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i Gettoni Einaudi al tramonto

vittorini | novaro

Risvolti e risvoltisti. La bella era

di Marta Occhipinti

2.8: “Libri-chiave” e “libri-specchio”: il tramonto dei “Gettoni” nel labirinto industriale

Una delle ultime metafore che abbiamo utilizzato per descrivere la validità e l’essenza culturale dei libri, così come trasmessa da Vittorini, è stata quella delle “case- soglia”: un libro ha il suo bene quando oppone all’afasia della società una babele di immagini parlanti, figure cioè che sappiano raccontare il mondo oltre che descriverlo, che sappiano scompigliarlo prima ancora di ordinarlo, perdersi in esso prima ancora che scoprirlo.

Tuttavia, non è mai cosa facile spingersi oltre la società e quanto meno riuscirci; così, spesso, il nobile tentativo di zoomare criticamente la realtà si trasforma nell’immobile e improduttivo progetto del suo ricalco, uno schizzo parziale di cui presto ci stancheremo, o che cambierà magicamente prima di quanto potremo accorgercene.

Fu così anche per la sperimentale idea di narrativa post-bellica, tanto curata in Casa Einaudi, alle soglie del 1960 quando, dinanzi al proliferante cambiamento della società di massa, l’ingenuità narrativa portata avanti dal discorso dei “Gettoni” virò verso la presa di coscienza di un’ inadeguatezza generale, tradendo così il senso stesso della sua esistenza.

Ma spieghiamo un po’ meglio.

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La storia dei “Gettoni” iniziava come scommessa audace e ben studiata per quel bisogno di scuotere l’arida letteratura Neorealista. «Erano una collana bellissima – ricordava Beffe Orefice – ma non si vendevano; la gente non li conosceva, la miseria del dopoguerra non consentiva di sprecare soldi in libri o ancora l’analfabetismo non concedeva l’accesso alla parola scritta». Eppure, a soli quattro anni dal debutto, tra i predilettissimi di Giulio Einaudi, quei sobri testi di scrittori esordienti sembrarono aprire un vasto dibattito critico, rivolgendo l’idea stessa di lettura e di far libri, e talora, fatta distinzione per le rispettive tirature, raggiungendo buoni risultati nelle vendite. Basti pensare che le copie dei “Gettoni” complessivamente vendute dal ’51 al ’58 furono 180.000, con una media di 3.100 a titolo, cifra relativamente soddisfacente in termini di novità rispetto ai più venduti “Coralli”, che negli stessi anni vendevano circa 7.500 copie a titolo.

Tuttavia, a un certo punto, si avverte una progressiva disaffezione di Vittorini alla collana, accompagnata da un generale disimpegno dell’editore. Emblematici gli anni ’56 e ’57 caratterizzati da risvolti non redatti dal direttore (R. Viani, I ragazzi della spiaggia, n.50, 1956 e O. Ottieri, Tempi stretti, n.54, 1957), dalla diminuzione dei titoli (sette nel 1956 e solo quattro nel 1957 di contro ai tredici del fecondo 1954), da sottese titubanze ed esplicite sfiducie su autori assenti o ancora in ritardo rispetto a una realtà che si avviava a correre veloce tra le industrie, lasciandosi alle spalle gli “idilli paesani” e i “paesaggi della Resistenza”.

Così Vittorini notava nel suo risvolto su “Il treno degli Appennini” di Marcello Venturi, primo titolo del ‘56 (gettone n.44):

«Oggi la tendenza non ha più molta vitalità collettiva. In alcuni, a furia di ripetizioni senza mai sviluppi, s’è schematizzata e inaridita. In altri, agendo semplicemente da lievito per una maturazione personale, si è trasformata in tante tendenze ben distinte che non si può dire che abbiano molto in comune tra loro. In altri, infine, che non sanno ancora superarne i limiti ma non sopportano di restarvi insabbiati, è tornata all’ingenuità e al lirismo che la caratterizzavano nelle sue origini. Tale è il caso di Marcello Venturi […] che appunto riparte […] dalla freschezza entusiasta del ’45 per ripercorrere, sì, una strada risaputa, ma carica di curiosità umana anziché di polemica».

