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Gay all’ombra del Muro

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Gay all’ombra del muro

Il 9 novembre, Berlino e la Germania riunificata festeggiano il venticinquesimo anniversario della caduta del Muro. Di quel Muro che per ventotto anni ha diviso le due Germanie, quella dell’est da quella dell’ovest e che già sembra sprofondare nelle nebbie di un passato remoto, pur essendo ancora ed a tutti gli effetti storia, certo, ma storia di ieri.

Questa ricorrenza è un’ottima occasione per riflettere su come vivessero donne ed uomini omosessuali all’ombra di quel Muro e di quel regime socialista che, alla guida della Repubblica Democratica Tedesca (RDT, in tedesco DDR), prometteva giustizia e felicità, ma elargiva miseria, censura e repressione.
Va da sé che l’omosessualità non godesse di particolari simpatie. Al contrario: il Ministero per la Sicurezza di Stato (Ministerium für Staatssicherheit – Stasi) teneva d’occhio ogni cittadino ‘sospetto’, pronto ad impegnarlo in qualità di collaboratore ed informatore ufficioso, ricattando in caso di resistenze.

Ciò nonostante, il 15 gennaio 1973, a Berlino Est viene fondata la Homosexuelleninitiative Berlin (HIB), cioè l’Iniziativa Omosessuale Berlinese, la prima associazione organizzata di lesbiche e gay in tutto l’ex blocco sovietico.
Guardati a vista dalla Stasi, i membri dell’associazione si incontrano soprattutto in case private e discutono le possibilità di migliorare la situazione delle persone LGBT nella RDT. Ma gli incontri nascono anche sotto il segno del divertimento. Vengono organizzate feste, ricorrendo, ovviamente, a piccoli sotterfugi. Invece che dichiarare la natura gay, lesbica o transessuale dei partecipanti ai party, si affittavano dei retrobottega per “feste di compleanno”.
D’altro canto, l’omosessualità non solo non era ben vista e nemmeno congeniale all’alta nomenclatura della RDT, come Erich Honecker, Egon Krenz, etc., bensì era addirittura dichiarata incompatibile col “vero socialismo”.
Non stupisce, quindi, che anche nella FDJ, l’associazione dei Giovani Tedeschi Liberi, i gay dichiarati non avessero vita facile.

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Sino al 1979, ogni sforzo della HIB di istituire luoghi pubblici di incontro per gay e lesbiche è stato stroncato sul nascere dai ministri della RDT.
I “veterani” della militanza gay all’ombra del Muro, raccontano di ripetuti episodi ai limiti della comicità. Davanti alla porta di entrata di un bar gay, gli uomini in attesa di potervi entrare, camminavano spesso su e giù anche per venti minuti, come se volessero semplicemente prendere una boccata d’aria. La porta ad un certo punto si apriva. In meno di cinque minuti, un folto gruppo di clienti, sbucati improvvisamente da ogni angolo della strada, varcava la “soglia del proibito”, la porta si richiudeva per non essere più aperta fino a fine serata.

Ovviamente la “vita degli altri” e dei “diversi” era ‘osservata’ e conosciuta dagli aguzzini della Stasi.
I gay e le lesbiche della Germania dell’Est erano facilmente ricattabili a causa del loro orientamento sessuale e divennero estremamente popolari presso chi, per conto del Ministero per la sicurezza di Stato, aveva il compito di arruolare i cosiddetti IM (Informelle Mitarbeiter, collaboratori non ufficiali), potenziale spie della Stasi, quindi. Un rifiuto significava l’immediata denuncia alle autorità. Non rimaneva che accettare e collaborare. I nomi in codice assegnati alle “spie” omosessuali erano essi stessi una beffa: “After Shave” e “Wärme”, cioè “calore” (chiaro riferimento all’espressione dispregiativa “warme Brüder” – fratelli caldi – con la quale si parlava di uomini gay).

Ma dove c’è repressione, c’è, per fortuna, anche resistenza. Così, oltre all’associazione HIB, non mancano altre modalità di incontro per le “compagne” lesbiche e, soprattutto, per i “compagni” gay: aree di cruising e bar gay non ufficiali. Ad Erfurt si ricorda la “Johannesklause”, mentre a Berlino il “Burgfrieden”. Di tanto in tanto, ero la Stato stesso ad organizzare serate gay nei club giovanili. Non era un gesto d’altruismo o d’apertura, bensì un modo per assicurarsi maggior controllo sui sospetti. È per questo che, a partire dalla metà degli anni ’70, per esempio, le autorità statali approvano l’organizzazione da parte dell’HIB di festival e incontri interregionali in occasione della Pentecoste (a fine maggio).

