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Una magra ragazza selvatica, di Giovanna Zoboli

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di Giovanna Zoboli

7 / Una magra ragazza selvatica

Viaggiare in bici costringe il lettore compulsivo a limitare la scelta dei titoli da portare in vacanza. In sostanza, nello zainetto che porta sulle spalle, eliminate le borse da mulo che i negozi di velocipedi consigliano e che invece sono una inutile zavorra, ne è concesso uno solo.

Per accompagnarmi lungo la ciclabile del Canal du Midi presi con me le Letture facoltative di Wislawa Szymborska, scelta che si rivelò splendidamente adeguata: oltre a presentare un congruo numero di pagine, parlava di cose che mi interessano moltissimo, dalle salamandre alla storia del vestiario, dai dinosauri alle composizioni floreali, dalle biografie di celebrità ai manuali di autorilassamento, ginnastica casalinga o fai da te, dai diari di noti e ignoti alla vita psichica dei cani, dall’alfabeto cinese all’evoluzione dei molluschi e così via. Ogni sera, grazie all’umorismo e alla vocazione di pensatrice della Szymborska, avevo la conferma che la lettura costituisce il coronamento più perfetto a cui una giornata perfetta può ambire.
Come spiega di sé l’autrice di questo libro magnifico – una raccolta di recensioni a libri ‘non nobili’ -, anche io posso tranquillamente annoverarmi fra i lettori puri, quelli contenti di leggere qualsiasi cosa sia stata stampata: «In ultima analisi mi sono resa conto di essere e voler restare una lettrice amatoriale, su cui non gravi l’imperativo di un’incessante valutazione.»

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Che io ricordi, è sempre stato così. Sebbene abbia avuto a disposizione raffinati genitori che operavano per noi bambine scelte nobili e poco conformiste, a casa dei nonni, materni e paterni, potevo tuffarmi con altrettanto entusiasmo in una produzione editoriale minore che presentava aspetti della vita dal fascino incommensurabile.

A Brescia, a casa dei genitori di mia madre, dove per tradizione trascorrevamo due settimane di settembre prima dell’inizio delle scuola, questa esperienza toccava vertici di puro splendore. Sul davanzale del bagno principesco in cui troneggiavano due lavandini gemelli color salmone, ognuno dei quali aveva il proprio asciugamano con cifre ricamate, una pila di Selezione del Reader’s Digest, attendeva di essere consultata. In fondo, questa avventura editoriale cominciata nel 1922 per intuizione dei coniugi Witt e Lila Bell Wallace, e approdata in Italia nel 1948, si fondava su un’idea simile a quella delle letture facoltative della Szymborska. Come dice Wikipedia «raccogliere i migliori articoli su vari argomenti pubblicati da varie riviste statunitensi, riassumendoli e talora riscrivendoli e poi riunendoli in una rivista destinata alle famiglie».
Ciò che mi seduceva, oltre al fatto di leggere in compagnia dei lavandini che io ritenevo degni di una famiglia reale, era proprio quel saltare di palo in frasca, dalle ultime notizie sulla meccanizzazione dell’agricoltura in Oriente all’igiene del cavo orale; dai benefici della risata alla scoperta della Cattedrale di Chartres, dalle meraviglie della barriera corallina ai fuoriclasse dell’hockey. Non ci si faceva mancare niente e gli articoli si leggevano anche loro saltando di palo in frasca le righe, come era chiaro che quella pubblicazione permetteva, svincolata da qualsiasi impegno e pretesa, precorrendo spavaldamente il decalogo dei diritti del lettore stilato da Pennac.

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Nella sala dei nonni, una sala vera che non aveva nulla di moderno, con la pendola di noce che batteva l’ora, il pavimento di marmo lucido e le poltrone rivestite di damasco fiammato, una grande libreria in legno scuro occupava una intera parete. Dove le ceramiche e le orribili sculture lasciavano spazio, c’erano dei libri, ma anarchici, in ordine sparso. Certo, l’enciclopedia, immancabile presenza negli anni Sessanta, si allineava un volume dietro l’altro, ma per il resto i titoli si accumulavano sui ripiani lasciati dal caso e dall’arbitrio.
Grazie a questo criterio di scelta che sdegnava ogni estetica, lessi, per esempio, Il cucciolo della scrittrice americana Marjorie Kinnan Rawlings, pubblicato nel marzo 1938, vincitore del Premio Pulitzer nel 1939 e tradotto, come si suol dire dei grandi successi editoriali, in più di 20 lingue. Se volete divertirvi a leggere la sua pittoresca trama potete leggere qui la voce di Wikipedia.