Risvolti sempre più insistenti su quanto di “nuovo” la letteratura possa ancora sprigionare, l’ostentazione continua di quel di più tanto ricercato nei testi dei suoi scrittori, spesso anche al di là dei loro meriti, quasi a volerne spronare nuovi esiti, sono tutti fattori che sembrano fotografare lo sforzo incessante per convincere se stesso e i lettori di qualcosa che manca o in cui si è rimasti rischiosamente intrappolati. Quei libri-chiave che Vittorini immaginava potessero svelare la società che si rialzava dalla guerra avevano finito per rispecchiarla forse così a lungo o forse così da vicino, da rimanerne incantati. Ed è lì che la scrittura si fa maledizione per lo scrittore: mitizzazione di un’immagine riflessa e fallace, trappola dell’immortalità, incapace di rompere il vetro della parola per farsi nuovo stile, direbbe Vittorini “parola operativa”:

« Ma perché preoccuparci tanto del romanzo? […] Il romanzo è solo una struttura storica, che la letteratura ha generato sotto l’influenza di una certa società, a un certo preciso momento; […] quello che a noi importa non è di salvare il romanzo, ma di salvare la letteratura in sé, o meglio di ridarle una funzione che le consenta di essere ancora operativa»

(E. Vittorini, Intervista di C. Manzi, in «L’Approdo letterario, 1965, n.29, gennaio-marzo)

 

 

Non bastava allora il solo rilancio di concretezza storica, accompagnato da una superficiale trasformazione di generi e stile, occorreva riappropriarsi di una novità di senso, senza rischiare di incespicare in quell’Italia di industrie e fabbriche, che di lì a pochi anni avrebbe accolto i libri transistor Mondadori o ancora “Gli struzzi” tascabili con un linguaggio comune e accessibile a tutti.

Gli ultimi tre anni di vita dei “Gettoni” furono così caratterizzati dalla lotta tra il disimpegno produttivo e il tentativo di rilancio. Viene persino tentata la strada di una veste grafica più commerciale e meno povera ( ne vennero incaricati due grafici inglesi selezionati da A. Steiner) che caratterizzò cinque volumi editi tra il ’56 e il ’57, per poi tornare alla classica impostazione per gli ultimi quattro titoli usciti nel ’58.

Isolati i casi del giornalista esordiente Manlio Cancogni con “La carriera del Pimlico” (gettone n.47) e Antonio Guerra con “Dopo i leoni” ( gettone n.48) entrambi salutati come romanzi tra i più nitidi e rappresentativi del loro genere, sebbene con limiti classici e ancora “dialettali”, l’anno 1956 si chiude con un risvolto che tanto ci dice del mutato atteggiamento verso quella che Calvino chiamò «la Cenerentola delle collane»:

«Al momento di mandare questo libro in macchina, ci accorgiamo che manca il solito “risvolto” di Elio Vittorini, e Vittorini è in vacanza in Jugoslavia. Dobbiamo aggiustarci da noi e il lettore non avrà stavolta la presentazione sempre stimolante e spesso imprevista o polemica che è caratteristica dei “Gettoni”»

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Non siglati sono anche i tre risvolti del 1957, ma tutti di certa attribuzione vittoriniana per stile pungente e struttura. Si pubblicarono timide novità non ancora abbastanza mature o potenzialmente sperimentali, storie impreviste e personaggi contorti ispirati alla società operaia, che tuttavia non riuscirono ad abbracciarla del tutto. Tra questi, spicca il sopravalutato e poi dimenticato romanzo “Il Cappellaccio” di Gualtiero Ghizzoni ( gettone n. 51) che dall’area più eccentrica della letteratura grottesca e satirica, in quegli anni rappresentata dalla rivista “Il Caffè” di Giambattista Vicari, «con un gusto di gergo e con modi da boogie-woogie [mira] a farci accettare per realtà media il sottobosco umano in cui tanto si compiacciono di frugare, se hanno forza che viene da malizia, gli isolati d’ogni letteratura; [così da] render comuni certi aspetti estremi delle cose».

E ancora “Gymkhana-Cross” di Luigi Davì ( gettone n. 53), operaio tornitore dei sobborghi di Torino che racconta della sua quotidianità tra «balere, moto, ricerca di lavoro, rapporti con le ragazze, atteggiamenti e bravate [riuscendo a ] darci ben più che del semplice “colore di classe”» e che Vittorini dichiara essere nel suo risvolto « il più genuino dei non molti [romanzi] apparsi finora in Italia con personaggi operai». Ma, è breve il passo che porta all’errore della perdita di naturalezza stilistica e Vittorini ne mette subito in guardia, ritornando però a mostrarci quel senso di insoddisfazione simile alla frustrazione di un padre dinanzi alle continua immaturità del proprio figlio:

«Per quanto privo di una vigile coscienza letteraria egli prende così posto, grazie all’attualità di quello che è, tra i più avvertiti scrittori italiani dell’ultima generazione. Ma, nella vicinanza che sente di loro ( specie di Calvino, che lo aiuta da un pezzo a precisarsi) ora ha il problema di tenere in pugno le proprie capacità di sviluppo. E in questo corre, per l’avvenire, il suo unico pericolo che è, se non riesce a guardarsene, di snaturarsi».