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Dal 1975, i membri dell’HIB (Homosexuelleninitiative Berlin) si incontrano ogni due settimane, di domenica. Sede privilegiata delle loro riunioni è, a Berlino Mahlsdorf, il museo della rivoluzione industriale tedesca di proprietà di Lothar Berfelde, in arte Charlotte von Mahlsdorf. È qui che l’eccentrica signora Charlotte von Mahlsdorf organizzava balli di carnevale e veglie di San Silvestro a cui prendevano parte anche più di 200 invitati. Charlotte, non a caso, è ancor’oggi un’icona nell’immaginario gay berlinese. Nata nel 1928, già da bambino aveva l’abitudine di indossare abiti femminili. Nel gennaio 1945, il giovane Lothar fu condannato a quattro anni di prigione per “comportamenti asociali”. La fine della Seconda Guerra Mondiale segnò, fortunatamente, anche la fine della sua prigionia. E fu proprio con la fine della guerra ed il crollo del regime nazista che Lothar cominciò a farsi chiamare Charlotte von Mahlsdorf ed a indossare sempre e solo abiti femminili. Rimase, tuttavia, a lungo, sino agli anni ’90, bersaglio di attachi omofobi, soprattutto da parte di gruppi neonazisti. Ciò non le impedì di scrivere la sua autobiografia e di intitolarla Ich bin meine eigene Frau (Appartengo solo a me stessa).
Nel 1997, venne rivelato che Charlotte, sin dal 1971, aveva collaborato volontariamente in qualità di spia non ufficiale con la Stasi. Ma nemmeno questa notizia ha incrinato il suo ruolo di icona di un movimento finalmente libero.

Nel 1982, intanto, anche a Lipsia nasce il Leipziger Arbeitskreis Homosexualität (LAH), un gruppo di lavoro su questioni inerenti l’omosessualità. Paradossalmente, fu la Chiesa Evangelica, molto critica in genere nei confronti di gay e lesbiche, a mettere a disposizione i locali per l’associazione. Siccome, tuttavia, sempre più persone prendevano parte agli incontri del LAH, l’organizzazione viene vietata nel 1987.

È dal 1980 che lo spionaggio sistematico di donne e uomini omosessuali da parte della Stasi assume dimensioni sempre maggiori e strutturate. Il Ministero per la Sicurezza di Stato, infatti, nel 1983, in un’informazione riservata, dichiara: “È necessario monitorare e registrare lo sviluppo ed il comportamento delle persone omosessuali così come mantenere sotto controllo le loro attività. Conoscere i loro luoghi di incontro, i loro locali e le loro iniziative è di grande importanza per l’ordine e la sicurezza interne […].”

Anche questo non basta, tuttavia, a frenare il formarsi di nuovi gruppi. A Berlino Treptow, ad esempio, si aggiunge al già esistente HIB il gruppo di lavoro Schwule in der Kirche (Gay nella chiesa), che, a partire dal 1986, pubblica anche la prima rivista omosessuale della RDT, l’Info-Brief (sul ruolo della Chiesa evangelica nel sostegno ai movimenti dissidenti che hanno portato alla rivoluzione pacifica ed alla caduta del Muro di Berlino non si scriverà, probabilmente, mai abbastanza).

Entro il 1988, nella RDT si contano 22 gruppi di lavoro facenti capo alla Chiesa Evangelica il cui obiettivo era il miglioramento della vita delle persone LGBT nella RDT. Nei mesi precedenti il 9 novembre 1989 e la caduta del Muro, il numero di questi gruppi di lavoro sale rapidamente a 30 e le loro attività vengono organizzate in collaborazione, non più isolatamente.

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L’ironia della sorte vuole che il primo lungometraggio a tematica gay della RDT avesse la sua anteprima proprio la sera del 9 novembre 1989 nel cinema “Kino International” a Berlino Est, con una doppia proiezione, una alle 19.30 e l’altra alle 22, organizzate spontaneamente vista la massa di spettatori in attesa di assistere alla prima.
Ma mentre l’intero cast del film “Coming out” di Heiner Carow (1929 – 1997), tra cui un giovanissimo Matthias Freihofstraße, Dagmar Manzel, Dirk Kummer e altri grandi attori, siede nella magnifica sala, insieme a numerosi collaboratori non ufficiali della Stasi, stupefatto che la maggior parte del pubblica fosse costituito da berlinesi giunti dal lato Ovest della città, a meno di 3 km di distanza un’intera città, quella di Berlino Est, si era data appuntamento per vivere in prima persona il passaggio del posto di controllo sul ponte di Bornholm per poi, increduli, prendere d’assalto la lussuosa Kurfürstendamm.
Quella notte, sono usciti tutti allo scoperto, non solo i gay.

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Sul tema, per ulteriori approfondimenti, vale sicuramente la pena guardare il film Coming Out (1989) di Heiner Carow, così come i documentari DDR unterm Regenbogen (2011) e Out in Ost-Berlin – Lesben und Schwule in der DDR (2013), entrambi di Jochen Hick.

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Gay all’ombra del muro, di Giulio Galoppo

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