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Del piantare e del leggere, di Giovanna Zoboli

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di Giovanna Zoboli

10 / Del piantare e del leggere

Nell’indecifrabile mormorio del mondo oggettivo

1. Primordi

La prima cosa che ho piantato, da piccola, a parte le lenticchie in prima elementare, è stata una cipolla. Fui fortunata perché la cipolla ha un fiore magnifico che ha la perfezione della sfera e la spavalderia di un fuoco artificiale, e infatti, in giardino, i raffinati la mettono nelle bordure miste. L’idea mi venne perché avevo notato che, in un armadietto sul balcone della cucina, le cipolle germogliavano, buttando fuori quei tipici getti verdi delle bulbacee che alla fine dell’inverno fanno la gioia di ogni autentico giardiniere. Alla cipolla non parve vero, anziché finire nel sugo, di far bella mostra di sé sul balcone del soggiorno, trionfante non solo per quella morte scampata, ma per quel rapido ascensore sociale che dalle cucine l’aveva portata a piazzarsi nella parte nobile della casa. Così, con quella gratitudine fastosa che sempre dimostrano le piante a chi si mette al loro servizio, si esibì in una fioritura da concorso. Fece una palla di fiori bianchi che mi soggiogò al punto da farmi diventare seduta stante una fanatica di piante e giardini.
Esaltata dalla cipolla, mi cimentai con una patata. Avevo notato che anche le patate, al buio del medesimo armadietto, buttavano da quelli che, mia madre mi spiegò, si chiamavano ‘occhi’. Anche la patata, vedendosi graziata, crebbe e fiorì. Niente a che vedere con lo sfarzo della cipolla, ma era comunque graziosa, con i suoi fusti violetti, le foglie verde scuro e quei molti fiori bianchi che sembravano ombrellini. Con lei scoprii l’esistenza dei parassiti, dato che le sue foglie apicali davano ricetto ad affollatissime colonie di afidi.
L’interesse per le piante mi venne per contagio. Sul nostro balcone di Milano, mia madre aveva due grandi vasi di ‘vite del Canadà’ (Parthenocissus tricuspidata) che, arrampicata su un graticcio, creava una deliziosa cortina d’ombra. Per il resto ogni anno acquistava petunie bianche e viola dall’intenso profumo e, così decorato, quel balcone mi pareva regale anche perché in un condominio di quattordici appartamenti era l’unico a ospitare vita vegetale, cosa che mi lasciava sconcertata. Come era possibile rinunciare a stipare di piante quello spazio affacciato all’esterno, preferendo loro una anonima superficie di tesserine di gres? Mia madre mi spiegò che era per via dell’igiene: la terra fa sporco, e alcuni traggono diletto e sicurezza all’idea di una superficie da lavare e disinfettare non appena ne sorga, improvvisa, l’urgenza morale. Mi parve incomprensibile, ma scoprii in seguito che si trattava di una verità: sono in molti a trovare offensivo che un albero perda le foglie, un rampicante si arrampichi su un muro, l’acqua trabocchi da un sottovaso eccetera.

