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In conclusione. Del piantare e del leggere, di Giovanna Zoboli

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di Giovanna Zoboli

10 / Del piantare e del leggere

Nell’indecifrabile mormorio del mondo oggettivo

3. In conclusione

Un tempo i libri belli su giardini, piante e paesaggio erano praticamente solo quelli selezionati da Pizzetti. Oggi, anche grazie al suo lavoro, non è più così. Si pubblicano tanti libri a tema vegetale, naturalmente più o meno riusciti. Se l’interesse per il verde un tempo era appannaggio delle classi ‘alte’ oggi ha raggiunto tutti gli strati della popolazione, imponendosi come cruciale per lo sviluppo del mondo futuro. Il successo di Gilles Clément e del suo “Manifesto del Terzo Paesaggio” si deve sicuramente anche a questa nuova diffusa sensibilità.

Gli ultimi libri che ho letto sul tema sono in prevalenza editi da Raffaello Cortina Editore, che da alcuni anni pubblica bei volumi di taglio scientifico sulla vita, la storia e la biologia delle piante. Più recentemente mi sono imbattuta in Seconda natura, di Michael Pollan (autore anche di La botanica del desiderio), edito da Adelphi, appassionante racconto che intreccia la pluridecennale esperienza di giardiniere dell’autore ai problemi ambientali dell’America contemporanea, vale a dire dell’intero pianeta. Un libro scritto benissimo, documentato, divertente, che ha il merito di descrivere con estrema chiarezza le contraddizioni che animano il nostro pensiero nei confronti del mondo naturale, additando fra l’altro una strada possibile per arginarne i danni.

E poi Pollan sa cos’è un pollice verde, questo è chiaro:

Chi lo osserva per un po’ mentre lavora, nota che il pollice verde, coerente con la sua preferenza per l’esperienza a discapito dell’astrazione, si accosta alla natura più come un artista che come un uno scienziato o uno tecnico. Nel suo giardino accoglie di buon grado non solo le leggi della natura, ma anche il ruolo del caso. È aperto alle fortunate coincidenze, più a suo agio con gli esempi concreti che con gli assiomi, meno disposto all’analisi e più incline a un approccio per tentativi ed errori. Messo di fronte a un problema – che cosa piantare sotto una Clematis jackmanii – prova ora questo ora quello, sta a vedere che cosa succede e poi prova qualcos’altro.
In questo, il metodo creativo del pollice verde imita quello della natura. Nel mondo del suo giardino o del suo orto, costui copre il ruolo della selezione naturale salvo per il fatto che applica uno standard di fitness forgiato in base a considerazioni non solo naturali ma anche culturali: per esempio, in base al suo gusto. Il fatto che una Queen Elizabeth sopravviva o meno nel suo giardino ha a che fare non tanto con la robustezza della pianta quanto con la valutazione da parte sua, del colore e del carattere di quella rosa in combinazione con altre piante. Il giardiniere prova la Queen Elizabeth con la clematide e scopre che l’associazione è stridente: lo sfarzoso rosa d’altri tempi della Queen Elizabeth sembra quasi muovere una guerra di classe contro il pigmento onestamente contadino della clematide. Così l’anno dopo toglie la rosa; forse riproverà a metterla da qualche altra parte, ma probabilmente se ne disfa, perché è decisamente un po’ troppo aristocratica per poter mai essere felice in quel luogo. Poi, un inverno, sfogliando i cataloghi, si imbatte in un giglio affascinante e schietto, il Golden Splendor, il cui giallo limpido e uniforme sembra abbinarsi perfettamente con la clematide. Nel mese di luglio ha il piacere di scoprire che colori e temperamento delle due piante si accordano davvero benissimo, e i tempi delle fioriture coincidono, così la combinazione diventa un elemento costante del suo giardino.
Quando dico che i metodi del pollice verde somigliano a quelli dell’evoluzione, non intendo dire soltanto che egli attua una forma di sopravvivenza del più adatto. L’evoluzione ha un doppio passo: è solo dopo che la natura, nella sua indiscriminata creatività, ha lanciato infinite nuove possibilità e combinazioni, che interviene la selezione naturale (se volete, il suo impulso critico) a decidere quale di esse funzioni in particolari circostanze. Questo processo – di una dispendiosità e una prodigalità colossali – è ciò che rende possibile l’estrema bellezza della rosa, caratteristica che eccede di gran lunga ogni concepibile utilità, visto che fiori molto più modesti attraggono ugualmente bene i bombi. La natura crea senza pensare a un fine; la fitness non è che un ripensamento. Nel suo piccolo mondo il giardiniere, come l’artista nel suo, esegue entrambe le funzioni: escogita gli esperimenti e poi fa piazza pulita degli errori.
D’altra parte, per quanto nel suo guardino sembri un dio, mentre attua la propria versione locale della selezione naturale, il pollice verde non nutre alcuna illusione di onniscienza e onnipotenza. Se di un dio si tratta, è un dio greco, di quelli il cui potere è nettamente circoscritto dalla riottosità degli esseri umani e degli altri dèi. A differenza di Yahweh, Atena contratta, lusinga, e di tanto in tanto perde anche la partita; i mortali possono tenerle segrete alcune cose. Il pollice verde sa che nel suo giardino non è lui a muovere tutti i fili e, fatto ugualmente importante, preferisce che le cose stiano così. Anzi, nutre il sospetto che un giardino sul quale esercitasse un potere assoluto sarebbe un luogo sbiadito, inconsistente, poco interessante. E infatti non è proprio la parzialità del nostro controllo – l’incessante attrito fra natura e cultura, tra realtà e idea – a conferire ai giardini il loro carattere?
Qualcuno potrebbe dire che il pollice verde si dedica al giardinaggio con una dotazione superiore alla norma di quella che Keats, cercando di definire il genio di Shakespeare, definì «capacità negativa» – la capacità di esistere «nell’incertezza, nel mistero, nel dubbio senza l’impazienza di correre dietro ai fatti e alla ragione». Il pollice verde è sereno di fronte alle incertezze della natura: si muove tra i suoi misteri senza sentire il bisogno di controllare, di spiegare o di trovare soluzioni definitive. Praticare bene il giardinaggio significa essere felici nell’indecifrabile mormorio del mondo oggettivo, senza essere turbati dal suo rifiuto di lasciarsi ridimensionare dalle idee che abbiamo di esso o della sua indomita fecondità. Può sussistere qualche dubbio sul fatto che Shakespeare avesse il pollice verde?

