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Traffico su rotaia, di Giovanna Zoboli

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Notizie da nessun luogo

di Giovanna Zoboli

8 / Traffico su rotaia

Quando viaggio in treno, cosa che mi capita con una certa frequenza, mi porto sempre qualcosa da leggere. Di solito scelgo tre libri. Uno di poesia, un saggio, un romanzo. Questo non ha nulla a che vedere con la possibilità che io li legga davvero; né quelli che porto con me corrispondono forzatamente a quelli che sto leggendo in quel momento. Spesso capita che uno dei tre libri sia di poche pagine, genere Biblioteca minima Adelphi o Sassi nello stagno Nottetempo, cioè quel tipo di libri che io immagino fulminanti. Il treno è un luogo a cui le fulminazioni sono propizie. La poesia la porto con me per la stessa ragione: in questo caso si tratta più propriamente di illuminazioni. Anche procedere per illuminazioni è un’ottima condizione ferroviaria.

Minima Adelphi

Nottetempo

Tre titoli, perché, una volta preso posto, non so mai cosa effettivamente avrò voglia di leggere. Spesso mi capita di non aprirli nemmeno.

A mio avviso la frammentazione del testo, che si tratti di riflessioni o pamphlet scanditi da paragrafi o raccolte di versi, corrisponde alla forma del viaggio in treno o, meglio, alla condizione mentale che richiede. Un viaggio in treno comporta una intensa concentrazione sulla distrazione. Si tratta di sguinzagliare l’attenzione senza vane costrizioni fra tutto ciò che di interessante offre il contesto: fisionomie, conversazioni o telefonate di viaggiatori circostanti, paesaggi dal finestrino, deflussi e afflussi di novità alle fermate nelle stazioni, disamina del personale viaggiante.

Un libro che si porta in treno deve essere all’altezza di questo fermento. Non tutti lo sono. Vi sono libri magnifici che tuttavia sanno stare solo al centro dell’attenzione, occupando tutta la scena. Sono lucenti monoliti che odiano essere fatti a brani dalle pulsioni anarchiche del lettore. Una spiaggia è un luogo più acconcio per loro, al sole o all’ombra, favoriti dalla posizione orizzontale che alimenta la percezione di un tempo infinito. Un treno, invece, li riduce a miserabili reperti di magniloquenza, letteratura inservibile. Un verdetto ingiusto, ovviamente. Per questa ragione il lettore consapevole sa riconoscere le proprie necessità psichiche quando viaggia.

In volo a diecimila metri riesco a leggere esclusivamente polizieschi e thriller, forse perché l’allontanamento dalla terra allenta la fibra morale, disponendo a turpitudini. Inoltre, in aereo gli altri viaggiatori sono una massa amorfa e troppo prossima, indistinguibile, per suscitare attenzione. E il paesaggio è talmente sopra le righe da togliere consistenza a ogni forma di pensiero. Insieme al velivolo, alla luce e alla densità dell’aria, si diventa pura metafisica. A certe altezze, l’unica traccia comprensibile di umanità rimane il delitto. Dev’essere per questo che le divinità, dall’inizio dei tempi, dell’umanità vedono quasi esclusivamente il Male.

In treno, invece, un giallo dice poco. Può persino risultare noioso, la suspence trasformandosi in petulante richiesta di attenzione. Allora meglio la rivista delle FS, con il suo pretenzioso e inadeguato abito da magazine internazionale e all’interno gustose interviste a star che, sprezzanti del ridicolo, si avventurano in considerazioni come “la vita è un viaggio”, favorevoli al traffico su rotaia.

Indubbiamente la condizione di movimento è propizia al pensiero. In treno vien bene pensare. Testi brevi e rapidi corrispondono a questo particolare stato mentale. Oggi l’alta velocità, tutte quelle Frecce e quegli Itali, hanno fatto del pensamento ferroviario una attività lussuosa, regale, che fluisce su binari di chissà quali metalli: silenziosi, lisci, seducenti. I pensieri dei viaggiatori sono proiettati in una dimensione quasi avveniristica; in qualche modo ci si ritrova a supporre di essere diretti verso un’era migliore, oltre che alla destinazione geografica prescelta. Come se sbarcassimo nel 2157 anziché a Roma.