Il rigoglio del nostro balcone discendeva, sempre per contagio, dal terrazzo di mia nonna materna. 
Era algida, infatti a trent’anni aveva già tutti i capelli bianchi a indicare un’affettività da regina delle nevi. Non ho idea di cosa siano le nonne accudenti sempre dalla parte dei nipoti. Lei era distratta verso le relazioni umane che dovevano interessarla il giusto, e invece di ferrea concentrazione in tutto quello che le veniva alla perfezione: pittura, ricamo, cucina, giardinaggio, per dirne quattro. Il suo terrazzo era gremito all’inverosimile di piante. Non le acquistava. Le rubava quando andava in visita a giardini e orti botanici, sottraendo foglie, turioni, getti. Tutta roba che appena tornata a casa piantava in vasi e barattoli. E che da quell’istante prendeva a radicare, crescere, fiorire, fogliare, ingigantire fino ad assumere le dimensioni di un baobab. Se fosse vissuta in Inghilterra, anziché a Brescia, avrebbe vinto ogni anno il premio del Chelsea Flowers Show. Il suo interesse per le piante era libero dalle pastoie dell’estetica. Ogni pianta stava accanto all’altra in base a un criterio di pura contiguità. A lei interessava che le fioriture fossero abbondanti e continue, i fiori grandi e colorati, le foglie lustre e turgide. Non aveva tempo e interesse per altro che fosse prodigare cure per ottenere una pianta rigogliosa, grossa e sana. Quante più piante rigogliose, grosse e sane poteva. Le piaceva la varietà. Aveva uno spirito da collezionista.
In ogni modo quel suo stile parsimonioso, salutista e pragmatico aveva il suo fascino. Fra le prime cose che facevo, appena arrivata in visita a casa dei nonni, era correre sul balcone a vedere cosa ci fosse di nuovo, quali nuove piantine fossero state depredate, cosa stesse fiorendo, cosa fogliando, chi era cresciuto e quanto eccetera. È la stessa cosa che faccio ora quando arrivo a casa dopo che sono stata fuori per un po’. Un giardiniere probabilmente si riconosce da questo.
Dopo la cipolla e la patata, proseguii i miei esperimenti sul balcone di casa in cui vasi e terriccio non mancavano, come è giusto che sia, poiché l’urgenza morale di piantare qualcosa sorge imperiosa e senza preavviso.
Ricordo, piantati in vaso ai tempi del liceo, dei semi di Nasturtium tropaeolum che si espressero più che in una fioritura in un trionfo da festone rinascimentale. All’università, ricordo una Nigella damascena che volle stupirmi crescendo spontanea, forse mescolatasi abusivamente a dei semi in bustina, per superare in magnificenza, come annunciava il suo esotico nome, qualsiasi cosa le fosse prossima. Mi invaghii anche di piante orrende, come l’imbarazzante ‘tronchetto della felicità’ (Dracaena fragrans) che imperversò negli anni Ottanta; la zebrata Sansevieria trifasciata che ha la consistenza del linoleum e sembra nata dalla mente di un fioraio senza inventiva; il Ficus elastica che negli anni Sessanta ha colonizzato le sale d’aspetto dei medici e dei notai di tutta Italia, nelle quali stentava fra polvere e lucidante fogliare (un giorno poi, a Palermo, scoprii che dimensioni poteva raggiungere questa pianta mirabile).
 Dell’occuparmi di piante mi piaceva tutto. Mettere il coccio di terracotta sul fondo del vaso, in modo che il foro da cui l’acqua drena sia libero. Scegliere le bustine dei semi da piantare. Sfogliare i cataloghi di Ingegnoli che ci arrivavano a casa. Innaffiare. Togliere i fiori dalla pianta man mano che sfioriscono. Potare. Travasare. E, all’inizio dell’inverno, mettere un foglio di tessuto non tessuto intorno alle piante più delicate per proteggerle dalle gelate.
Osservando il nostro balcone quando tornavo da scuola, dalla strada analizzavo l’effetto delle fioriture e ne progettavo di nuove. Questa abitudine di guardare i balconi mi è rimasta, la pratico a tutt’oggi quando cammino per le città in cui mi trovo di passaggio: guardo come sono, quanti abitati da piante e quanti no, cosa ci cresce, se sono piante interessanti, paragono i balconi fra loro, decido qual è il più bello, prendo ispirazione, penso a cosa ci metterei io e, invariabilmente, constato che poca immaginazione ha la gente quando si tratta di piante. Un giardiniere probabilmente si riconosce anche da questo.