Ma il mio livre de chevet sulle piante rimane Renda e Rondò di Fabio Tombari, autore marchigiano dimenticato, maestro assoluto di prosa. Un libro diverso da qualsiasi altro, sontuoso, di intelligenza scintillante e di ispirazione profondamente ecologica che, passando in rassegna capitolo dopo capitolo decine di specie arboree, riporta le conversazioni, i tafferugli, le diatribe di Renda e Rondò, nobili e giardinieri dalle vocazioni opposte: l’uno contemplativo e metafisico; l’altro gaudente e terreno. Un piccolo capolavoro che devo alla biblioteca di mio padre, di cui vi riporto una pagina, tanto per invelenirvi, dato che non riuscirete a trovarlo da nessuna parte, essendo fuori catalogo da decenni, e raro anche in biblioteca.

La silene rosea, l’asfodelina dorata. Le conosceva di vista: le piante del mare sono così poche. La stipa delle fate, il lino marino. Ma non sapeva niente di loro, delle loro virtù o dei loro difetti. Quel che era certo è che esposte a tutti i venti dovevano resistere sia al freddo che al caldo e produrre molti semi. La ruta frangiata, la scilla marina. Strapazzate dal vento, dai grandi venti di mare, quella duttilità che non sempre aveva trovato nella donna, gli si manifestava in una grazia ancor più remissiva e sorridente.
Di qua invece tutti i maschi: i cardi, l’acanzio, lo sputaveleno. Assaggiava la ruchetta: quel pizzicorino salato (lo stesso che doveva sentire Alessandro Volta accostando la lingua ai due fili della pila;) un che di appetitoso e gustevole (che Alessandro Volta non sentiva:) come quei frati che in pieno Medioevo andavano a cristianizzare le lande più impervie, la ruchetta, la rucola porta la propria crocetta d’oro nei luoghi più aridi e impensati.
È sterile il mare, è arido. Arido e avaro. Lui, fautore della vita, è antibiotico.
Eppure anche là dove la serpigna non giunge, dove lo sputaveleno lancia i suoi chicchi e non arriva; oltre l’erba che strologa e quella che striscia, allignano altre piantine. Silenziose fra i sassi. Nella seccura più ardente e spietata, flagellate dai venti e riarse dal sale, la siccità sterilizza, e le raffiche più asprigne quando non mordono disseccano; ma la pazienza rende flessibili e dove l’umidità manca del tutto può l’umiltà.
Il cespo glauco, le foglie scabre, lievemente pelose.
Non han calice. Sarebbe un di più: oltre una derisione un impaccio, poiché è la sete che eleva: la bava, lo sfiuto: lo sputo del mare è infecondo, ma quell’amaro, quella salsuggine, è essa che assimila l’umore della notte; e la rugiada celeste predilige i sitibondi.
Sempre vivido, i lievi fiori di seta a quattro petali d’oro, il papavero delle sabbie che si eleva nella sassaia, indora l’estate.
Sulla proda del mare come sulle rive del tempo.

