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Il sogno delle pietre, di Giovanna Zoboli

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di Giovanna Zoboli

5 / Il sogno delle pietre

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Il 25 gennaio di quest’anno ho visto un meteorite. Non ne avevo mai visto uno. Era esposto al Museo del 900, insieme alle opere di Lucio Fontana e Yves Klein, a Milano, alcuni mesi fa. Più o meno alla fine del percorso espositivo, accanto ai “Concetti Spaziali” di Lucio Fontana, c’era questa forma metallica nera, elegantissima. Il più riuscito di tutti i “Concetti”, ho pensato. Invece, poi la didascalia diceva: “Meteorite di Uegit. Rinvenuto a Dersa, a est di Uegit, Somalia, nel 1921. Ottaedrite, lega di ferro e nichel. 45 x 65 x 50 cm. Roma, Università degli Studi “La Sapienza”, Museo di Mineralogia”. Il vuoto allo stomaco che ho percepito, leggendo, mi è parso la reazione più adeguata di un corpo umano di fronte allo Spazio e alla imprevista manifestazione di un suo frammento tangibile. La sorpresa con cui una forma di vita organica riscontra per intuizione in una forma inorganica le medesime leggi che la governano, persino l’altezza vertiginosa di un pensiero estetico. Come ciò accada, come l’inorganico si svincoli dalla propria immobile e lontanissima storia cosmica per intraprendere l’avventura tumultuosa della vita organica fino a culminare nel pensiero, lo racconta Primo Levi in quel capolavoro che è “Carbonio”, ultimo racconto de “Il sistema periodico”.

Da quando è stato aperto il Museo del 900, i milanesi hanno una apertura notturna sulla volta celeste. La piccola galassia di luce che brilla attraverso i vetri dell’ultimo piano dell’Arengario, la “Struttura al neon per la IX Triennale” realizzata da Lucio Fontana nel 1951, accende sulla piazza una dimensione metafisica che fa del Duomo con la sua  icona d’oro, fra le guglie, una presenza fantasmatica, non più così facilmente liquidabile con una ordinaria lettura urbana. Come se quel suo bianco eccessivo che costringe la città a una interminabile azione di candeggio, si leggesse finalmente nella giusta prospettiva.

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I bambini milanesi non conoscono il cielo notturno che, cinto dalla corona aranciata delle tangenziali, trascolora in una quinta viola e marrone. Se un bagliore mi colpì da bambina, fu quello, in un pomeriggio invernale, dei gioielli nelle vetrine di via Manzoni, la prima volta che vi passai insieme a mio padre. Non sapevo, fino a quel momento, che esistessero pietre di quella bellezza e da quel momento decisi che quelle, un giorno, avrei regalato a mia madre.

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Nella nostra costellazione familiare il sole era lei; mio padre, più lunare. Nel suo scaffale di poesia c’erano i “Canti” di Leopardi, rilegati in rosso. All’interno, su fogli di carta velina, trascritti di suo pugno, l’elenco dei versi in cui Leopardi aveva nominato la luna. Di quel libro lessi prevalentemente quell’elenco, senza stancarmene, che si configurava per me come una sorta di guida all’esplorazione celeste. Le mie parole preferite erano quelle che pronunciava il Pastore errante dell’Asia: “Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai,/Silenziosa luna? Sorgi la sera, e vai,/Contemplando i deserti; indi ti posi./Ancor non sei tu paga/Di riandare i sempiterni calli?/Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga/Di mirar queste valli?/Somiglia alla tua vita/La vita del pastore./Sorge in sul primo albore/Move la greggia oltre/pel campo, e vede/Greggi, fontane ed erbe;/Poi stanco si riposa in su la sera:/Altro mai non ispera./Dimmi, o luna: a che vale/Al pastor la sua vita,/La vostra vita a voi? dimmi: ove tende/Questo vagar mio breve,/Il tuo corso immortale?”

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Mi ammaliava soprattutto la possibilità indicata di quel camminare, parlando ad alta voce con il Non Umano: pratica geniale, da seguire senza por tempo in mezzo. Una sera, camminando per Feltre, cittadina in cui pernottavamo durante un giro in Veneto dedicato all’architettura del Palladio, per mano a mio padre recitai una poesia ispirata al vuoto del cielo notturno. Non l’avevo scritta, ma pensata in quello stesso momento. Quel Pastore che errava per l’Asia mi garantiva che cose simili non solo si potevano fare, ma addirittura erano auspicabili.

