Non starò a raccontarvi delle storie

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Frances Amelia Yates, di Giuliana Giulietti. 2 di 2

Frances Amelia Yates, la regina del Rinascimento europeo

di Giuliana Giuletti

Seconda parte

[prima parte, qui]

 

2.1 Relazioni tra donne

L’unico appoggio finanziario in quegli anni di isolamento, Frances lo ricevette il 5 marzo 1943 dalla Federazione britannica delle donne universitarie che le conferirono il Premio Marion Reilly. Un modesto finanziamento di cui Frances si servì per sopperire alle spese di ricerca per The French Academies of the Sixteenth Century (Le Accademie Francesi del Sedicesimo secolo).

Quando Yates in tarda età divenne famosa, gran parte del mondo accademico e non soltanto europeo (nel 1965 e nel 1969 si recò negli Stati Uniti Uniti dove tenne molte conferenze in alcune delle più prestigiose università tra cui la Johns Hopkins, la Columbia e Harvard) le rese omaggio. Ma le prime a dare valore al suo lavoro furono le donne della British Federation of University Women.

Fondata nel 1907, la BFUW cercava di promuovere, dentro e fuori l’università, gli interessi delle donne in materia di istruzione e di favorire, tra donne, l’arte dell’amicizia. Uno dei pregi del libro di Marjorie Jones è di aver messo in luce quanto siano state importanti nella vita di Frances Yates, questa “stranissima” storica che sembra aver messo tra parentesi il suo essere donna, le relazioni con altre donne.

La madre e le sorelle le avevano insegnato a leggere e a scrivere; le scuole che aveva frequentato saltuariamente erano dirette da donne e ciò che di quell’esperienza le piacque da morire e in cui si buttò a capofitto fu la compagnia delle ragazzine della sua età. Nell’estate del 1935, Frances passò alcune settimane al Girton College di Cambridge a studiare l’italiano. Qui incontrò altre studiose tra cui Nesca Robb (autrice di studi sul neoplatonismo ) e Linetta di Castelvecchio Richardson (dantista) con le quali intrecciò un’amicizia durata una vita.

Nel luglio del 1936 Yates prese l’insolita decisione di scrivere una lettera al “Times Literary Supplement” in cui informava la redazione che stava lavorando a una traduzione della Cena di Bruno. In risposta ricevette una lettera di Dorothea Waley Singer (moglie del noto storico della scienza, Charles Singer), che diceva a sua volta di essere impegnata nella traduzione di De l’infinito dello stesso autore. Curiose l’una dell’altra, Dorothea e Frances decisero di incontrarsi a Oxford davanti a Elliston, un negozio di stoffe. E fu così che quel giorno –racconta Yates– mi preparai all’importante incontro, importante per la mia vita e per la mia carriera.

Qualche mese dopo, durante una festicciola tra amici nella casa dei Singer in Cornovaglia dove Frances era stata invitata, Dorothea le presentò Edgard Wind, vicedirettore del Warburg Institute, un’organizzazione di cui lei ignorava l’esistenza. Wind invece aveva già sentito parlare di Frances Yates, era un attento lettore dei suoi articoli, in particolare di A study of Love’s Labour ‘s Lost (Uno studio su Pene d’amor perdute) e la invitò a servirsi della biblioteca del Warburg.
Una biblioteca meravigliosa (raccoglieva 60.000 volumi) strutturata in modo da presentare la storia della cultura come un tutto (storia del pensiero, della scienza, della religione, dell’arte) e c’era anche una sezione dedicata alla storia delle immagini e dei simboli.

In Inghilterra un approccio simile allo studio era totalmente nuovo, ma non per Frances che seguendo la propria ispirazione si era già incamminata su quella strada. Grazie alla mediazione di Dorothea, Yates trovò al Warburg il luogo giusto per le sue ricerche e un gruppo di donne e di uomini che per la loro condizione di esuli, di outsider dunque, le erano particolarmente affini.

Fondata ad Amburgo intorno al 1904 da Aby Warburg, il grande storico dell’arte ebreo-tedesco, la Biblioteca fu convertita in Istituto nel 1925. Dopo la morte di Warburg la guida dell’Istituto passò a Fritz Saxl. Quando Hitler prese il potere, il Warburg e chi vi lavorava dovettero emigrare in Inghilterra. Il trasferimento dell’Istituto da Amburgo a Londra, nel 1933, non fu certo un evento normale. «Un giorno –scrive Saxl in una sua memoria– arrivò sul Tamigi una nave con seicento casse di libri, scaffali metallici, leggii, strumenti fotografici».La ricerca di una sede in grado di ospitare l’immensa biblioteca richiese tempo e alcune sistemazioni provvisorie. Infine nel 1944  il Warburg venne incorporato  nella London University.

