di meglio esisteva all’estero. Interessato alla qualità del pensiero sull’ambiente che si poteva costruire e disinteressato alle inevitabili recriminazioni sullo snobismo del suo approccio (immancabili, perché in Italia insieme alle bouganville fioriscono demagogia, populismo e ignoranza), Pizzetti fu un pioniere in questo campo, e molto di quello che oggi abbiamo a disposizione per i nostri balconi e giardini si deve a lui: competenze, prima di tutto, e poi cultura, capacità di scegliere, vivaisti, libri, mercati e fiere che lavorano a un’idea più evoluta, interessante e colta di ambiente e paesaggio.
Fu lui infatti che col suo lavoro, insieme a pochi altri, in quegli anni inaugurò un modo nuovo di guardare al verde.

Lo fece non solo con la rubrica che teneva sull’“Espresso” e con i libri che scrisse, ma come curatore di due collane dedicate al tema di ambiente, piante e animali: la prima fu L’Ornitorinco, edita da Rizzoli con grafica sontuosa di John Alcorn; la seconda, Il corvo e la colomba, edita da Franco Muzzio editore. Un serie di volumi scicchissimi, ma soprattutto bellissimi, scritti da nomi da almanacco del Gotha: da Vita Sackville West a Hermann Fürst von Pükler-Muskau, da Lavinia Taverna a Gavin Maxwell. Naturalmente non tutti gli autori erano britanni o germanici o signore o titolati. Diciamo però che le persone che in genere potevano (o possono) dedicare gran parte del loro tempo alla cura di agrumi, bordure miste o giardini costruiti per attrarre farfalle, appartengono (o, meglio, appartenevano) a queste categorie, e questo o per possibilità economiche o per disponibilità di tempo o per cultura. O per tutte e tre le cose insieme. Ma che questo sia un assioma non è detto, come dimostrano, fra le altre, le biografie di Libereso Guglielmi e Gilles Clément.

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Per affrontare un libro dedicato alle piante e ai giardini bisogna essere sorretti da un solido interesse, e spesso nemmeno questo è sufficiente a far arrivare all’ultima pagina. Per cominciare, va detto che il lettore di questo tipo di libri approccia la lettura di solito su argomenti specifici che gli sono dettati dal momento contingente: ha appena visitato un parco storico, deve acquistare una nuova rosa, vuole capire bene se quella che fa per lui è una peonia arborea o arbustiva, cerca di stabilire che melo piantare, vuole conoscere nuove piante da ombra, si danna per sterminare un certo bruco, tenta di capire se agli iris c’è una valida alternativa, è deciso ad allontanare un esercito di lumache… Quindi agisce in questo modo: nel corso del tempo accumula decine e decine di libri dei più vari, da I 500 più bei giardini del mondo a Orti e fiori dei masi alpini, da Agrumicoltura a Il giardiniere appassionato, da Guarda e scopri gli alberi a La febbre dei tulipani e via discorrendo fino a riempire tre o quattro scaffali della libreria. A ogni nuovo acquisto, giunto a casa, il morboso piacere del possesso che lo ha indotto all’accaparramento, si muta in uno stato di  fiduciosa attesa del momento in cui il libro si rivelerà non solo di fondamentale utilità, ma anche l’ideale nutrimento per l’ampliamento delle proprie conoscenze arboricole.

Va poi aggiunto che nella maggior parte dei casi, coloro che scrivono di giardini non sono scrittori, il che significa che a fronte di massicce competenze e vaste esperienze può difettare loro la capacità di raccontare (e questo capita in tutti gli ambiti settoriali). In generale, poi, il tipico appassionato di  piante, che di solito sfiora livelli di fanatismo inimmaginabili (lo so perché ci sono passata) paragonabile solo a quello dei collezionisti di auto d’epoca, oscilla fra due stati d’animo: un incantamento fanciullesco e una disposizione pragmatica da stratega napoleonico. È questa la ragione per cui non di rado il registro di tali letture è schizofrenico: si va da idilliache (e spesso convenzionali) descrizioni della bellezza della natura, in particolare certi angoletti riuscitissimi del proprio giardino, a tecnicismi da dibattito ingegneresco, a base di acidità del terreno, vernalizzazioni, propaggini, solfati, guano, cesoie, taglierba, lune crescenti e calanti, virosi, ormoni radicanti etc. Il lettore, quindi, deve essere dotato di aerea fantasia e robusta motivazione per poter sostenere il peso di tale tetragona, inconsapevole tendenza ad annoiare a morte anche il lettore più bendisposto.

