Non starò a raccontarvi delle storie

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Georges Simenon, BETTY; di Lina Zecchi

Le Signore in giallo, a cura di Mariolina Bertini e Giuliana Giulietti

Esplorazioni, notazioni, avvisi, ragionamenti

sulla letteratura che in Italia si chiama gialla

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Le signore in giallo, di Bertini / Giulietti

Una nuova Signora, ospite della gialla casa di Bertini / Giulietti, Lina Zecchi: benvenuta!

9.: Georges Simenon

di Lina Zecchi

Betty. Incubo in nero

Le signore in giallo, 3.2Betty, romanzo scritto da Simenon nel 1960, esce l’anno seguente per le edizioni “Presses de la cité”; in Italia, è pubblicato da Adelphi nel 1992. È un libro ipnotico, a suo modo unico nella produzione simenoniana. Pare fosse il romanzo prediletto della seconda moglie di Simenon, Denyse Ouinet.

Già dalle prime righe lo stile secco e allucinato trascina il lettore in un mondo larvale, notturno, in frammenti narrativi lontanissimi sia dal solido impianto topografico-investigativo della serie dei Maigret che dagli inquietanti mondi marginali dei “romans durs” (abitati da “uomini nudi”: perdenti, intrappolati nel loro destino).

Betty è un ibrido. Non è né un “roman dur” né una detective story: non ci sono crimini efferati in stanze chiuse, non ci sono indagini, non c’è soluzione rassicurante. Eppure in qualche modo c’è un delitto, c’è una lotta per la sopravvivenza, c’è un’indagine, c’è un mistero.

Betty non è il titolo originale: sul manoscritto, Simenon ha inizialmente scritto Le cauchemar (L’incubo), prima di sostituirlo all’ultimo momento col nome della protagonista. Ad apertura di libro il lettore non conosce Betty, ma percepisce subito un’atmosfera da incubo (vedi il titolo cancellato), che continua a produrre confusione e angoscia, a orientare le sue domande, a rendergli impossibile un giudizio finale. 

I protagonisti in scena sono tre: Betty, giovane persa in un delirio alcoolico; Laure, ricca vedova dall’apparente vocazione di buona samaritana; Mario, amante di Laure e proprietario di uno strano locale (Le Trou, La Buca in traduzione) nelle vicinanze di Versailles.

Dallo spazio chiuso della Buca in cui inizia il romanzo, si passerà solo ad altri spazi chiusi: un taxi, una camera d’albergo; dal tempo indeterminato dell’inizio, emerge in brevi flashback un altro tempo, un passato prossimo che a sua volta richiama un passato più remoto, entrambi incompleti; in 8 brevi capitoli, a una morte sfiorata se ne sostituirà una definitiva.

La chiusa del romanzo (su cui tornerò) ci fornirà una chiave di lettura spietata, e beffarda.

Le signore in giallo, 3.3

Tentiamo una breve sinossi. Interno, notte: siamo in uno strano locale, la Buca ˗ bar-ristorante vicino a Versailles di cui è proprietario Mario ˗ che ogni sera accoglie una strana combriccola di “tordus” (tradotti in italiano con “svitati”), fauna eterogenea di disperati giunti al capolinea. Una giovane donna ubriaca fradicia, che scopriremo chiamarsi Betty,  si trova lì, raccattata da uno sconosciuto casualmente  incontrato in un bar dei Champs-Elysées. Betty da tre giorni è in uno stato di perenne nebbia alcoolica. Il marito l’ha cacciata di casa per condotta “scandalosa”, costringendola a rinunciare alla custodia delle figlie in cambio di un vitalizio. In realtà, la storia del suo matrimonio (ancora una volta largamente incompleta) Betty la racconterà a Laure (e al lettore) solo nei capitoli 3 e 4. Nei primi due capitoli, frammenti del presente e del passato si sovrappongono nella testa e nei discorsi confusi di Betty: svenuta e in coma etilico, è soccorsa da Laure, che la ospita nel lussuoso albergo dove vive, per curarla e riportarla alla lucidità. Nei tre capitoli successivi ˗ sotto l’ala protettiva di Laure e di un medico fidato ˗ Betty supera la crisi e comincia ad ambientarsi nel milieu stravagante della Buca. Conosce la clientela  di svitati che frequenta il locale; ama la forza tranquilla di Mario, da cui si sente affascinata; apprezza l’efficiente aiuto di Laure, con una punta di invidia, giudicandola una sorta di suo doppio più maturo e fortunato. A frammenti stentati, nel dialogo con Laure, Betty ci racconta parti del suo passato: recupera ricordi di vita coniugale, brandelli di memorie infantili, desideri di vendetta, sensi di colpa. Su tutto, spicca l’odio feroce per le norme che regolano la grande famiglia borghese in cui è entrata col matrimonio, dove regna la “generalessa”, suocera-matriarca. Betty comincia a riemergere dal nero in cui è sprofondata, iniziando un’insensibile metamorfosi…

