Non starò a raccontarvi delle storie

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Altrove, di Giovanna Zoboli

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Notizie da nessun luogo

di Giovanna Zoboli

6 / Altrove

 

Quando avevo due, o forse tre, anni, mi sono persa, come capita a molti bambini, sulla spiaggia di Milano Marittima. È il primo ricordo di cui ho memoria. Il bagnasciuga era affollato e io procedevo semplicemente perché, in mancanza d’altro, l’andare avanti rappresentava una direzione. La spiaggia era la stessa di sempre, i tanti sconosciuti che la affollavano anche, così come gli ombrelloni, le sdraio, gli stabilimenti balneari. Ma io non riconoscevo niente, non sapevo dove ero, perché mi trovassi lì, che luogo e momento fossero, se qualcuno da qualche parte mi stesse aspettando. Ero uscita dalla mia vita. E non avevo alcuna idea di come ritornarvi.
Appresi, credo, in quell’istante di essere al mondo.
Quella smagliatura nell’ordine spazio-temporale ebbe termine quando, da dietro, due braccia maschili mi sollevarono con energia. Non era mio padre, in quei giorni in città a lavorare, bensì Franco, guardiano del nostro bagno e dei bagnanti relativi, piccoli e grandi. La mattina, dopo averci legato alla schiena grandi uova di polistirolo arancione in funzione galleggiante, Franco ci dava lezioni di nuoto. Nuotavamo in non più di quaranta centimetri d’acqua, quell’acqua bassa con cui l’Adriatico della Riviera Romagnola comincia e va avanti, si direbbe all’infinito, di secca in secca. Un mare amichevole, caldo, di cui vedevo sempre il fondo: il tracciato regolare della sabbia disegnato dalle onde. Io pensavo che il mare fosse così dappertutto.

La seconda volta in cui mi persi, avevo forse otto o nove anni. Stavo facendo una passeggiata con i miei genitori e alcuni loro amici, e non so come, mi accorsi di non esserci più. Il bosco intorno, all’improvviso, era cambiato, diventato così alieno da sembrarmi un fondale. Mi trovavo su quel sentiero sconosciuto, sola, come su un palcoscenico. Da un parte si entrava, dall’altra si usciva. E io ero lì, al centro di una scena di cui ignoravo l’esistenza e non sapevo come avevo fatto a trovarmici. C’era silenzio. Rimasi immobile, paralizzata dal sospetto che se avessi sbagliato strada non avrei più fatto ritorno. Vedevo me stessa come fossi seduta fra il pubblico. Non avevo idea di chi fossi. A salvarmi, arrivarono prima alcune voci, fuori scena proprio come accade a teatro. Poi le presenze. Il tutto durò pochi minuti. Ma a me rimase sempre il dubbio di essere stata altrove. Che quel posto ci fosse e non corrispondesse a quello in cui un attimo prima stavo camminando insieme ai miei.

La letteratura, scoprii più avanti, è piena di questi buchi, brecce aperte per farci cadere fuori da noi stessi, e in cui chi più spesso cade sono, appunto, infanti o ragazzi. Tane scavate da conigli dove le bambine precipitano quando, nell’atmosfera torpida di un pomeriggio estivo, diventano sonnolente. Deserti in cui si materializzano principi venuti da altri pianeti. Barili di mele in cui ci si trova nascosti ad ascoltare i dialoghi del Male. Giungle in cui si apprende la lingua degli animali. Campagne di smeraldo in cui adolescenti vengono deposte da cicloni, con molta delicatezza per essere dei cicloni. Orfanotrofi in cui la sorte ti fa da guardiana. Foreste da cui ragazzine vengono inghiottite, braccate da ombre, insetti e orsi.

L’ultima volta che mi sono persa, è stato a Parigi, qualche anno fa. Avevamo un appartamento vicino alla fermata Voltaire. Tornando a casa, la prima volta da sola, uscita dal metro ebbi qualche difficoltà a ritrovarlo, poi mi orientai. La seconda, mi persi. Non riconoscevo alcun riferimento, presi strade sbagliate, cercai aiuto in una cartina, chiesi indicazioni. Ma il fatto è che quel posto era diventato un altro. Non lo avevo mai visto, nonostante ci fossi passata più volte. Non sapevo cosa pensare. Più cercavo di orientarmi più sbagliavo, e andavo lontano, eppure sapevo perfettamente che l’appartamento era vicino, vicinissimo alla fermata. Semplicemente, non c’era più.
Impiegai qualcosa come mezz’ora per rientrare nello spazio conosciuto, da cui, incautamente e grazie a un passo falso di cui mi era nota l’esistenza, ero uscita. Vi rientrai per caso quando, nel mezzo del marasma, la porta dell’edificio mi si materializzò di fronte.
Per tutto il tempo in cui quello smarrimento durò, sperimentai una progressiva sensazione di sparizione: non mi vedevo da fuori né, soprattutto, da dentro. Ero diventata parte del flusso misterioso, impenetrabile della realtà esterna. Gente, lampioni, auto, marciapiedi, vetrine, alberi.
Se ricordo molto bene quella piazza di Parigi e le vie circostanti nel momento in cui mi smarrii, non ho che vaghi ricordi del luogo che in quei pochi giorni mi divenne familiare.
A volte, allora, mi chiedo in che modo esistano i luoghi, se nella mia memoria, in queste circostanze, a esistere veramente sono rimasti la spiaggia, il bosco, la piazza in cui io sparii. E degli altri, quelli consueti, dove io c’ero, in me si è persa traccia.

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di Giovanna Zoboli

[Questo titolo è rubato a William Morris che nel 1891 pubblicò il romanzo utopico, News from Nowhere. Mi sono resa conto che negli anni ho accumulato una quantità di ricordi legati soprattutto a luoghi. E questi ricordi si organizzano in delle specie di guide, come i Baedeker di una volta, per quelli che se ne stavano sempre all’estero, come i personaggi dei romanzi di Henry James. Grazie a questi racconti portatili, io che ho un po’ ho sempre l’impressione di essere in un paese straniero, da un po’ di tempo mi sento come in una specie di Grand Tour. Ma queste notizie, ho anche pensato, chissà da dove vengono]

6 / Altrove

5 / Il sogno delle pietre

4 / Crinali

3 / Contare, celati dietro le quinte

2 / Come un nastro lucido e nero

1 / Peggy e il meraviglioso chiarore

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