Ecco, i volumi presenti nelle collane curate da Pizzetti, riducono tali rischi in misura sensibile. Certo, Vita Sakville-West non è Virginia Woolf, e dalle pagine del suo libro che raccoglie gli articoli che scrisse per l’“Observer” fra il 1947 e il 1961, in cui racconta del suo celebre giardino a Sissinghurst Castle, traspare la sua natura pragmatica, vagamente imperiosa, il puntiglio di chi è abituato a comandare, ma soprattutto si dispiegano stile, curiosità, intelligenza e una solida saggezza, come dimostra un brano scelto velocemente fra i tanti:

Gennaio è un periodo morto, nel quale è impossibile uscire in giardino per fare alcunché di utile, perciò ci si riduce a studiare i cataloghi alla luce di una lampada, e si è così indotti a ordinare molte più piante e più semi del dovuto. Io ho ordinato una tamerice a fioritura estiva, la Tamaerix pentandra. Essa fiorirà in agosto, spero, in quel mese monotono e opprimente in cui sono pochi gli arbusti in fiore […] I cataloghi di sementi sono la mia rovina. Dopo tanti anni di giardinaggio mi sono fatta più accorta e non ordino avventatamente, sospinta dalle abbaglianti descrizioni che presentano ogni specie annuale semplicissima da coltivare e brillante come una diva del cinema, ora so che il giardinaggio non è così. Tuttavia mi lascio ancora convincere a ordinare qualche bustina di viola del pensiero Roggli o di garofani Chabaud, dopo aver appreso dall’esperienza quanto sono gradevoli e come sanno ripagarci.

Ugualmente seducenti, benché più rustiche e sobrie, sono le pagine di un altro colosso del giardinaggio inglese, Gertrude Jeckyll, inventrice della bordura mista (impresa che a me, sull’Appennino tosco-emiliano, non è mai riuscita, con quella terra adatta a fare piastrelle), del giardino inglese moderno nonché autrice di uno dei suoi cardini: Bosco e giardino nel quale il discrimine fra giardino e paesaggio si fa sempre più sottile, indistinguibile, e appunto, inglese. Leggo, a caso, il resoconto di una visita a un vivaio di Corylus avellana a Calcot:

Visitai quel vivaio circa ventisei anni fa e non lo scorderò mai. Era tutto circondato da un muro e dovetti suonare parecchie volte un campanello dal suono profondo, prima che qualcuno venisse ad aprire il cancello; ma alla fine fu aperto da una bella donna corpulenta e scurita dal sole che di aspetto ricordava le alacri mogli dei contadini che avevo conosciuto nella mia infanzia. Era la direttrice che conduceva il vivaio insieme a un numero sorprendentemente esiguo di aiutanti, soltanto tre uomini, se ben ricordo, ma sembrava come se potesse fare da sola il lavoro di “due uomini insieme”. Una delle specialità del luogo era una bella razza di mastini; un’altra era una vecchia vite Black Hamburg che vagava e si arrampicava dentro e fuori una vecchia serra, e che era incredibilmente produttiva. C’erano filari di noccioli che andavano in tutte le direzioni, e vaste distese di pallidissimi narcisi gialli: il Narcissus cernuus doppio, ora così raro e difficile da coltivare. Se avessi saputo allora quale cosa preziosa c’era in quel luogo, e in quale straordinaria abbondanza, non mi sarei accontentata della modesta dozzina che chiesi. Era un giardino piacevolissimo in cui gironzolare, soprattutto con il vecchio Mr. Webb che fece ben presto la sua comparsa. Indossava abiti neri di foggia antiquata – un quacchero, credo. […] Mi disse di essere un fervido sostenitore della totale astinenza, e mi condusse in un luogo erboso e ombroso fra i noccioli dove c’era una lastra di pietra verticale, simile a una lapide tombale, che recava l’iscrizione:

ALL’ALCOOL

Aveva scavato una tomba e vi aveva versato una gran quantità di vino, birra, e liquori, e poi aveva sistemato la lastra in segno della sua ripugnanza per il bere. L’intera faccenda è impressa nella mia mente come un quadro: i boschetti ombrosi di vecchi noccioli con le loro prime tenere foglie, i pallidi narcisi, gli imponenti mastini legati alla catena, con gli occhi arrossati e le zanne feroci, la florida direttrice piena di salute, e il lindo, vecchio gentiluomo in nero. Fu l’unico vivaio che ricordi in cui ci si poteva aspettare di vedere apparire le fate in una notte d’estate.