Ed è al Warburg che Frances incontra Gertrud Bing, un pilastro dell’Istituto (aveva lavorato con lo stesso Aby Warburg e con Saxl aveva rilocato la biblioteca a Londra) di cui nel 1955 assunse la direzione. L’amicizia tra Frances e Gertrud più grande di lei di circa vent’anni, fu intensa e profonda. Condividevano il piacere dello studio, i viaggi, le cene al circolo delle donne universitarie (l’University Women Club), confidenze e letture. Gertrud sostenne Frances negli anni in cui lavorava al suo capolavoro, Giordano Bruno e la tradizione ermetica; passò al setaccio nei minimi particolari il dattiloscritto e prima della pubblicazione ( 1964) annunciò a Frances: “ direi che è avvincente”. Gertrud Bing morì in quello stesso anno. Per Yates fu un colpo durissimo. Ma come sempre trovò conforto nel lavoro e all’amica scomparsa dedicò la sua nuova bellissima opera, L’Arte della memoria, che uscì nelle librerie nell’agosto del 1966. Nella prefazione al libro leggiamo: «Adesso che il libro della memoria è finalmente concluso, il ricordo di Gertrud Bing sembra più che mai intensamente presente. Nei giorni passati essa leggeva e discuteva i miei abbozzi, vegliando costantemente sui progressi del mio lavoro  o nell’assenza di ogni progresso), ora incoraggiando, ora dissuadendo, sempre stimolando con il suo intenso interesse e vigile senso critico. Essa sentiva che i problemi dell’immagine mentale, dell’attivazione delle immagini, della cattura della realtà attraverso le immagini, problemi sempre presenti nella storia dell’arte della memoria, erano affini a quelli studiati da Aby Warburg, che io conobbi solo attraverso di lei. Ora, non posso sapere se questo libro è riuscito quale essa sperava. Essa non vide neppure i primi tre capitoli del libro, che stavano per esserle inviati quando cadde ammalata. Dedico questo lavoro alla sua memoria, con profonda gratitudine per la sua amicizia».    

2.2 Dipendenza, Indipendenza, Libertà

In Frances Yates e la tradizione ermetica, Marjorie Jones insiste molto sullo scarso spirito di autonomia di Frances e sulla sua dipendenza da “una madre dispotica e rigorosamente vittoriana” che con infinite pressioni la teneva legata “alla casa dell’infanzia”. Così Frances restò “immobile” e non si lasciò “impregnare” dallo spirito dei ruggenti anni Venti. Se fosse stata un maschio –scrive Jones– la sua vita sarebbe stata alquanto diversa, non le si sarebbe consentito di restare a casa e di sfuggire la disciplina e la socializzazione dell’istruzione formale. Affermazione quanto mai strampalata dato che Hannah e Ruby frequentarono corsi di studio regolari e lavorarono per anni lontano dalla famiglia. Imboccarono cioè la via dell’emancipazione che è poi il punto di vista da cui Jones osserva la vita di Frances Yates e che le impedisce di cogliere la singolarità di un’esperienza in cui dipendenza, indipendenza e libertà si sono intrecciate.

In questa biografia che ha senz’altro dei meriti, ci sono tuttavia abbagli e travisamenti che alterano la verità umana e intellettuale di Frances Yates. La mia impressione è che in alcune parti del testo Jones abbia operato delle forzature piegando i sentimenti, i pensieri e le scelte di Yates a certe sue convinzioni, suggestioni letterarie e pregiudizi. Non mi spiego altrimenti la sua ostilità nei confronti di Hannah Malpas Yates (la figlia maggiore portava il suo stesso nome) e l’interpretazione fuorviante di quelle pagine dei Frammenti autobiografici dove Frances descrive la madre come una donna che amministrava con moderazione e giudizio il bilancio familiare. «Il suo attento controllo su qualsiasi faccenda dell’economia domestica – scrive Frances – rese possibile mandare un figlio a Oxford, una figlia a Cambridge e mantenere una casa in cui nulla mancava per una vita confortevole. Ella emanava un’aria di munificenza che riusciva a far sembrare gigantesca una cosa piccola: quando, alla fine del pranzo, serviva il dolce, riusciva a dare l’impressione a ciascuno di noi di metterlo tutto in ciascun piatto, e ne avanzava sempre un po’ per una seconda volta».