Io lo trovai magnifico. Si piangeva praticamente a ogni riga visto che a ogni pagina qualcuno soccombeva a causa delle disgrazie più varie. Lo amai subito pazzamente perché il più grande desiderio del suo protagonista, tal Jody, undicenne, era quello di possedere un animale tutto suo. In quel periodo non pensavo ad altro che agli animali, e leggevo tutto quello che su di loro era disponibile. Fantasticavo di un futuro da zoologa o, meglio, naturalista, parola che mi pareva più promettente. Quando poi, più tardi, lessi Gerald Durrell e Konrad Lorenz, capii che era l’etologa che volevo fare. Adoravo quei perdigiorno che con la scusa dello studio non facevano che stare all’aria aperta a importunare animali: mi pareva la vita più desiderabile che potesse capitare in sorte a un essere umano. Per questo, nonostante la sua dura vita di fatiche, per me Jody era la creatura più fortunata della Terra dato che viveva nei boschi della Florida i quali traboccavano di animali di ogni tipo. Il colmo delle sue fortune, poi, era il cucciolo del titolo posto dal destino e dal plot sul suo cammino: nientemeno che un cerbiatto, orfano di una cerva uccisa dal padre. Superato, a tempo debito, grazie a Bambi, il trauma della morte della madre, con un tale spargimento di lacrime da costringere i miei a portarmi fuori dal cinema, ora potevo tranquillamente gustarmi quella storia luttuosa. Probabilmente un’altra delle cose che mi piaceva di più, in quel romanzo, era che con tutto quel ben di Dio di foreste non si faceva che andare a caccia.

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Mio nonno era cacciatore e in salotto, insieme ai bibelot della nonna, esponeva anche i suoi fucili su fondi di velluto verde. Più modestamente, rispetto a Jody e a suo padre, lui cacciava in riserve della bassa padana, nei pressi di Parma, città da cui originava la sua numerosa famiglia di proprietari terrieri. Una volta portò anche noi nipoti con lui, a una battuta. Camminammo per ore in compagnia di uno stuolo di cacciatori e di cani nelle brume dell’alba e dell’autunno, fra boschi e prati. Ogni tanto si mettevano tutti a sparare e c’era un fracasso assordante e anatre e fagiani cominciavano a piovere da ogni parte. Fu bellissimo.
Oggi nessuno porterebbe più due bambine a caccia, una pratica socialmente deprecata. Ma erano tempi lontani. Mia nonna cucinava sopraffini piatti di selvaggina e a noi pareva del tutto normale quel modo di fare. Per esempio, nonostante fossi nel pieno della mia scellerata passione per gli animali, non mi urtavano quelle faccende venatorie: tutt’altro. In sala, insieme ai fucili, il nonno teneva anche tutte le annate di Diana (che era anche il nome della sua cagna da caccia preferita) rivista a cui era abbonato (a Selezione, invece, era abbonata la nonna), e che, per l’appunto, mostrava pagine e pagine di cani, lepri, cinghiali, cartucce, moschetti e quant’altro. Io la sfogliavo affascinata, sognando, un giorno, di potermi vestire anche io da cacciatore, stile che mi sembrava il vertice dell’eleganza, con gli stivaloni e le giacche di velluto. A sparare non pensavo, ne facevo unicamente una questione estetica.