Molti altri sono i libri di queste collane di cui si dovrebbe parlare, come Il giardino naturale di William Robinson, altro caposaldo del giardinaggio britannico, con le fascinose incisioni di Mr. Alfred Parsons, grazie a cui legioni piante rustiche di ogni latitudine fecero il loro ingresso nel paesaggio inglese, conquistandolo per sempre. Oppure I giardini cinesi del rigoroso professor Chen Congzhou, massimo esperto di arte dei giardini cinesi, che fra le altre cose dichiara che la comprensione dei principi che regolano la composizione del giardino passa attraverso una sofisticata conoscenza poetica, motivo per cui  sarebbe utile usare l’espressione “comporre” anziché “costruire giardini”. Conclusa la realizzazione di un giardino, spiega, infatti, è necessario: aggiungere iscrizioni perché il paesaggio riveli tutto il suo splendore. Nel XVII capitolo de Il sogno della camera rossa, intitolato “Il talento letterario è messo alla prova dalla capacità di scrivere iscrizioni del Giardino delle Meraviglie”, si narra di come una volta terminati il lavoro di costruzione del giardino, sorse la necessità di apporre iscrizioni a ogni gazebo, terrazza, edificio e padiglione, e si dice che:

“Se non saranno apposte iscrizioni ai paesaggi più belli, ai padiglioni e alle sale del giardino, persino i fiori, i salici, le colline e laghi non potranno aggiungervi colore”.

Merita una menzione anche Un giardino mediterraneo di Lavinia Taverna: come si dice in quarta di copertina, cronaca di un’educazione al giardino, ovvero storia di come una incolta landa di terra a pochi chilometri da Roma, fu trasformata, a partire da una bustina di semi di Godezia, in uno dei più bei giardini italiani, quello della Landriana. Di questa lettura riporto un brano che mi pare esemplare di un tipico atteggiamento dello scrittore di giardini: l’invettiva contro una pianta odiata. È un classico: improvvisamente la delicata sensibilità dell’amatore si volge nel suo contrario. Una sorta di antidoto al pericolo sempre in agguato, anche per i più smaliziati, di indulgere in eccessi descrittivi sentimentali:

Le aucube tutti le conoscono, sono arbusti tristi, con foglie piatte, stupidamente lucide e sgraziatamente macchiate di giallo; sembra perfino che abbiano dentro qualcosa di stantio: certamente usano ripetersi identiche con una monotonia senza speranza. Per me rappresentano lo squallore ovunque le ritrovi e temo, purtroppo, che la mancanza di immaginazione ce le faccia incontrare spesso, perché hanno una insuperabile capacità di adattamento e di sopravvivenza e sanno scavalcare sempre ogni avversità. I sottoboschi di tanti bellissimi giardini non ne sono per nulla immuni e tutti i posti difficili e dimenticati ne sono facile preda. Le coltivano anche come piante da cortile, da terrazza e da casa. Un vaso di Aucuba in una portineria fuligginosa è per me quanto di più triste la natura e l’uomo insieme abbiano saputo produrre.

Fra tutti i libri sui giardini pubblicati da Pizzetti, ne ho uno prediletto: un gioiello di umorismo, eleganza letteraria, inesauribile competenza che mi fu regalato dopo una memorabile vacanza a Capri, da Massimo Scotti, appassionato studioso di cose capresi e mediterranee. Si tratta della Flora privata di Capri di Edwin Cerio, botanico per passione, ingegnere navale di professione, nato a Capri da padre napoletano e madre irlandese, genio eclettico a cui si deve il progetto di alcune fra le più belle dimore isolane. Fece parte di quella folle ed eccentrica comunità che si raccolse sull’isola nella prima metà del Novecento, di cui fecero parte, fra i molti, Friedrich Alfred Krupp, Axel Munthe, medico della corona svedese, Maxim Gorkji, il barone Fersen, Norman Douglas, Compton Mackenzie, Romaine Brooks. A loro si devono libri consigliabilissimi che tratteggiano la fisionomia di un luogo e di un ambiente straordinariamente colti e anticonformisti.