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Forse per addomesticarci alle presenze celesti, mio padre precedentemente ci aveva regalato “Cinque lire di stelle”, piccola raccolta di nenie e filastrocche di Garcia Lorca, poeta che da lune, ora bianche ora nere, sembrava abbacinato almeno quanto Leopardi.
Fu forse per tutte queste ragioni che quando mio padre, emozionatissimo, ci consentì di attendere sveglie davanti alla tv le prime immagini dell’allunaggio dell’Apollo 11, ebbi l’impressione di una faccenda piuttosto farraginosa, a cominciare dalla lentezza da palombari degli astronauti, imprigionati nei loro scafandri, e da quell’ammasso di ferraglia che era la loro navicella. Era il 20 luglio del 1969. Erano quelli i mesi in cui  il giardino della nostra casa sull’Appennino si riempiva di lucciole, offrendo alla vista di due bambine milanesi un Concetto Spaziale perfettamente articolato e risolto, e dall’estetica impeccabile (“Scoppia di rabbia, Marco Polo!/Su una ruota fantastica/i bambini scoprono distanze/sconosciute della terra”, ammoniva Garcia Lorca in una canzone contenuta nel nostro libretto).

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Mio padre, a Milano, per istruirci alla contemplazione del cielo aveva anche provato a portarci al Planetario, costruzione in stile neoclassico ai Giardini di Porta Venezia. Ma un po’ perché per me in quei giardini contavano solo le meraviglie viventi del Museo di Storia Naturale e dello Zoo, un po’ perché quel buio gremito di istruzioni su dove guardare e cosa pensare era piuttosto noioso, la cosa non ebbe seguito. Io, era chiaro, preferivo interloquire col cielo alla moda dei pastori.

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Una seconda lezione sulle costellazioni la avemmo da mio padre, dal vivo, al mare. Passando dalle meraviglie astronomiche della poesia a quelle della divulgazione scientifica, si era procurato una piccola guida alle stelle e ai pianeti. In spiaggia, manuale alla mano, ci indicava le costellazioni e la loro composizione, con nomi, cognomi e significati allegorici. Era meglio del planetario: la volta notturna era autentica e si poteva anche non ascoltare, a discrezione. Mi distraevo, infatti; un po’ seguendo, un po’ no, presa dal buio e dall’acqua. Nel complesso riuscivo a vedere poco delle costellazioni indicate. Le stelle erano migliaia: a tratti mi incantavano, a tratti le ignoravo,  indifferente. Ma se riuscivo a seguire il dito di mio padre, azzeccando e riconoscendo una stella dopo l’altra, formando la composizione con i nomi, di solito mirabili, che lui ci leggeva, – Aldebaran, Sirio, Pegaso, Andromeda, Cigno -, allora il cielo smetteva di essere indifferenziato, sterminato, vertiginoso. Acquisiva un ordine e, cosa sorprendente, la forma regolare della costellazione diventava un punto di riferimento. In mezzo al caos di tutte le altre stelle, prendeva a brillare più intensamente. Era solo un’impressione: ma la forma che insieme quelle stelle componevano, si imponeva al mio sguardo con una tale evidenza da alterare la percezione. Prima che una lezione di astronomia, quella fu una lezione sulla forma, e che sia stato lo Spazio a impartirla non è di secondaria importanza. La sensazione era di puro entusiasmo. Qualcosa di simile, ma moltiplicato per mille, a quello che mia sorella e io provavamo facendo “Il disegno nascosto”, gioco della settimana enigmistica, di cui mia madre ci lasciava il privilegio, che consisteva nell’unire i punti numerati. A metà dell’impresa, di solito, si cominciava a intuire se quello che sarebbe apparso era un signore con l’ombrello, una nave o una scimmia in bicicletta.
Per tutte queste esperienze, probabilmente, la notte mi è sempre sembrata un luogo, più che un tempo. Lo Spazio, appunto, che di giorno è precluso. Un posto che si manifesta a sipario chiuso, quando le luci si spengono e c’è silenzio. Il meteorite di Uegit è la massima espressione, per me, di questo “teatro del Vuoto”, per adottare una definizione di Yves Klein.

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Considerati pietre sacre attraverso i secoli e le culture, i meteoriti furono, come racconta Erik Sablé nel suo incantevole “Piccolo trattato delle stelle” (Il Melangolo), protagonisti di vicende di umana follia. Come quella di Eliogabalo, nipote di Caracalla diventato imperatore, quattordicenne, nel 218 d.C., la cui vita, almeno secondo la versione di Antonin Artaud, fu dominata dall’ossessione per un meteorite, una pietra nera atterrata in Siria e custodita nell’antica Emesa, venerata come immagine del dio Baal, da cui il nome Eliogabalo, mutuato per sé dall’imperatore. Dopo averne fatte di cotte e di crude in nome e per conto di tale pietra magica, il giovane despota cercò persino di trovarle marito. Come nota Sablé con sopraffina ironia: “Fu la prima e l’ultima volta che un meteorite rischiò di sposarsi”.
Venerati ovunque, fin dalla preistoria, in Africa e India, nei templi greci, tibetani e islamici, la gloria dei meteoriti trova la massima espressione in “al-ahjar al-asward”, ossia la pietra nera caduta dal Paradiso, dono dell’Arcangelo Gabriele ad Abramo, conservata a La Mecca, “incastonata in uno scrigno d’argento anch’esso sigillato nell’angolo nord-est della Kaaba [ovvero il Cubo ndr], posta al centro del cortile della grande moschea Masjid al-Haram”.
Osserva Sablé che “Anche in qualche chiesa cristiana si adoravano dei meteoriti. Stranamente erano incatenati al suolo per impedire che tornassero in cielo, loro luogo di origine, cessando così di distribuire i loro benefici effetti alla popolazione. Ma forse i nostri antenati facevano bene a prendere certe precauzioni: perché queste pietre venute dal cosmo non dovrebbero sognare di far ritorno nello spazio? Chi può sapere quanto sia forte il sogno delle pietre, quanto siano tenaci i loro desideri e quanto robuste siano le ali che le spingono al di là del potere di attrazione della Terra?”