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Prima di essere una giardiniera, però, sono stata una lettrice di libri sui giardini. Per molti anni, non avendo un giardino, ho praticato questa forma di giardinaggio letterario. E quando mi trovai ad averne uno, di giardino, anzi, addirittura due nel giro di poco tempo, praticamente sapevo tutto quello che era necessario. E lo sapevo come accade quando è stato un libro a passarlo: ovvero in modo immaginoso, dubbioso, evanescente, onnipotente, inafferrabile. La mia testa era piena di giardinieri di ogni epoca. Pragmatiche contadine britanniche; duchesse di altissimo lignaggio; seducenti flâneur; fricchettoni ante litteram; nomadi per vocazione. Tutta gente che aveva pochissimo da fare o, meglio, che con furiosa determinazione fece del massacrante lavoro di giardiniere il proprio far nulla. Il primo libro che lessi sulle piante (se si fa eccezione per Uomini, erbe, salute, autobiografia di Maurice Messegué in cui si raccontava la vocazione di erborista dell’autore edotto da una nonna guaritrice, nelle campagne francesi), fu Pollice verde di Ippolito Pizzetti. Lo scovai nella libreria del padre di un amico, appassionato di piante. Bastò qualche pagina per correre in libreria a comprarlo e ancora rifulge sul mio scaffale dedicato alle piante nella sua logora edizione tascabile Bur Rizzoli. Tutto quello che in seguito ho letto su piante e i giardini è contenuto in lettera e in spirito in questo libro, e non così per dire: Pizzetti è stato il padre della letteratura dedicata al giardino, alle piante e al paesaggio, in Italia, lui stesso paesaggista e docente di architettura del paesaggio.
Sebbene Pizzetti dall’alto del suo incantevole, abissale, naturale snobismo, nel suo libro tuonasse contro l’insulso e pleonastico uso del verde negli oggetti relativi al giardino (vasi, innaffiatoi, palizzate, casette eccetera), lo sfondo di copertina del suo libro è, diabolicamente, verde. Forse l’editore temeva che intitolandosi il libro “Pollice verde” e mostrando in copertina una fiorita stampa ottocentesca, il lettore avrebbe potuto non comprendere a pieno che trattava di piante e giardini. Il libro raccoglie gli articoli realizzati per la rubrica “Pollice verde” che Pizzetti tenne sull’“Espresso” per oltre un decennio, dal 1974. Io credo che “Pollice verde” sia ancora una delle letture più esaurienti e accattivanti che possa fare un amante di piante e libri.
Pizzetti, che fu anche traduttore di letteratura tedesca, è un sopraffino scrittore, dotato di sofisticate competenze letterarie e di una lingua raffinata, benché dissimulate da un understatement radicale. In tutti i suoi libri, sia quelli che scrisse sia quelli che pubblicò come curatore di collane, il tratto letterario è evidente. Nella sua concezione cultura e natura, scienza e letteratura appartengono al medesimo dominio, un ambito esplorato dalla scrittura con inestinguibile curiosità per il manifestarsi in esso della vita sotto le forme della bellezza e dell’intelligenza.

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[1. continua]

tutte le foto sono di Anna Martinucci, che ringraziamo

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di Giovanna Zoboli

[Questo titolo è rubato a William Morris che nel 1891 pubblicò il romanzo utopico, News from Nowhere. Mi sono resa conto che negli anni ho accumulato una quantità di ricordi legati soprattutto a luoghi. E questi ricordi si organizzano in delle specie di guide, come i Baedeker di una volta, per quelli che se ne stavano sempre all’estero, come i personaggi dei romanzi di Henry James. Grazie a questi racconti portatili, io che ho un po’ ho sempre l’impressione di essere in un paese straniero, da un po’ di tempo mi sento come in una specie di Grand Tour. Ma queste notizie, ho anche pensato, chissà da dove vengono]

9 / La scienza felice

8 / Traffico su rotaia

7 / Una magra ragazza selvatica

6 / Altrove

5 / Il sogno delle pietre

4 / Crinali

3 / Contare, celati dietro le quinte

2 / Come un nastro lucido e nero

1 / Peggy e il meraviglioso chiarore

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