 

La sorte dei “Gettoni”, insomma, sembra davvero all’ultima spiaggia. Un direttore insofferente e un editore pressato dal peso finanziario, tanto da contrattare il passaggio di Vittorini da un compenso fisso a uno a percentuale, fanno sì che Einaudi tenda progressivamente ad abbandonare la collana, sin troppo sperimentale per i tempi, e a incrementare al contrario “I Coralli”, che davano un maggiore risultato economico. La collana fu interrotta definitivamente nel 1958, con numerose trattative autoriali ancora in corso, che vennero via via direzionate verso altre case editrici, da Garzanti a Mondadori, alla rinnovata casa editrice Parenti, mentre il direttore Vittorini si avviava a pubblicare per Bompiani il libro-confessione che interrompeva il silenzio d’autore e gridava ai lettori il suo imperante bisogno di farsi voce critica del mondo: “Diario in pubblico”.

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Bisognava ripensare ai libri come interrogativi per la società, nella quale Vittorini prefigurò il pericolo del consumismo a-critico. Ma, forse era tempo di dibattere su riviste e nuovi progetti prima di poter rompere l’incantesimo dei libri-specchio e nutrire di nuove idee e funzioni la scrittura, finita per essere arida tendenza. Di qui, la rivista «Il Menabò», la critica di arretratezza della letteratura contemporanea nella riflessione su «Industria e letteratura» (1961) e la militanza dello scrittore nella macchina mondadoriana come consulente editoriale e direttore de “I quaderni della Medusa” dal 1960 e dei “Nuovi scrittori stranieri” a partire dal 1964. E che dire poi del caso “Gattopardo”? Miopia di Elio Vittorini o preciso bersaglio critico verso il best seller d’autore?

Di sicuro una massima come «Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi» avrà fatto grande impressione, e forse orrore, al lettore Vittorini, grande oppositore della letteratura consolatoria; e quando in sede einaudiana come direttore e in sede mondadoriana come consulente si trovò al bivio di una sua pubblicazione preferì voltare pagina e rigettare quello che gli sembrò aver l’aria di uno stretto compromesso.

Dopo tutto, non avremmo immaginato molto facilmente un Vittorini nelle vesti di un rassegnato e cinico principe di Salina, piuttosto in quelle del personaggio calviniano Edmond Dantès in fuga dal mondo-prigione d’If in “Ti con zero”:

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«Se riuscirò col pensiero a costruire una fortezza da cui è impossibile fuggire, questa fortezza pensata o sarà uguale alla vera – e in questo caso è certo che di qui non fuggiremo mai ma almeno avremo raggiunto la tranquillità di chi sta qui perché non potrebbe trovarsi altrove, – o sarà una fortezza dalla quale la fuga è ancora più impossibile che di qui – e allora è segno che qui una possibilità di fuga esiste: basterà individuare il punto in cui la fortezza pensata non coincide con la vera per trovarla».

(I. Calvino, “Il conte di Montecristo”, in Romanzi e racconti, vol.II, Mondadori, 2005, p. 356)

Non fu infatti la resa al labirinto che Vittorini editore professò con la chiusura dei suoi “Gettoni”, semmai la sfida a quest’ultimo: tentò la strada della via d’uscita, anche se questa via d’uscita non era altro che il passaggio da un labirinto all’altro: da una scrittura a un’altra lungo le discontinuità della storia.

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Risvolti e risvoltisti. La bella era

di Marta Occhipinti
2.7:

L’officina “allo scoperto”: editing e maieutica dietro le quinte dei “gettoni”

1 / La bella era / Intro

2.1 / Elio Vittorini, scrittore-editore

2.2 / Vittorini e i Gettoni Einaudi

2.3 / Vittorini, Calvino, i Gettoni Einaudi

2.4 / Vittorini e i libri degli altri

2.5 / Vittorini e il pubblico dei Gettoni

2.6 / Vittorini editore iperlettore

2.7 / I Gettoni Einaudi: editing e maieutica

 

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