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Quando nel 1983 scoprii l’esistenza, attraverso Il bagno di Diana di Pierre Klossowski nella fulgente edizione Franco Maria Ricci, degli affreschi del Parmigianino a Rocca Sanvitale, a Fontanellato, non feci caso a quella coincidenza fra riviste, affreschi, cacciatori, cani e origini parmensi. Ero fresca di studi classici, e quegli antichi amori per selve e selvatici erano confluiti nella passione dominante per la letteratura.
Diana ora era diventata Artemide e mi parlava nei Dialoghi con Leucò, di Pavese, attraverso le incandescenti parole di Endimione: «O straniero, lei mi disse il mio nome e mi venne vicino – la tunica non le dava al ginocchio – e stendendo la mano mi toccò sui capelli. Mi toccò quasi esitando, e le venne un sorriso, un sorriso incredibile, mortale. Io fui per cadere prosternato – pensai tutti i suoi nomi – ma lei mi trattenne come si trattiene un bimbo, la mano sotto il mento. Sono grande e robusto, mi vedi, lei era fiera e non aveva che quegli occhi – una magra ragazza selvatica – ma fui come un bimbo. «Tu non dovrai svegliarti mai», mi disse. «Non dovrai fare un gesto. Verrò ancora a trovarti». E se ne andò per la radura.
Percorsi il Latmo quella notte, fino all’alba. Seguii la luna in tutte le forre, nelle macchie, sulle vette. Tesi l’orecchio che ancora avevo pieno, come d’acqua marina, di quella voce un poco rauca, fredda, materna. Ogni brusio e ogni ombra mi arrestava. Delle creature selvagge intravvidi soltanto le fughe. Quando venne la luce – una luce un po’ livida, coperta – guardai dall’alto la pianura, questa strada che facciamo, straniero, e capii che mai più sarei vissuto tra gli uomini. Non ero più uno di loro. Attendevo la notte.»
Fra tutte le figure femminili del mito, certamente era lei la più seducente: lunare, errabonda, boschiva, solinga, con quel gemello tutto luce a farle da alter ego. L’una trapassava nell’altro come fanno il giorno e la notte, senza che fra selvatichezza e armonia si interponesse alcun ostacolo.

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Delle riproduzioni degli affreschi del Parmigianino, nel libro, mi folgorarono i levrieri candidi ed elegantissimi, e la trasformazione di Atteone in cervo, con il corpo umano, le braccia nude, la faretra, le frecce, e la testa di animale.
Quando poi, anni dopo, a Rocca Sanvitale, la vidi dal vero, quella stanza delle meraviglie, chiamata “stufetta” ovvero bagno, rimasi sorpresa dalle sue piccole dimensioni. L’avevo immaginata vasta come una foresta, e scoprivo che aveva le dimensioni di una radura apertasi improvvisamente nel folto di un bosco in cui la luce filtri dall’intreccio di rami. C’era un senso in questo farsi scrigno dello spazio: la vicenda che vi si raccontava era quella di una violazione a una intimità, di uno sguardo incautamente caduto su un segreto. Mi colpì anche che quella magnificenza, uno degli affreschi più splendidi del Cinquecento, stesse in un paese delizioso, ma come ce ne sono tanti, nella bassa dolce e autunnale, chiuso in una piccola camera di una fortezza che sembrava un soprammobile con intorno un fossato giocattolo, tutto sommato abbastanza spoglia, quasi rustica: una fuga di grandi stanze gelide con arredi d’epoca e sfilze di ritratti di avi.

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Durante la visita alla Rocca, la guida spiegò che la metamorfosi ovidiana di Atteone mutato in cervo e poi divorato dai suoi stessi cani per aver visto la dea nuda, fu scelta per gli afferschi nel 1523 da Paola Gonzaga, moglie di Galeazzo Sanvitale, che aveva da poco perduto un bambino. Diana fu rappresentata dal Parmigianino, quindi, a rimprovero della sua crudeltà: bellicosa e disumana, era responsabile sia della morte di Atteone, punito per la sua impudenza, sia di quella del neonato sul quale la dea, sebbene protettrice dei parti, distratta dalle sue corse fra forre e dirupi, non aveva sufficientemente vegliato.

