Non starò a raccontarvi delle storie

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IL PANTARÈI di Ezio Sinigaglia, 1

Marcel Proust, di Paola Monasterolo

Quello Strano Signor Proust

a cura di Giuseppe Girimonti Greco

e

Mariolina Bertini

QSSP#2: Il pantarèi di Ezio Sinigaglia

[QSSP, dopo avere presentato, nella puntata precedente, un’analisi iconografica di Massimo Scotti a proposito delle copertine dell’edizione de Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust, che era uscita in una nuova edizione (1978) per Einaudi negli “Struzzi”, ed essersi soffermato quindi sull’esterno del libro, tenta ora un affondo all’interno, ma laterale, come è la natura di questa rubrica. Smarrito nella distrazione editoriale Il pantarèi di Ezio Sinigaglia è recuperato, in quattro puntate, qui, nelle sue pagine che ruotano attorno alla Recherche.]

[F.N.]

2.1: Intro, di Giuseppe Girimonti Greco

Marcel Proust (prova per una serie)

Forse è il caso di introdurre brevemente le quattro puntate che presentiamo a partire da oggi nella nostra rubrica proustiana. La storia redazionale e editoriale dello strano romanzo da cui è tratto il capitolo che vi diamo in lettura – Il pantarèi – è… romanzesca (manco a dirlo!). Eh! Ho, inavvertitamente (giuro!), pronunciato, en passant, la parola-chiave che ispira la nostra rubrica: stranoétrange, strange. Queer ma non troppo. Eccoci così sintonizzati sulla frequenza giusta. Quella di FN.

L’autore, Ezio Sinigaglia, è uno scrittore singolare, schivo e sobrio, misterioso quasi quanto l’inclassificabile Antoine Volodine. La bio-nota che Volodine trasmette immancabilmente agli uffici stampa recita: “A.V. è nato nel 1949 o nel 1950 a Chalon-sur-Saône o a Lione in una famiglia di origine russa”. Che meraviglia! Peccato che Wikipedia normalizzi: “A.V. (Chalon-sur-Saône, 1950) è uno scrittore francese”.

La prendo un po’ alla larga, com’è mio solito, perché di Volodine, autore che ama gli eteronimi e l’ombra, ho parlato di recente con l’enigmatico Sinigaglia (anzi, devo ricordarmi di chiedergli se può fornirmi un paio di suoi eteronimi, magari abbandonandosi alla difficile Musa dell’Anagramma, arte in cui ES eccelle). Sarebbe vano cercare in rete notizie sul suo conto. A dimostrazione del fatto che i tentacoli della piovra-google non arrivano ovunque (il che un po’ ci consola).

Abbiamo deciso di estrarre dal cono d’ombra questo libro per tre motivi: 1. perché è un bel libro e ci faceva piacere chiamarlo su questa ribalta; 2. perché contiene un intero capitolo dedicato a Proust; 3: per via di una divertente coincidenza: uno dei collaboratori di questa rubrica custodisce (gelosamente) nella sua biblioteca una copia del Pantarèi. Le coincidenze ci piacciono, e il Caso (sovente) fa bene le Cose.

Ricavo da una laconica noticina che ho sotto mano la seguente definizione: “Il pantarèi è una sorta di invenzione a due voci, una saggistica e una narrativa, sul romanzo del Novecento”. Definizione bachiana (ES è anche librettista). Si tratta dunque di un libro alquanto anomalo: “un romanzo sul romanzo del Novecento, le cui vicende vengono ripercorse – apertamente – da una voce saggistica e – più nascostamente – da una narrativa. Ciò dà luogo a un cambio continuo di velocità, di ritmi, di linguaggi, di tecniche narrative e di giochi lessicali”.

