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Gabriella Romano: Il mio nome è Lucy / Donzelli 2009. Recensione: 1 di 3

Gabriella Romano
Il mio nome è Lucy.
L’Italia del xx secolo nei ricordi di una transessuale

Donzelli – Interventi, Roma 2009
95 p.: 8 tavole fuori testo: ill. fotog. in b/n ; 16 €

Gabriella Romano, Il mio nome è Lucy. L'Italia del XX secolo nei ricordi di una transessuale, Donzelli 2009: frontespizio (part.)

(Posto qui la prima parte di un articolo che è diventato eccezionalmente lungo. Via via che lo scrivevo e riscrivevo per farlo stare in una lunghezza accettabile non ero mai contento. Il fatto è che la vita di Lucy, ascoltata e riordinata da Gabriella Romano ne Il mio nome è Lucy, è così straordinaria, ed avvincente, che resiste ad ogni tentativo di riassunto, perciò ho tentato di parlarne usando le sue frasi, e l’ho divisa in due post, per poter lasciare più spazio alla sua voce.
Molto interessanti sono anche gli apparati che stringono il testo: la copertina, la quarta, e gli interventi di Romano. Di questo si occuperà la terza parte).

Gabriella Romano, Il mio nome è Lucy. L'Italia del XX secolo nei ricordi di una transessuale, Donzelli 2009: Ritratto della ballerina Anita Berber di Otto Dix, ill. di copertina (part.) 5

Gabriella Romano

Gabriella Romano (Torino, 1960) è documentarista e scrittrice; è autrice di Pazza d’azzurro (GB, 1996) sulla relazione fra Nietta Aprà e Linda Mazzuccato, di L’altro ieri (GB, 2002), che raccoglie cinque testimonianze di donne sulle relazioni lesbiche durante il fascismo e di Ricordare, documentario sulla condizione, sempre durante il fascismo, degli uomini omosessuali inviati al confino; un suo racconto, Acqua, è comparso in Principesse azzurre – 3 (Mondadori, 2005), ed è autrice de I sapori della seduzione. Il ricettario dell’amore tra donne nell’Italia degli anni ’50 (Ombre Corte 2006).

Luciano / Lucy

“Mi hanno chiamata Luciano, sono nata a Fossano, in provincia di Cuneo, nel 1924. […]”, questo l‘incipit della storia della sua vita che Lucy ci racconta, tramite Romano.
Creduta maschio per via del sesso, Lucy non si è mai sentita tale, e dopo una lunga vita è ora una signora anziana, tornata a vivere nel quartiere che la vide ragazzo, a Bologna, “[…] la città della mia giovinezza […]”.

Quando nacque, la famiglia, emiliana, stava a Fossano per via del mestiere del padre, guardia carceraria: una brevissima infanzia, molto povera, sulle sponde della Stura, i pochi cinema, Shirley Temple, Ben Hur, ogni tanto una gita a Cuneo, il fascismo, “[…] le canzoni dei Balilla che parlavano di maschia gioventù. Ma in bocca a me sembravano una bestemmia perché io sin da piccolissimo mi sentivo e sembravo tutt’altro che maschio, [Le canzoni] mi sembravano un bel pezzo di ipocrisia, […] Il ricordo dell’infanzia è infatti […] il ricordo di un sacco di gente che approfittava di me […]” (p. 17).

Gabriella Romano, Il mio nome è Lucy. L'Italia del XX secolo nei ricordi di una transessuale, Donzelli 2009: Tav. n. 1 fuori testo: ritratto fotograf. b/n di Lucy (part.), 8

“[…] Tutti mi chiedevano ossessivamente: sei un maschio o una femmina? […] La guerra, la lotta, le macchine non mi interessavano affatto […] i maschietti approfittavano di questo, […] c’era anche la coscienza che io fossi diverso da loro, c’era curiosità, era sottinteso che io dovessi sottostare alle loro avances […]” (p. 18). I ruoli, i compiti, gli spazi, sono subito definiti.

Abusi condivisi

Il pittore del piano di sotto, il sarto, il parroco, “[…] avevo sì e no otto, dieci anni al massimo e cominciavo a vergognarmi […]”, una serie di abusi che mentre agiscono sul corpo disegnano la percezione di sé, nella vergogna, e nell’isolamento, “[…] io non avrei spifferato mai niente perché la mia omosessualità era evidente e mi rendeva facilmente ricattabile […] Un giorno […] raccontai tutto ai miei genitori, sentivo che c’era qualcosa di schifoso in questa storia, ma mi dissero che non era vero, anzi mi mollarono anche due bei ceffoni. […]. “[Il pittore] cominciò ad offrirmi dei soldi. […]” (p. 19).

Gabriella Romano, Il mio nome è Lucy. L'Italia del XX secolo nei ricordi di una transessuale, Donzelli 2009: Tav. n. 1 fuori testo: ritratto fotograf. b/n di Lucy (part.), 1

Nel 1938 il padre è trasferito a Bologna, per delle lettere di prigionieri politici che aveva illegalmente consegnato, e così si trasferisce tutta la famiglia. “[…] mio padre mi picchiava, mi insultava, mi trattava in modo diverso dai miei fratelli […] non mi ha mai capito, mai accettato […]” (pp. 19, 20).

A Bologna, Carmen

Ma Bologna è la grande città, e a quattordici anni Luciano comincia a fare il cameriere, e i confini un poco si allargano. A Bologna ci sono ritrovi, locali, parchi. “Presi a frequentarli assiduamente, […] Lì ho cominciato a capire cosa volesse dire la parola omosessuale, cioè pederasta o invertito, come si diceva allora […]”. Luciano esce di casa, si mostra, scopre una città viva, ricca di rapporti sino ad allora impensati, si prostituisce, ma anche, insieme, si inserisce in un giro vasto di conoscenze, di amicizie, di serate “[…] Ogni sera nasceva una nuova stella […] io mi facevo chiamare, o meglio, ero stata battezzata, Carmen. […] Una sera feci una bella cifra, quando vidi gli amici, dissi: -Alè, andiamo a mangiare, stasera facciamo festa […] Allora, tutti felici, facemmo bisboccia fino a tardi […]” (p. 23).