Jones interpreta le parole con cui Frances rende omaggio alla sapienza materna come “un ritratto poco lusinghiero della madre, quello di una donna sempre controllata” e dimentica che la madre di Hannah, Ruby e Frances fu anche la loro prima maestra e colei che sempre ne favorì i desideri: studiare, insegnare, scrivere libri. Il fatto è che Jones non riesce a mettere a fuoco, nella sua complessità, la relazione madre/figlia: le ambivalenze che l’attraversano e il rapporto tra dipendenza e indipendenza in cui madre e figlia sono reciprocamente coinvolte. Frances sapeva di dipendere dalla madre (aveva dormito con lei fino all’età di sedici anni), ne temeva la “volontà fortissima”, ma conosceva anche la sua fragilità e la sua dipendenza.

Dopo la morte della madre (1952) un amico di famiglia commentava in una lettera di condoglianze: «Aveva un tale gusto per la vita: la vita con lei deve essere stata burrascosa a volte, ma non era possibile che fosse noiosa /…/ Mi sembrava che dipendesse in particolare da te, e fra voi c’era un intesa che faceva pensare ti avesse trasmesso molte delle sue qualità».

Ma Jones afferma che i Frammenti non sono che una visione idealizzata della sua vita, togliendo valore e credito alle parole di Frances. Io invece mi fido delle sue parole, della sua verità e penso che scegliendo di restare alla New House, Frances abbia fatto una necessaria seppur difficile mediazione tra il proprio desiderio e l’obbligo di prendersi cura della donna e dell’uomo che le avevano dato la vita. Avere a che fare con una madre che non superò mai il trauma della perdita del figlio e con un padre la cui salute declinava di giorno in giorno le causava spesso tensioni, malumori, sofferenze. Ma di certo Frances non poteva abbandonarli. Il suo senso del dovere e la gratitudine verso la propria famiglia glielo impedivano.

Ancora nei Frammenti leggiamo: «L’esordio della mia vita fu meraviglioso; fui accolta non solo da genitori affettuosi, che si muovevano, con successo, in una atmosfera impregnata di storia,ma anche da due sorelle e un fratello pieni di dolcezza e di talento /… / Avevo avuto una incredibile varietà di precettori nella mia famiglia e con loro ero continuamente impegnata in accese discussioni. Era un mondo meraviglioso dunque quello in cui mi formai le mie prime impressioni».

Frances trovò a Claygate ciò di cui aveva bisogno: «un posto tranquillo e protetto» in cui si sentiva libera di vivere il suo ideale «di una vita di otium decoroso, con la possibilità di ricerca e di pensiero, con tempo per meditare e pregare, per muovermi verso una qualche meta non identificabile di realizzazione creativa, forse poetica, come una poesia epica che ritraesse il senso della storia e della religione». Restare con la madre e con il padre pur tra complicazioni psicologiche e materiali non ha certo impedito a Frances Yates di tener fede alla promessa dei suoi sedici anni: “voglio scrivere qualcosa di splendido”.
Niente e nessuno, neppure i tanti  smarrimenti e conflitti interiori, l’ha mai distolta dal suo desiderio. E lo splendore della sua opera ne è la testimonianza.

 

 

2.3 La speranza: da Giordano Bruno alle attiviste della Women Strike for Peace

Con Frances Yates la storia europea del Cinquecento e del Seicento cessa di essere una sequenza di fatti e di guerre. Battendo con audacia le strade “sconosciute e oscure” che caratterizzano il modo di pensare degli ermetici rinascimentali, seguendo per quelle vie le orme di Giordano Bruno, ciò che Yates porta alla luce è il profondo misticismo, ereditato dal medioevo e ancora vivo, che attraversa il Rinascimento. Nell’Europa allora devastata dalle guerre di religione tra cattolici e protestanti, dunque una guerra interna al cristianesimo, Giordano Bruno diffonde il messaggio di una religione di carattere magico che sapeva parlare con le cose, entrare in contatto con la natura, raccoglierne le vibrazione e le regole più intime.