Il libro (iniziato nel 1976) era pronto già nel 1980, “piacque a molti e non dispiacque a nessuno, editori compresi”, mi ha scritto di recente l’autore (fra i suoi estimatori cito solamente Giovanna Bemporad, Silvana Ottieri, Vittorio Sereni e il ‘proustianissimo’ Giuliano Gramigna [peraltro, speriamo presto di parlare, in questa rubrica, del suo Marcel ritrovato, Rizzoli, 1969]). Lo pubblicò nel 1985 un piccolo editore: SPS, poi Sapiens, che curava soprattutto bellissime edizioni d’arte e architettura.

Ah, dimenticavo: una cara amica, lettrice attenta e acuta, mi scrive (spero non vi dispiaccia il tono da posta del cuore che questa frammentaria introduzione sta prendendo…): “Che struggimento, la lettura del Pantarèi … le clark, l’Olivetti, la federazione provinciale del partito… Sembra di nuotare mille metri sopra le rovine di un’Atlantide familiare della quale si riconosce tutto. Solo la Settimana enigmistica è rimasta uguale e galleggia vicino a noi”. Stando a questo giudizio ‘affettivo’, questo libro avrebbe qualcosa di vagamente neo- o post-gozzaniano. Ma questa patina d’antan non deve trarre in inganno, perché la natura sperimentale di questo testo non ci sembra affatto datata.

Giacomo Debenedetti ha scritto un “racconto critico” del Romanzo del Novecento, nei meravigliosi quaderni che Garzanti pubblicò, postumi, nel 1971. Barthes, negli anni Ottanta, aveva in mente qualcosa del genere (cfr. G.M. Gallerani, R.B. e la tentazione del romanzo, Morellini, 2013). Un altro meta-romanzo proustiano è il già citato Marcel ritrovato di Gramigna. Ecco: non si tratta di una genealogia di modelli, bensì di una famiglia di testi – a loro modo tutti sperimentali e che hanno ancora molto da dire, al lettore contemporaneo che trova in Proust e nel proustismo una fonte inesauribile di novità. In quest’alveo ci piace collocare questo libro.

Lo stile “saggistico-narrativo” di Proust è forse il vero modello (sotterraneo) del Pantarèi. Quello stesso stile saggistico-narrativo (musil-proustiano) che a Moravia non piaceva (oramai non è un mistero: Moravia non amava Quello Strano Signor Proust). Ma sto divagando…

Qui di seguito allego l’incipit di una scheda che ho ‘estorto’ a ES prima di cominciare a leggere le sue pagine. Non mi resta che augurarvi Buona Lettura.

 

Marcel Proust. Da Monsieur Proust, di Céleste Albaret (SE, 2004). 2

 

Daniele Stern, “poligrafo senza occupazione”, viene incaricato, da una casa editrice con la quale saltuariamente collabora, di scrivere – in quaranta pagine e in cinque giorni – una storia del romanzo del Novecento, che entrerà a far parte del settimo e ultimo volume di una Enciclopedia della Donna, di impianto – per il resto – molto tradizionale.

Tra un ampio Prologo (la visita alla casa editrice, l’incarico, ecc.) e un brevissimo Epilogo (“scriverò il romanzo”), il libro è articolato in nove capitoli, ciascuno dei quali suddiviso in una parte saggistica e in una narrativa. La metà saggistica è dedicata ovviamente alle quaranta pagine che Stern inizia subito a scrivere, la metà narrativa al fare, al dire, al pensare, al ricordare, al fantasticare e, insomma, al vivere di Stern tra un capitoletto e l’altro del suo saggio.

Nel saggio, a un primo capitolo su Proust segue una specie di introduzione in medias res sulle nuove tecniche narrative, cui tengono dietro le sintetiche (ma sempre meno sintetiche col passare delle ore e dei giorni) presentazioni di altri sette autori: Joyce, Musil, Svevo, Kafka, Céline, Faulkner e Robbe-Grillet. Si viene così a disegnare una linea di progressiva destrutturazione del romanzo della tradizione ottocentesca: una linea piuttosto nitida che, muovendo dapprima da una rottura della continuità temporale, passa poi a demolire, in particolar modo con Joyce e con Musil, gli altri pilastri del romanzo (l’unità stilistica, la storia, i personaggi, l’ambiente) per finire con l’esperimento di Robbe-Grillet, che sembra voler cancellare dalla scena anche i contenuti umani, emotivi, drammatici o lirici della narrazione. […]

Marcel Proust, di Paola Monasterolo

 

(Una breve, parziale, immersione nel té; la letteratura cambiò per sempre. Il 14 novembre, cent’anni fa. 