Il fascino di Edwin Cerio si evince da questo brano dedicato all’imperatore Tiberio:

Dagli storici si apprendono le scelleraggini di Tiberio – nulla, però, che ci faccia arrivare all’anima dell’imperatore. Ma ecco che una nota botanica, un semplice appunto gastronomico apre uno spiraglio nella sua vita intima. La rivelazione si deve all’insigne dilettante Plinio. Tiberio, venuto a Capri per seppellirvi il suo dolore e covarvi il suo cruccio, non doveva aver voglia di raccogliere mammolette e narcisi. Diventato completamente vegetariano, alterna le cure dello Stato, così fastidiose, con le cure amorosissime dell’orto di cucina. Ed ecco la prima notizia floristica o, più propriamente, sativa, dell’isola, registrata. Bisogna cogliere il momento storico in cui affiora quella notizia per gustarne il delicato aroma. Le legioni vogliono tributare onori divini al loro condottiero; la Spagna, l’Illiria, l’Africa domandano statue per memorare le glorie del grande generale e il Senato vuol erigere un tempio da dedicare al culto del Ricostruttore dell’Impero.
Tiberio, però, depreca i vani onori terreni, rifiuta i simulacri di pietra. Vuol vivere – egli dice – nel cuore degli uomini solo con la memoria delle opere compiute; pronunzia memorande parole al Senato: «In quanto a me, Padri coscritti, io sono un uomo mortale, limitato alle funzioni della vita umana».
Non vuole onori divini, non altari, non monumenti. Ma allora che vuole? Vuole che lo lascino in pace a Capri; e che, limitato alle funzioni della natura umana, gli coltivino le piante assolutamente necessarie alla sua vita di vegetariano, le poche ghiottornie orticole che consolano la sua disperata solitudine. Così, invece di un tempio – assicura Plinio – si fa costruire una serra montata su ruote, trasportabile da un punto all’altro della sua villa per seguire il corso del sole ed essere sempre esposta ai suoi raggi. Non è detto, ma s’intuisce, che l’imperatore era ghiottissimo di Cetrioletti Cucumis sativus, e li amava tenerelli, come gli efebi.

Tiberio non fu l’unica celebrity a smaniare per il giardinaggio. L’elenco è lungo: per citarne due, Giuseppina Beauharnais con le 250 specie di rose piantate alla Malmaison e Monet che vietò categoricamente ai parenti di prendere i fiori dal suo leggendario giardino, a Giverny, per accompagnare il suo feretro. Il vero appassionato di piante si identifica, infatti, nella propensione all’eccesso. Io, per esempio, sotto un nubifragio piantai 500 bulbi di narciso nel giardino di una casa non mia, e solo perché su Il giardino. Forme e colori avevo adocchiato la foto di una macchia coltivata a bulbose a Bramdean House, nello Hampshire.

Nell’incantevole Verdi pensieri. Una scrittrice in giardino, libro fra i miei preferiti edito dalla Tartaruga duemila anni fa, Eleanor Perényi, raccontò dei suoi due giardini – uno in Ungheria, acquisito impalmando il barone Zsigmond Perényi; il secondo, nel Connecticut – con prosa elegante e umorismo tranchant, come giustamente rimarca il suo necrologio uscito sul “New York Times” nel 2009. Molti sono gli scrittori di giardino maniaci da lei citati: da George Sand ad André Gide a Gertrude Stein.

Da questo libro colto, informato e agguerrito riporto un assaggio per il vostro diletto:

In un giorno d’estate, una mia amica amante di tutto ciò che è piccolo e impeccabile, mi disse con aria triste guardando le mie dalie: «A te piacciono i fiori vistosi, vero?» E con ciò lei intendeva dire volgari, cosa a cui ormai sono abituata. Non mi è infatti sfuggito che in questa città il mio è l’unico giardino di una Wasp (White Anglo Saxon Protestant) che abbia sì delle dalie, ma né piccole né discrete, alcune sono rosse come le ragazze seminude di Renoir, altre assomigliano a creature marine o a ninfee, oppure sono simili alle spirali di un fermacarte di cristallo e si slanciano tutte ad altezze prodigiose. Ma a me paiono sontuose e non volgari: mi piacciono i loro colori e la loro voglia di fiorire finché il gelo non le uccide e, sì, anche il loro essere così decise. Ebbene sì, mi piacciono i fiori grandi quando sono così belli.