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L’antrum nemorale degli incredibili esametri ovidiani, ovvero l’antro silvano, il sacro recesso nascosto nella valle “fitta di pini selvatici e di snelli cipressi” in cui la Dea si bagnava alla sorgente circondata dalle ninfe, è divenuto nella “stufetta” un pergolato trapunto di fiori e coronato da una siepe di rose affacciata sull’azzurro. I volti dei cani, malinconici e quasi umani, rendono omaggio alla più smagliante pagina di letteratura mai dedicata a una muta di di cani in caccia, chiamati da Ovidio uno per uno, per nome e attributo, come nelle scene di guerra in cui Omero nominava gli eroi: «Mentre stava esitando, lo avvistano i cani. Per primi latrando diedero il segnale Melampo e Icnòbate, gran segugio – da Creta traeva origine Icnòbate, Melampo da Sparta -; poi si precipitarono, più veloci del rapido vento, gli altri: Palfago, Dolceo, Oribaso, tutti d’Arcadia; il valido Nebrofono, il feroce Terone con Lelape, Pterela e Agre valenti di zampe e di nari, l’inferocito Ileo, or non è molto ferito da un cinghiale, Nape, concepita da un lupo, Pemeni, accompagnatrice di armenti, Arpia seguita da due suoi cuccioli, Ladone di Sicione, che mostrava l’incavato ventre, e Droma, Canache Sticte, Tigri, Alce, Leucone dal pelame niveo Absolo, dal pelame nero, il robustissimo Lacone, Aello irresistibile nella corsa, e Too e il rapido Licisco col fratello Ciprio, Arpelo contrassegnato da bianca macchia nel mezzo della fronte nera, Melaneo, Lacne dall’ispido dorso, e Labro e Agriodo, nati da padre originario di Dicte ma da madre di Laconia, Ilattore dalla prepotente voce…» (traduzione di Enrico Oddone).

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Per trovare una muta di pari bellezza letteraria bisognerà aspettare quella allestita da Gustave Flaubert per il giovane e nobile Giuliano, nel prodigioso San Giuliano Ospitaliere, contenuto in Tre racconti: «Quando Giuliano fu in grado di recitare a memoria tutte queste cose, suo padre gli mise insieme una muta.
Anzitutto vi si notavano ventiquattro levrieri barbareschi, più veloci delle gazzelle ma facili a infuriarsi; poi diciassette copie di cani bretoni, picchiettati di bianco su fondo rosso, irremovibili nella loro ostinazione, dal petto gagliardo e l’urlo possente. Per attaccare il cinghiale e per le pericolose false piste, c’erano quaranta grifoni, villosi come orsi. I mastini di Tartaria, alti quasi come asini, dal colore del fuoco, con il dorso largo e il garretto dritto, erano riservati all’inseguimento degli uri. Il mantello nero dei cani spagnoli luccicava come raso, l’abbaiare dei talbotti valeva quello dei cantatori inglesi. In un cortile a parte latravano, scuotendo la catena e roteando le pupille, otto alani, bestie formidabili che saltavano al ventre dei cavalieri e non hanno paura dei leoni.» (traduzione di Eugenia Scarpellini).

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A casa dei nonni, nel breve corridoio che collegava la sala alla cucina, sopra la mensola su cui stavano piatti e fruttiere era appesa una grande natura morta: una giovane cerva morta era adagiata sul piano di un grande tavolo rustico, con accanto un piatto, una pezza bianca e una brocca. Pareva stesse dormendo, e mi sembrava bellissima. Quel quadro lo aveva dipinto la nonna che da giovane si dilettava d’arte ed era in grado di imitare qualsiasi stile e di disegnare e dipingere qualunque cosa, rendendo perfettamente l’effetto del vetro, del metallo, del pelo, di un cielo nuvoloso, di un paesaggio, di un cesto di frutta o un bosco d’autunno.
Se devo pensare alla cerva “bionda come le foglie morte” che Giuliano uccide per ultima nel giorno della carneficina senza fine che precede la maledizione che graverà sul suo destino, e farà di lui un santo, è a questa immagine della mia infanzia che penso.

 

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di Giovanna Zoboli

[Questo titolo è rubato a William Morris che nel 1891 pubblicò il romanzo utopico, News from Nowhere. Mi sono resa conto che negli anni ho accumulato una quantità di ricordi legati soprattutto a luoghi. E questi ricordi si organizzano in delle specie di guide, come i Baedeker di una volta, per quelli che se ne stavano sempre all’estero, come i personaggi dei romanzi di Henry James. Grazie a questi racconti portatili, io che ho un po’ ho sempre l’impressione di essere in un paese straniero, da un po’ di tempo mi sento come in una specie di Grand Tour. Ma queste notizie, ho anche pensato, chissà da dove vengono]

6 / Altrove

5 / Il sogno delle pietre

4 / Crinali

3 / Contare, celati dietro le quinte

2 / Come un nastro lucido e nero

1 / Peggy e il meraviglioso chiarore

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