Per lui, che si muoveva nel segno di Ermete Trismegisto, questa era la vera religione; una religione che aveva al suo centro la magia ma che al contempo doveva essere una religione civile, capace cioè di stringere tra gli uomini vincoli di pace e di civile convivenza. Vissuta in mezzo alle rovine della prima e della seconda guerra mondiale, Frances era profondamente toccata dal messaggio di universalismo spirituale che le veniva da Giordano Bruno e tutta la sua opera è pervasa e illuminata dalla speranza in una Europa migliore e più nobile, dove persone differenti potevano incontrarsi, comunicare, comprendersi. Il suo libro sulle accademie francesi del sedicesimo secolo (The French Academies of the Sixteenth Century) fu concepito e scritto nella dura atmosfera bellica della seconda guerra mondiale. Yates ricorda la desolazione del rigido oscuramento e dei razionamenti, gli attacchi aerei su Londra, il pericolo continuo di bombardamenti, gli incendi, le esplosioni.

“Tuttavia –afferma nei Frammenti autobiografici– avevo deciso che Hitler non mi avrebbe impedito di scrivere quel libro”. Le accademie francesi si presentavano ai suoi occhi come un oggetto di contemplazione stabile in un mondo che andava in frantumi. Eugenio Garin nell’introduzione alla raccolta di saggi di Yates, Giordano Bruno e la cultura europea del Rinascimento (pubblicato da Laterza nel 1988) sottolinea la grande originalità con cui Yates metteva a fuoco, nelle accademie francesi del sedicesimo secolo, «il luogo d’incontro delle tensioni culturali e artistiche del Rinascimento francese, e molto à la Warburg usava arte, musica, filosofia e religione per mostrare il disegnarsi di una nuova ‘armonia’ politica, culturale, religiosa, realizzata nella musica e nella poesia». Forse furono quegli annitragici –confesserà Yates anni dopo–«ad avermi spinta ad insistere sul tema dell’armonia, un’armonia raggiunta grazie alla musica e a un sincretico approccio religioso. In quell’epoca non posso negare che vissi nell’assurda speranza che quel sogno potesse realizzarsi».

 

Frances Amelia Yates lasciò questa terra il 29 settembre del 1981. Il suo funerale fu una semplice cerimonia di commemorazione alla quale parteciparono colleghe e colleghi del Warburg, alcuni suoi allievi e Margaret Mann Phillips, una vicina di casa. L’elogio funebre fu pronunciato da Ernst Gombrich che evocò di Frances la testa leonina, gli occhi scintillanti, il profondo interessamento per colleghi e studenti, l’allegra risata con cui reagiva alle follie e alle pedanterie della vita accademica e rese onore alle le sue qualità morali: un intransigente senso dei valori, uno straordinario coraggio intellettuale.

Margaret Mann Phillips ritrasse Frances nel salotto di Claygate, ovviamente circondata da libri, il caminetto da un lato e il pianoforte aperto sull’altro, e la finestra che si affacciava su un giardino piuttosto misterioso con grandi alberi. In quel salotto Frances le parlava della sua infanzia nei cantieri navali, del fratello caduto in guerra nella prima guerra mondiale, del lavoro avventuroso della sorella Ruby in Africa come missionaria insegnante. È il ritratto di una gentile e anziana signora. Eppure anche in quella semplice cornice –disse Margaret– era impossibile non rendersi conto del suo sguardo acuto, del suo vasto e preciso sapere. Impossibile separare Frances dalla sua opera, perché lei, la sua opera, la viveva.

Un’aura di magia la circondava. Il mondo che aveva reso suo era tutto intorno a lei e per lei il richiamo del mondo era basato sull’amore –amore della bellezza, della grande poesia, di una filosofia ideale, delle personalità immortali del passato.

È interessante, mi viene da pensare, che il tema della speranza così centrale nella vasta opera di Yates, ritorni ai giorni nostri nelle riflessioni della scrittrice e attivista americana Rebecca Solnit che nel 2005 ha pubblicato una raccolta di saggi con il titolo Speranza nel buio. Una guida per cambiare il mondo.

Yates ha dedicato la vita alla “contemplazione del passato del mondo”; Solnit pensa e agisce nel presente. Tuttavia queste due pensatrici così diverse tra loro, sono accomunate dall’idea che ciò che cambia il mondo ha il suo punto di inizio nell’immaginazione, nella speranza. Il cui filo di secolo in secolo, di generazione in generazione, continua a tessere inedite trame sì che un legame sotterraneo sembra unire Giordano Bruno e le attiviste della Women Strike for Peace (Donne in sciopero per la pace), il primo grande movimento antinucleare degli Stati Uniti.