Evviva! Cent’anni dalla prima pubblicazione è un bell’anniversario da festeggiare. La Recherche ci ha cambiato tutte e tutti, che la si sia letta o meno, che la si sia annusata e lasciata lì o letta invece dalla prima pagina all’ultima e poi cercato ancora ogni riga scritta dal Marcel mai saziandosene. Senza la Recherche di Proust il critico gastronomico Anton Ego non avrebbe avuto la sua madeleine incarnata in un boccone di Ratatouille.

La Recherche è impossibile da leggere, oggi. La sua mole, le sue frasi che sembrano non finire mai. Eppure, proprio oggi, quando leggerla sembra essere diventato un atto estremo può essere più che mai necessario. La Recherche può essere il baluardo, la fortezza che ciascuno di noi sa che un giorno può alzare per difendere la natura fluida e maestosa del tempo, sbriciolato dalla nostra passione trionfante per la distrazione.

Così, approfittando dei cent’anni, FN apre una nuova rubrica, affidata alle esperte mani di Giuseppe Girimonti Greco e Mariolina Bertini cui si affiancheranno altre mani e altre voci. Una rubrica che ospiterà cose diverse fra loro, pezzi difficili e frammenti d’occasione, materiali recuperati che si pensavano perduti, appunti, giochi, che, sia che noi si sia folli di Proust sia che noi si sia sospettosi e scettici, sappia tenerci nei pressi, tenerci in allerta, a dirci che Alla ricerca del tempo perduto è là, per noi, da cento anni.)

[F.N.]

(Cent’anni fa, ma proprio cent’anni giusti, il 14 novembre 1913, usciva a spese dell’autore il primo volume di un ampio ciclo romanzesco, A la recherche du temps perdu, Alla ricerca del tempo perduto. Quell’autore era Marcel Proust e il titolo di quel primo volume era Du côté de chez Swann, tradotto da Natalia Ginzburg come La strada di Swann [Einaudi, 1946] e da Bruno Schacherl [Sansoni, 1946] (curiosamente) come Casa Swann.

Vari editori avevano garbatamente rifiutato il manoscritto. André Gide, che aveva espresso un parere negativo per conto di un editore prestigioso, non si perdonò mai di aver commesso “il più grande errore della sua vita”, ma il tempo – galantuomo – ha vendicato Proust: se Gide vanta ormai ben pochi lettori, l’autore della Recherche è ancora oggi misteriosamente di moda; misteriosamente perché Quello Strano Signor Proust non è certo uno scrittore ‘semplice’, anzi, la sua scrittura rifugge dalla semplicità.

In tempi di concisioni estreme, di riduzioni di tutto al cicaleccio di twitter, è difficile pensare a un autore più lontano da un mondo che gli avrebbe fatto semplicemente orrore.

Il titolo che è stato scelto per questa nuova rubrica di FN è un omaggio a uno dei più bei libri che siano mai stati scritti sul nostro festeggiato (Céleste Albaret, Monsieur Proust, Paris, Laffont, 1973). Ma sulla ‘stranezza’ del Signor Proust – queer o non queer, questo è il dilemma – ancora molto ci sarebbe da dire… Buona lettura

[Giuseppe Girimonti Greco]

Marcel Proust, di Paola Monasterolo

Quello Strano Signor Proust

a cura di Giuseppe Girimonti Greco

e

Mariolina Bertini

Il ritratto di Proust, logo della serie, è di Paola Monasterolo

 

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