A Horace Walpole si deve, invece, il delizioso Saggio sul giardino moderno, materia su cui l’inventore del romanzo gotico era edotto avendo costruito sulle rive del Tamigi, a Twickenham, il primo castello in stile neogotico, di bruttezza disneyana, al quale è ispirato il Castello di Otranto dell’omonimo romanzo. Palazzo e giardino inaugurarono la moda del gothic revival. La sua breve (e anch’essa di umorismo tranchant) storia del giardino così comincia:

Il giardinaggio fu probabilmente una delle prime arti che seguì quella della costruzione delle case, coronamento naturale di beni e proprietà individuali. Erbe ad uso culinario prima e officinario in seguito erano coltivate da ogni capofamiglia: era infatti molto più pratico averle a portata di mano senza dover andare a cercarle qua e là nei boschi, nei prati o sulle montagne ogni qualvolta se ne avesse bisogno. Quando la terra cessò di fiorire spontaneamente tutti questi pristini lussi e la coltivazione divenne una necessità, fu d’uopo creare spazi cintati perché le piante vi potessero crescere. Lo stesso si può dire degli alberi da frutta; quelli più comuni o quelli che avevano bisogno di particolare cura furono piantati negli orti estendendone così le dimensioni. Il buon Noè, com’è noto, piantò vigne, bevve il vino, si ubriacò e tutti ne conoscono le conseguenze. In questo modo cominciammo a provvederci di orti, frutteti e vigneti. Mi si dice che il prototipo di tutti questi spazi coltivati sia stato il giardino dell’Eden; ma quel paradiso era di gran lunga più esteso di tutti quelli che poi passarono alla storia dato che era delimitato dai fiumi Pison, Ghicon, Tigri ed Eufrate. Vi cresceva ogni albero che rallegrava la vista e dava piacere al palato; per quanto riguarda gli altri due alberi che pure vi germogliarono e di cui non è rimasto neppure un pollone, non è argomento del presente trattato. Dopo la cacciata dal Paradiso terrestre a nessun essere umano fu più concesso di entrare in quel giardino; l’indigenza e lo stato di necessità di cui soffrirono i nostri progenitori non concesse loro la possibilità di migliorare i possedimenti in base a quel modello, ammesso che se ne fosse serbata memoria. Una capanna e un pezzetto di terra per piantarvi i cavoli e un cespuglio di uva spina, come se ne vedono spesso sui bordi di un common, costituirono con tutta probabilità le prime dimore e i primi orti: un pozzo e un secchio presero il posto del Pison e dell’Eufrate.

Di tutt’altro segno, lirico, quasi mistico, Hortus Sitwellianus, altro trattato sui giardini dell’ennesimo letterato inglese: Sir George Sitwell, erede dei giardini di Renishaw, nonché padre di quei tre pazzi, eccentrici e geniali noti come i fratelli Sitwell: Osbert, Sacheverell ed Edith Louise, quest’ultima poetessa dal profilo aguzzo, più che una donna un uccello. Ammetto di aver acquistato questo libro solo per aver letto il suo cognome in copertina, dato che per me è una di quelle mirabili signore inglesi che nel secolo scorso fecero piazza pulita del concetto convenzionale di genere.

Sir George cominciò a interessarsi della storia del giardino in seguito a una depressione che lo costrinse ad abbandonare la carriera politica. Per riaversi, partì per l’Italia, come capitava a molti, dove i giardini all’italiana non mancarono di fare breccia nel suo cuore. Pare furono questi, infatti, a guarirlo:

Questi antichi giardini italiani, con la loro aria trascurata, desolata, solitaria, nonostante la malinconia che emana dai viali pieni di erbacce, lo stanco ricadere delle acque nelle fontane orlate di felci, i Pan senza flauto, le ninfe senza testa e gli Apollo privi di braccia, sono di una bellezza indescrivibile, tale da produrre nella mente dell’osservatore un’impressione profondissima e indicibile.
Non esiste al mondo altro luogo pieno di poesia come quella Villa d’Este che ha attirato la comune condanna di «formalisti» e «naturalisti». Oltrepassato il tempietto di Vesta, alto sul calderone ribollente dell’Anio, si viene instradati, attraverso corridoi a volta e stanze in abbandono dove gli affreschi sbiaditi si vanno staccando dalle pareti, in una scala che scende in giardino. Il giardino si stende sull’abisso sottostante, terrazze su terrazze che s’affacciano sul fianco boscoso del monte e sulla lontana pianura misteriosa; certamente il Tempo ha dimenticato questi cipressi giganti che innalzano dall’abisso i loro scuri pinnacoli notturni, grandi spire frastagliate cupamente verdeggianti; certamente si tratta del giardino di un sogno. Dietro a un cipresso, come una rupe, sorge il palazzo da fiaba, vasto, augusto, austero; un palazzo sul quale, tanto tempo fa, un potente mago ha lanciato l’incantesimo del sonno. Il sonno e l’oblio incombono sul giardino, e ovunque, dal viale tenebroso e dalla scala coperta di muschio, emana un sottile e dolce profumo di decomposizione.

Trovo a questo punto perfetto il contrappunto di un altro libro irresistibile: Il giardino delle vecchie signore delle sorelle Boland, Maureen e Bridget, giardiniere britanne autodidatte ma provette, dato che mutarono alcuni terreni avari e ingenerosi in giardini che furono poi aperti al pubblico. Dotate di spirito rustico-brillante, scrissero questa raccolta di consigli, suggerimenti, usanze, proverbi, consigli, ricordi di famiglia, intuizioni e aneddoti dai quali si potrebbe trarre grande piacere anche se si possedesse un unico geranio su un unico davanzale di un’unica finestra di casa:

Noi anziane, quando abbiamo finito di leggere il futuro, interriamo le foglie di tè vicino alla camelie che ne traggono benefici.
[…]
Charlie, che incontriamo sempre sull’autobus di campagna quando andiamo a far le spese, ci raccontò che un giorno buttò fuori dalla finestra di cucina quello che era rimasto dalla fermentazione della birra che si era fatto in casa. Lì fuori c’era un filare di malvarosa, e mentre il resto del filare si sviluppò normalmente, la malvarosa sotto la finestra arrivò a un’altezza di diciotto piedi e sei pollici (circa 50 centimetri) e «venne giù uno della BBC a vedere». Con le bottiglie della birra e con le lattine fate la stessa cosa che con il latte, per la gioia del giardino. In questo caso, nove a dieci, il trucco è nel lievito.
[…]
Mai buttare nella spazzatura stivali e vecchie scarpe, scarponi e gloriose pedule. Sempre seppellirli in giardino. Il cuoio è pieno di cose buone che marciscono. Meglio, però, eliminare prima l’odiosa eventuale gomma o plastica delle suole.
[…]
Le calze di nylon sono abbastanza forti ed elastiche per essere utilizzate come legacci per rami e piante. Anche se esteticamente non sono proprio ineccepibili.
[…]
Mouffet, nel settecentesco Theatre of Insect, osserva che «se le zanzare al tramonto vanno su e giù all’aperto è segno di caldo; ma se invece pungono tutti quelli che passano, è segno di freddo e di pioggia abbondante». Vi aiuteranno, dice Mouffet, a trovare l’acqua durante la siccità, proprio lì «dove turbinano tutt’attorno formando una specie di obelisco».

[2. continua]

tutte le foto sono di Anna Martinucci, che ringraziamo

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di Giovanna Zoboli

[Questo titolo è rubato a William Morris che nel 1891 pubblicò il romanzo utopico, News from Nowhere. Mi sono resa conto che negli anni ho accumulato una quantità di ricordi legati soprattutto a luoghi. E questi ricordi si organizzano in delle specie di guide, come i Baedeker di una volta, per quelli che se ne stavano sempre all’estero, come i personaggi dei romanzi di Henry James. Grazie a questi racconti portatili, io che ho un po’ ho sempre l’impressione di essere in un paese straniero, da un po’ di tempo mi sento come in una specie di Grand Tour. Ma queste notizie, ho anche pensato, chissà da dove vengono]

10.1 /Del piantare e del leggere

9 / La scienza felice

8 / Traffico su rotaia

7 / Una magra ragazza selvatica

6 / Altrove

5 / Il sogno delle pietre

4 / Crinali

3 / Contare, celati dietro le quinte

2 / Come un nastro lucido e nero

1 / Peggy e il meraviglioso chiarore

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