Tutto iniziò –narra Solnit– con un gruppetto di donne che una mattina andò a protestare davanti alla Casa Bianca, abitata allora da Kennedy. Una di queste attiviste raccontò di quanto si sentisse stupida e inutile quella mattina a starsene lì a protestare sotto la pioggia. Ma alcuni anni dopo le capitò di ascoltare il dottor Benjamin Spock –diventato uno degli attivisti di spicco del movimento antinucleare– che dichiarava di essersi convinto ad agire dopo aver scorto quel piccolo gruppo di donne che inalberavano cartelli di fronte alla Casa Bianca. Se loro erano così appassionatamente impegnate, pensò in quell’occasione, era giusto che anche lui si impegnasse di più.

Nel 1963 quel movimento nato dall’immaginazione e dalla speranza di un piccolo gruppo di donne, contribuì a ottenere una vittoria fondamentale: il Trattato per la limitazione dei test nucleari nell’atmosfera, nello spazio extra-atmosferico e nel mare.

Le speranze –insegna Yates– anche quelle che mai si materializzarono, i tentativi di evitare lo scoppio delle guerre, i vani sforzi di risolvere le differenze per mezzo di mezzi conciliatori, fanno parte della storia quanto gli eventi terribili che le dimostrano false. Talvolta sconfitte, talvolta vittoriose, le speranze continuano ad agire nella storia e al pari degli eventi fanno girare il mondo. Di ciò è fermamente convinta Rebecca Solnit che scrive «Sperare è giocare d’azzardo, è puntare sul futuro, sui propri desideri, sulla possibilità che un cuore aperto e l’incertezza, siano meglio dello sconforto e della sicurezza. Sperare è pericoloso, eppure è il contrario della paura, perché vivere significa rischiare. Dico questo perché la speranza non è come un biglietto della lotteria che potete tenere tra le dita, seduti sul divano, augurandovi che sia la fortuna a bussare alla vostra porta. Lo dico perché la speranza è un’ ascia che serve ad abbattere le porte in caso d’emergenza, e servirsi di ogni parte di voi per cambiare la rotta, allontanando il futuro della guerra infinita, dell’annientamento dei tesori del pianeta/… / Speranza significa che un altro mondo potrebbe essere possibile, non promesso, non garantito. La speranza richiedel’azione; l’azione è impossibile senza la speranza».

Frances Yates, l’outsider, non si è mai occupata attivamente di politica. Ma aveva una sua idea dell’agire che per lei significava studiare, pensare, e scrivere al di fuori delle istituzioni accademiche ed essere, così, libera di inoltrarsi nel passato percorrendo sentieri imprevisti. Lungo i quali ha incontrato la religione magica ermetica e il suo messaggio di speranza che secondo Yates hanno profondamente influenzato gli ultimi drammi di Shakespeare. Dove è, a una giovane e nobile generazione rappresentata da Imogene e Postumo in Cimbelino; da Perdita e Florizel nel Racconto d’Inverno; da Miranda e Ferdinando in La tempesta, che il poeta affida la speranza di superare le discordie e le ingiurie che hanno diviso la generazione più vecchia, nella magica atmosfera della riconciliazione e di una rinascita spirituale.

Bibliografia

di Frances A.Yates:
L’Arte della memoria, Einaudi ,1972;
L’illumismo dei Rosa-Croce. Uno stile di pensiero nell’ Europa del Seicento, Einaudi, 1976
Astrea. Lidea di Impero nel Cinquecento, Einaudi, 1978
Gli ultimi drammi di Shakespeare.  Un nuovo tentativo di approccio,  Einaudi, 1979
Cabbalae occultismo nell’età elisabettiana, Einaudi, 1982
Giordano Bruno e la tradizione ermetica, Laterza, 1985
Frammenti autobiografici in Giordano Bruno e la cultura del Rinascimento europeo, introduzione di Eugenio Garin, Laterza, 1988
Theatrum Orbis, Nino Aragno editore, 2002
di Marjorie G. Jones:
Frances Yates e la tradizione ermetica, Casadeilibri, 2013
In occasione del Premio Galilei conferitole a Pisa nell’ottobre del 1978, Yates tenne un discorso consultabile online http://www.premiogalilei.it/html/vincitori/vincitori.php?id=18.
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