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Gilbert K. Chesterton, GLI ALBERI DELL’ORGOGLIO; di Mariolina Bertini

Le Signore in giallo, a cura di Mariolina Bertini e Giuliana Giulietti

Esplorazioni, notazioni, avvisi, ragionamenti

sulla letteratura che in Italia si chiama gialla

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Le signore in giallo, di Bertini / Giulietti

2.: Gilbert K. Chesterton

di Mariolina Bertini

NORE_IN_GIALLO_NOVARO_17Nella tradizione del poliziesco inglese c’è un filone particolare inaugurato, credo, dal Mastino dei Baskerville: quello dei racconti che si svolgono in una cornice così sinistra e paurosa da alimentare inevitabilmente nel lettore l’attesa di una qualche manifestazione soprannaturale.

Su questa attesa – sempre delusa, altrimenti non ci troveremmo nel territorio del giallo ma in quello della ghost story – ha costruito un buon numero dei suoi romanzi John Dickson Carr, allestendo gli scenari più adatti: castelli goticheggianti, cupi torrioni, vaste dimore vittoriane dagli spessi tendaggi e dai lunghi corridoi costantemente immersi nelle tenebre. Su questi sfondi fa risuonare la sua risata tonante e la sua esclamazione favorita (“Arconti di Atene!”) un investigatore dal fisico massiccio e dalla mente sottile: il dottor Gideon Fell.

Guardiamolo avanzare, appoggiato all’immancabile bastone: così alto e massiccio, con quei baffoni grigi e quel gran mantello d’altri tempi, non vi ricorda qualcuno? È la più perfetta controfigura di G.K. Chesterton che si possa immaginare; e la sua passione per la birra, il suo eloquio colorito, il suo gusto per i paradossi sono lì per farci notare che questa somiglianza con il creatore di padre Brown non si limita certo alla pura esteriorità.

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Modellando la personalità di Fell su quella di Chesterton, John Dickson Carr ha voluto rendere omaggio al suo maestro, e celebrare il massimo rappresentante del “giallo d’atmosfera”, quello in cui luoghi, luci, oggetti e suggestioni contano quanto l’intreccio e contribuiscono in modo determinante al coinvolgimento del lettore.

NORE_IN_GIALLO_NOVARO_17Tra i “gialli d’atmosfera” di Chesterton uno dei più perfetti è certamente Gli alberi dell’orgoglio, romanzo breve pubblicato nel 1922 in calce alla raccolta di racconti L’uomo che sapeva troppo.

L’editoria italiana l’aveva finora trascurato, forse perché non vi compare il popolarissimo padre Brown; l’unica, mediocre, traduzione di cui ho trovato traccia è nel Giallo Mondadori 2937 (ottobre 2007), in appendice a L’uomo che sapeva troppo.

L’elegante volumetto della Nuova Editrice Berti, riproponendo Gli alberi dell’orgoglio da solo e in una nuova traduzione, ne mette in risalto le qualità che ne fanno una sorta di quintessenziale concentrato di tutte le migliori qualità del genio chestertoniano.

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Lo sfondo del racconto è un piccolo porto della Cornovaglia, terra di leggende e misteri.

Il signorotto del luogo, mr. Vane, un diplomatico in pensione eccentrico e ostinato, è particolarmente fiero di una curiosità botanica che impreziosisce il suo giardino terrazzato sul mare: i tre alberi-pavone, che un suo antenato ha portato da qualche remota regione dell’Impero e che svettano tra la vegetazione locale con le loro foglie verdeazzurre dalla lucentezza esotica e innaturale.

Ma intorno agli alberi aleggiano leggende sinistre: forse durante il viaggio che li ha portati in Inghilterra hanno causato la morte dell’antenato di Vane e di tutta la sua ciurma; forse devono il loro splendido colore agli uccelli che attirano e divorano senza lasciar traccia. Deciso a sfatare tali superstizioni, Vane annuncia che trascorrerà una notte nel boschetto in cui sorgono gli alberi che la voce popolare denuncia come assassini.

Ospiti e amici, un po’ a disagio, l’attendono: la sua bella figlia dai capelli rossi, un poeta della scuola celtica, un esteta americano, un avvocato, un medico e l’immancabile maggiordomo. Il giorno seguente, sbalorditi, non possono che constatare la sua sparizione.

E da questo punto in poi il racconto scivola gradualmente in una sorta di incubo, mentre i sospetti del lettore investono ora l’uno ora l’altro personaggio: il poeta celtico che per ultimo si è congedato da Vane, il medico che nasconde qualche segreto indicibile, l’enigmatica fanciulla dai capelli rossi che ha ereditato le vaste terre del padre scomparso.

Gli sviluppi dell’intreccio si susseguono, sorprendenti: un misterioso pozzo da cui sgorga acqua salata, un teschio forato sovrastato da un panama bianco intrigano il lettore senza aiutarlo per nulla a prevedere lo scioglimento dell’enigma, che sarà ingegnoso e folgorante.

Come sempre in Chesterton una riflessione morale è sottesa al racconto: il disprezzo illuministico della superstizione popolare rischia di trasformarsi a sua volta in orgogliosa, intollerante superstizione foriera di disastri.

Ma la riflessione sfuma nella straordinaria surrealtà dello scenario fiabesco, e l’impressione più forte che resta al lettore è quella di aver letto un racconto poliziesco che è al tempo stesso una splendida opera di poesia.

Gilbert K. Chesterton, Gli alberi dell’orgoglio, ed. orig. 1922, traduzione di Francesca Cosi e Alessandra Repossi, 15 €, 106 pp, Nuova Editrice Berti.

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Le signore in giallo, di Bertini / Giulietti

2.: Gilbert K. Chesterton

di Mariolina Bertini

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si ringrazia

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