Le signore in giallo, 3.4

Per chi analizza libri gialli o noir, non è buona regola raccontare la fine dettagliatamente. Dirò solo che, nei due capitoli conclusivi, comincia a precisarsi la strabiliante “resurrezione” di Betty. Da vittima inerte destinata alla morte o alla pazzia, sente che la Buca può essere il suo capolinea. In un sussulto di autodifesa, inventa una cinica strategia per salvarsi. Durante una breve assenza di Laure, Betty seduce Mario e … Lascio al lettore il piacere di terminare

Fra tutti i non-Maigret scritti da Simenon, Betty si distingue sia per lo stile ˗ al tempo stesso onirico e spoglio ˗ che per l’inedita, ininterrotta focalizzazione su un mondo interno femminile.

Nel vagare di Betty fra coscienza e allucinazione, c’è una nota dark che apparenta Simenon a Cornell Woolrich, all’oscurità non solo metaforica in cui si muovono da sonnambuli i personaggi. Betty è una perfetta dark lady: appare nella notte e rimane nel buio (sonno, dormiveglia, sogno) il più a lungo possibile, senza mai svegliarsi (svelarsi) del tutto. Quando si sveglierà, la situazione precipiterà in poche pagine.

Anche Laure è una dark lady. Ha chiuso la sua notte in una lussuosa stanza d’albergo e alla Buca, luogo estraneo alla normale socialità, inventandosi regole e distanze che le consentano di sopravvivere ai margini della vita borghese.  Definire Laure una “buona samaritana” è semplicistico. Fra le due signore in nero, nella loro alleanza e nel segreto conflitto, si gioca una partita con la morte. In questa partita, nel romanzo hanno un ruolo preponderante le porte. La porta della Buca. La porta che mette in contatto la stanza di Laure e quella di Betty, ora semiaperta, ora chiusa. La luce che filtra da sotto quella porta, l’odore di fumo, la presenza di un altro essere vivo nella stanza vicina, i sussurri, i segreti. Le porte sono anche quelle interiori, che si aprono sul passato e lasciano filtrare i ricordi. E che lasciano vedere, o immaginare, scene di un futuro per le signore in nero: futuro dove una sola delle due potrà sopravvivere.

Arrivo, saltando un capitolo e mezzo, all’epilogo, spietato e ironico. Simenon ci riporta per un attimo all’interno del mondo alto-borghese della suocera di Betty, che vive a Lione e si rallegra di non aver più notizie della nuora. Sta commentando con la vicina la morte improvvisa di una comune conoscente, senza troppa emozione. E la voce narrante chiude:
“Come avrebbe potuto indovinare, la generalessa, che in definitiva Laure Levancher era morta al posto di Betty?
   Era l’una o l’altra.
   Aveva vinto Betty.”

 

P.S. Chabrol ha trasposto sullo schermo nel 1992 questo gioco di morte, rispettando il mistero e la darkness della Betty simenoniana. Ne è uscito un film sorretto da due interpreti formidabili (Laure=Stéphane Audran; Betty=Marie Trintignant); ma anche un film di oggetti, di corpi, di gesti, di volti.

La predominanza della fisicità e dei corpi completa, se non sostituisce, le lacune di parole lasciate in sospeso.  Viganò ha ben colto la fedeltà/trasformazione  del film di Chabrol  rispetto al romanzo di Simenon:
“Uno degli elementi più affascinanti di Betty è che la componente letteraria dell’assunto narrativo (Laure racconta la propria vita e quella di Mario, inducendo anche Betty a liberare nella parola i suoi fantasmi interiori) tende sempre ad annullarsi nella concretezza cinematografica di un gesto, di uno sguardo, di un’espressione apparentemente rubata […] Dopo i volti, sono le mani le vere protagoniste di Betty: quelle che stringono un bicchiere di whisky o lasciano consumarsi una sigaretta, quelle che esplorano il corpo di un amante o vanno alla  ricerca di un autentico rapporto con il mondo” (Aldo Viganò, Claude Chabrol, Le Mani, Genova, 1997)

Le signore in giallo, 3.1

Betty, di Georges Simenon; pag. 141; Adelphi -Gli Adelphi, 15a ed., 2013

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Le signore in giallo, di Bertini / Giulietti

9.: Georges Simenon

di Lina Zecchi

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si ringrazia

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