In conclusione: come dicevo, l’arrivo di due piccoli giardini nella mia vita, è stato preceduto dalla biblioteca che ho appena descritta e sulla quale, naturalmente, ci sarebbe molto altro da dire (ma non ho intenzione di infierire). Per esempio, fra le altre cose, che il giardiniere-lettore si nutre oltre che di libri ‘alti’, di materiali disparati che annoverano volumi spaventosi pieni di foto orrende, malfatte, di brutti giardini e brutte piante da appartamento. Oppure di guide economiche alle varie flore locali, o manualacci sulla piante in vaso, e persino libri fanta-psicologici sul linguaggio dei fiori. Perché li compra? E chi lo sa? Forse, perché un giardino, con tocco maieutico, tira fuori ogni sfumatura del carattere di chi lo cura.
Se è indubbio che la mia vena silvestre sia zampillata da queste pagine (molte delle quali aspettano ancora di essere lette e mai lo saranno) grazie alle quali imparai tutto quel che so, è certo che senza una propensione personale alla pratica e al raspare per terra, attività che si configura come un barcamenarsi fra fallimenti e trionfi, fatiche epocali e pigrizie invincibili, nessuno può davvero dirsi giardiniere, figura che sta al punto di intersezione fra una decisa vocazione alla contemplazione e un’energia fisica da manovale. Io non ho ancora ben capito se lo sono.
Di certo so che comprendo le piante, quasi tutte, come mi capita raramente con altre creature viventi. Ne è la prova una gigantesca gardenia che presi quindici anni fa alla svendita di un consorzio agrario, non più alta di dieci centimetri. Oggi è una specie di colosso, che ha superato il metro e ottanta, ed è largo almeno tre. Tutti gli anni, al cambio di stagione, mentre muggendo dalla fatica la trasporto dentro o fuori casa a seconda che sia arrivato l’autunno o la primavera, mi chiedo se questa crescita abnorme possa considerarsi positivamente e non piuttosto come la conseguenza di un tratto ossessivo che mi ha impedito di dimenticarmene e, nel tempo, di dedicarmi ad altro. Mi piacerebbe baloccarmi col pensiero di aver scordato di darle da bere, almeno una volta.

tutte le foto sono di Anna Martinucci, che ringraziamo

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di Giovanna Zoboli

[Questo titolo è rubato a William Morris che nel 1891 pubblicò il romanzo utopico, News from Nowhere. Mi sono resa conto che negli anni ho accumulato una quantità di ricordi legati soprattutto a luoghi. E questi ricordi si organizzano in delle specie di guide, come i Baedeker di una volta, per quelli che se ne stavano sempre all’estero, come i personaggi dei romanzi di Henry James. Grazie a questi racconti portatili, io che ho un po’ ho sempre l’impressione di essere in un paese straniero, da un po’ di tempo mi sento come in una specie di Grand Tour. Ma queste notizie, ho anche pensato, chissà da dove vengono]

10.2 /Ippolito Pizzetti e L’Ornitorinco

10.1 /Del piantare e del leggere

9 / La scienza felice

8 / Traffico su rotaia

7 / Una magra ragazza selvatica

6 / Altrove

5 / Il sogno delle pietre

4 / Crinali

3 / Contare, celati dietro le quinte

2 / Come un nastro lucido e nero

1 / Peggy e il meraviglioso chiarore

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