Gadda +Valeri

Ricordo che quando alle stazioni cominciò ad apparire il personale di Italo, qualche anno fa, – di solito ragazze garbate e preparate in eleganti divise -, il personale delle Ferrovie dello Stato parve all’improvviso desueto e impresentabile, polveroso e male in arnese, come se si trattasse di una incongrua emergenza di un passato ormai lontano. In breve, per correre ai ripari, l’azienda fu costretta a sottoporlo a una radicale trasformazione. Ma ci fu un periodo ibrido straordinario, in cui il personale cercava con risultati altalenanti di assorbire quel colpo terribile alla sua vecchia identità viaggiante. C’era chi a quella novità del cliente che ha sempre ragione inalberava superbi musi e scontrosità, in opposizione a quei fighetti di Italo, e chi provava a darsi toni di urbanità, di mondana nonchalance, ma sempre con qualche dettaglio fuori posto delle nuove divise, – rimpannucciate da qualche stilista famoso, mi pare -, per il sovrappeso, la bassa statura o il malumore di una giornata faticosa che imbizzarrisce la piega dei pantaloni o la cravatta.

L’automobile, invece, a causa degli spazi limitati in cui costringe il corpo, pur muovendosi, è statica: produce lentezza mentale, offuscamento. Su ruote la lettura provoca nausea. La rêverie automobilistica è favorita, invece, dalla musica e dai bollettini stradali e meteorologici radiofonici che stendono sulle cose, specie la notte, un alone di provvidenziale irrealtà. Facilmente in auto si cade in fascinosi stati di malinconia o, se non nella malinconia, nel sonno, che è il modo dei materialisti di concedersi stati d’animo ibridi. Per questo, in autostrada, insegne luminose grandi come astronavi mettono in guardia il materialismo del nostro tempo dai colpi di sonno sempre in agguato.

Twain+Bennett

Capita spesso che in previsione di un viaggio in treno scelga scrittori per il senso dell’umorismo. In treno l’umorismo è fondamentale; esserne privi può comportare stati di grave cecità. Quindi rinforzarlo con Alan Bennett, David Sedaris, Bill Bryson, Franca Valeri, Mark Twain, il Gadda dell’Adalgisa o il David Foster Wallace di Una cosa divertente che non farò mai più, può aiutare a vedere le cose da un punto di vista auspicabile. Un umorista vero è anche un ottimo scrittore, di solito. Ha un grado di attenzione maniacale a quel che gli accade intorno, cosa indispensabile sia alla scrittura sia ai viaggi in treno. Se non siete interessati a come parlano le persone, a come spingono il carrello della spesa o si grattano la testa, o a come vestono – comunissime persone, ma anche celebrità come Kate Middleton o Paris Hilton – , vuol dire che avete buone probabilità di trascorrere parte della vostra vita ad annoiarvi. Un umorista spiega con generosità, dote sconosciuta a molti scrittori, come si fa a guardarsi intorno: lezione di cui non dovrebbe essere possibile fare a meno. Solo la scempiaggine televisiva ha potuto fare di tanti comici altrettanti autori di libri miserrimi.

Ho sempre pensato che il tempo che si passa in treno fra una stazione e l’altra non corrisponda alla distanza fra due punti nello spazio. La sua ampiezza dipende da fattori oscuri, ma non per questo secondari o trascurabili. Il corpo, di cui il cervello è parte, ha un modo suo di pensare alle cose che non ha nulla a che vedere con ciò che noi crediamo di sapere della realtà. Il corpo si accorge di tutta la stranezza dell’essere al mondo, in ogni momento, nello spazio cosmico, in compagnia di altri viventi: in sostanza, del mistero imperscrutabile e senza spiegazioni dell’essere. E ce lo comunica sempre. Di solito a questo tipo di comunicazioni si preferisce opporre cose come orari, telefonate, foto, appuntamenti, liste della spesa, commissioni, impegni, malumori, chiacchiere, dentista, cene. Insomma le convenzioni. Le benedette convenzioni che fanno sì che dai treni scendiamo alla fermata prevista dal biglietto, impedendoci di proseguire all’infinito il nostro viaggio senza destinazione. Varrebbe sempre la pena, invece, sapere che tutto ciò che vediamo e ascoltiamo durante un tragitto da A a B non si ripeterà mai più in quel modo, perché quella configurazione voluta dal caso e dal destino è una figura geometrica che per quanto possa sfuggire alla nostra logica, compie la storia del mondo dalle sue origini a quel preciso istante. È abbastanza straordinario, questo, sebbene per il nostro livello medio di comprensione sia davvero troppo.