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È stata questa immagine che mi è tornata in mente davanti all’imprevista apparizione del meteorite di Uegit, al Museo del 900. Lo osservavo e mi chiedevo come fosse possibile che quel pezzo di metallo venisse davvero dallo Spazio, lo avesse attraversato, accorgendomi di non sapere come figurarmi tale provenienza, in che modo immaginarla. La sua materia mi suggeriva tanta più estraneità, quanto più sembrava dar forma a un oggetto non plasmato dal caso o da eventi meccanici, ma da un pensiero, come le opere stesse di Klein e Fontana, in mostra. Questa origine ibrida, artefatta e insieme naturale, mi pareva indicare un Altrove così reale, ma distante, da risultare impensabile. Uno spazio astratto, mentale, cosmico, metafisico. Il passo di Sablé sui meteoriti incatenati e la loro tensione verso lo spazio di origine, in questo senso, era illuminante.

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Molto spesso, nei notturni risvegli improvvisi o nei gesti prima del sonno, chiudendo una finestra o spegnendo una luce, il mio pensiero si ferma di fronte alla notte come a una destinazione non raggiunta, uno spazio non consumato, non percorso. Come se, paradossalmente, solo una visione di distanze siderali inorganiche possa dar conto con la massima verità della materia umana, organica, di cui si è fatti.
Grazie a Silvia Vecchini, alcuni mesi fa, mi sono imbattuta in una poesia, – “Notturno”, di Walter Cremonte (in “Contro la dispersione”, Guerra Edizioni) -, che dà conto con precisione di questa esperienza. “Questa notte alle quattro/mi sono svegliato/c’era un cielo stellato/mai visto, così bello che io/non l’avevo mai visto/ho pensato/che quel cielo stellato era proprio sprecato/poiché tutti dormivano/e che anch’io/quando sono stellato così/non mi fanno l’amore/ma dormono.”
La “stellatura” del corpo è una immagine esemplare che dell’umano porta in superficie la dimensione abissale: il percorso descritto da Primo Levi che dalla roccia calcarea attraverso l’atomo di carbonio porta al “torrente sanguigno”, al cervello, alla mano, al segno della scrittura: e, insieme, una stellatura che è ragione della nostra costante tensione verso un Altrove che senza posa si traduce in immaginazione erotica, amorosa. Jorge Luis Borges in “Amorosa anticipazione” (in “Luna di fronte”, Meridiani Mondadori, I vol.), descrivendo la visione dell’amata dormiente, osserva: “mi darai quella sponda della tua vita che tu stessa non hai./Gettato alla quiete,/scorgerò quella spiaggia ultima del tuo essere/e ti vedrò per la prima volta, forse,/come Dio deve vederti,/sbaragliata la finzione del Tempo,/senza l’amore, senza di me.”
Come scrive Vittorio Sermonti, riferendosi all’ultimo verso dell’ultimo canto del “Paradiso” della “Divina Commedia”: “E così finisce, come tutti sanno, il più gran libro scritto da un cristiano”. “L’amor che move il sole e l’altre stelle”.

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di Giovanna Zoboli

[Questo titolo è rubato a William Morris che nel 1891 pubblicò il romanzo utopico, News from Nowhere. Mi sono resa conto che negli anni ho accumulato una quantità di ricordi legati soprattutto a luoghi. E questi ricordi si organizzano in delle specie di guide, come i Baedeker di una volta, per quelli che se ne stavano sempre all’estero, come i personaggi dei romanzi di Henry James. Grazie a questi racconti portatili, io che ho un po’ ho sempre l’impressione di essere in un paese straniero, da un po’ di tempo mi sento come in una specie di Grand Tour. Ma queste notizie, ho anche pensato, chissà da dove vengono]

5 / Il sogno delle pietre

4 / Crinali

3 / Contare, celati dietro le quinte

2 / Come un nastro lucido e nero

1 / Peggy e il meraviglioso chiarore

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