Perciò di questo tempo immisurabile del viaggio sarebbe meglio essere consapevoli, anche solo per godersi quella strana, minima, esatta avventura che è ogni spostamento, per quanto possa essere breve.

Byson + Sedaris

Negli ultimi anni mi sono resa conto di una cosa di cui per tutta la parte precedente della mia vita non mi sono accorta. E cioè che quando viaggio in treno o in auto, pur replicando lo stesso percorso, percepisco la strada dell’andata e quella del ritorno come completamente diverse. Come se fossi in tutt’altro posto e stessi andando in tutt’altra direzione. Per esempio Milano-Roma è tutta un’altra faccenda da Roma-Milano. Come se i due viaggi avvenissero su due pianeti diversi.

C’è stata un’occasione in cui questo mi è capitato anche a piedi. E ci scrissi su una poesia. Questa:

 

La strada dell’andata, per venire da te,

è una città serale, assorta, una città di dentro

scritta appena nelle scie delle luci

e dei fantasmi. In quella del ritorno, invece,

domina il controluce: sagome nere,

allegre, sullo sfondo di un cielo

rosso e verde e l’inquietudine

dei preparativi, come in certi pomeriggi

prefestivi coi piedi caldi

per un po’ di contentezza e solitudine.

 

A segnare questa differenza eclatante, non sono variabili come mutate condizioni meteorologiche o di luminosità legate al clima o a orari diversi. È che proprio non riconosco la strada, come se tutti i riferimenti che ho all’andata, mutassero completamente per il ritorno. In parte questo è spiegabile: cambiando la direzione, effettivamente cambia anche il punto di vista sul paesaggio. Ma non credo sia solo questo. Per esempio c’è una torre diroccata sulla cima di una altura boscosa, che si incontra sull’autostrada A1, dopo Orvieto in avvicinamento a Roma, che è identica a una carta dei tarocchi. Mi fa sempre molta impressione. Ebbene, questa torre io al ritorno non la vedo mai. Forse scompare. Forse è un segnale di cui ha necessità solo il viaggiatore che sta per arrivare a Roma, ma che diventa del tutto ininfluente per quello che se la sta lasciando alle spalle. Così come, sempre nello stesso tratto di strada, ma al ritorno, attendo l’apparizione di alcune zone paludose dove nell’acqua bassa pascola un branco di cavalli. A volte alcuni hanno sulla groppa una garzetta bianca. È una scena incongrua che immancabilmente mi richiama alla mente visioni africane. E arriva ogni volta come un premio improvviso, un respiro di sollievo, procrastinando la prospettiva incombente della Bassa Padana che mi attende alla fine del viaggio. Paludi, cavalli e garzette non mi si sono mai manifestati all’andata.

Un’altra stranezza della A1 è che tutte le volte che la percorro mi capita di leggere lo stesso cartello che indica un’area di servizio del lodigiano: Somaglia. Mi pare incredibile che io sempre in quel punto alzi lo sguardo su quel cartello e lo legga. Ma misteriosamente è così. Un’altra cosa strana è che, prima di arrivare a Reggio Emilia, ogni volta che casualmente leggo il cartello Campegine, mi viene in mente una volta che a Isoradio, il canale delle informazioni stradali, dicevano che all’altezza di Campegine bisognava fare attenzione a un paraurti vagante sulla carreggiata. Per me, da quel momento, quel paraurti continua a vagare. Nessuno è in grado di sapere dove vada e perché. Proprio come uno spirito errabondo.

Poesia Einaudi

Notizie da nessun luogo

di Giovanna Zoboli

[Questo titolo è rubato a William Morris che nel 1891 pubblicò il romanzo utopico, News from Nowhere. Mi sono resa conto che negli anni ho accumulato una quantità di ricordi legati soprattutto a luoghi. E questi ricordi si organizzano in delle specie di guide, come i Baedeker di una volta, per quelli che se ne stavano sempre all’estero, come i personaggi dei romanzi di Henry James. Grazie a questi racconti portatili, io che ho un po’ ho sempre l’impressione di essere in un paese straniero, da un po’ di tempo mi sento come in una specie di Grand Tour. Ma queste notizie, ho anche pensato, chissà da dove vengono]

7 / Una magra ragazza selvatica

6 / Altrove

5 / Il sogno delle pietre

4 / Crinali

3 / Contare, celati dietro le quinte

2 / Come un nastro lucido e nero

1 / Peggy e il meraviglioso chiarore

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