Ma c’era il fascismo “[…] gente in camicia nera non ne abbiamo mai abbordata perché capivamo che era pericoloso. [Gli omosessuali] Li cospargevano di catrame col pennello e li rapavano a zero […] Poi rastrellavano anche, cioè la Polizia prendeva qualcuno dei più visibili e lo portava via, senza spiegazioni né niente, […] ma per fortuna c’era anche l’incoscienza della giovinezza, ci picchiavano, ci facevano gli occhi neri, e noi, dieci minuti dopo, eravamo di nuovo lì […] non ce ne andavamo, non ci arrendevamo […] (pp. 24, 25).

Gabriella Romano, Il mio nome è Lucy. L'Italia del XX secolo nei ricordi di una transessuale, Donzelli 2009: Tav. n. 1 fuori testo: ritratto fotograf. b/n di Lucy (part.), 4

Nel 1939 il padre, sempre per via di quelle lettere spedite per conto di prigionieri politici, viene mandato al confino, “[…] con mio padre lontano e assente, almeno io mi sentivo più libero e ne approfittavo al massimo. Sono stati anni belli, intensi e meno male che li ho vissuti appieno, senza negarmi niente, perché il ricordo della spensieratezza di quel periodo è stato un’ancora di salvezza […] Bisogna capitalizzare gli attimi belli che ti regala la vita perché sono quelli che ti impediscono di affogare nella disperazione […]” (pp. 26, 27).

Chiamata alle armi

Nel 1943 Luciano è chiamato alle armi, a diciannove anni. Un mese dopo la chiamata è l’8 settembre; raggiunge i suoi, sfollati a Mirandola. Richiamato dall’esercito fugge, e ripara a Bologna “[…] andavo coi tedeschi che mi pagavano […]”. La Polizia lo sorprende in un hotel con un ufficiale, è disertore; prigioniero fugge di nuovo, e di nuovo viene preso, incarcerato a Modena, poi Verona, dove è condannato a morte e poi destinato a Bernau, “[…] un campo di lavoro nella Germania meridionale. […]”; durante un trasferimento riesce di nuovo a fuggire verso l’Italia, è il Novembre del 1944; al confine viene scoperto, e condotto a Dachau. (pp. 29, 30).

Le parole disseccate

“[…] Ci sono rimasto in tutto solo pochi mesi, dal novembre 1944 al maggio 1945. […]” (p. 41); le brevi pagine dedicate alla permanenza nel campo di Dachau sono fra le più straordinarie del libro: precise, quasi didascaliche nel descriverne l’orrore, lo spavento, lo strazio, come se solo la sottrazione delle parole possa rispettare il dolore infinito che vi abitò; non soltanto, sembra, per una reticenza al ricordo come portatore di un dolore rinnovato, ma anche come l’indulgere possa essere una mancanza di rispetto, in una paura quasi religiosa di toccare ciò che è intangibile.

Gabriella Romano, Il mio nome è Lucy. L'Italia del XX secolo nei ricordi di una transessuale, Donzelli 2009: Tav. n. 1 fuori testo: ritratto fotograf. b/n di Lucy (part.), 2

“[…] cercavamo solo la libertà e il mangiare. Solo la libertà e il mangiare, la fuga e il mangiare e la libertà, solo quello. E nella disperazione la morte. Molti infatti si uccidevano, si buttavano sui fili dell’alta tensione che recintavano il campo. […] Io non ho mai pensato di farlo, sono un vigliacco, non ne avevo il coraggio, altrimenti lo avrei fatto, perché la disperazione c’era. Ma c’era sempre anche qualcosa che mi teneva lontana dall’uccidermi, un istinto, una spinta alla vita. […] Pregavo solamente che bombardassero il campo per farla finita […]” (pp. 37, 38).

“[…] Il campo era diviso in tre, una parte era per le donne, una per gli uomini e una per gli omosessuali. I triangoli rosa erano tanti […] cercavano di comunicare perché erano i più isolati di tutti ed erano trattati peggio di tutti, gli facevano delle angherie peggio che a noi […] erano uomini e donne assieme, ma non li distinguevi […] a noi lasciavano una striscia di capelli […] loro erano completamente pelati, tutti, uomini e donne. […] Gli omosessuali facevano tutti i lavori peggiori: seppellivano i cadaveri, lavoravano ai forni crematori. Poi morivano, morivano da soli, non c’era bisogno di metterli nelle camere a gas, morivano per esaurimento delle forze […]”. (pp. 39, 40).

“[…]non voglio ricordare tutto. Queste cose mi sono andate via dalla testa, non desidero tornare col pensiero a quei momenti perché è stata una cosa troppo, troppo triste, terribile, schifosa… neppure gli animali si trattano come hanno trattato noi. […] non voglio ricordare, farlo apposta, sforzarmi […] mi renderebbe la vita impossibile. L’unico modo per continuare a vivere è guardare avanti, sempre avanti. […]” (p. 36).

Gabriella Romano, Il mio nome è Lucy. L'Italia del XX secolo nei ricordi di una transessuale, Donzelli 2009: copertina (part.) 1

(continua)

Riassunto bibliografico:
queer / letteratura italiana / prime edizioni
Il mio nome è Lucy. L’Italia del XX secolo nei ricordi di una transessuale
1. ed. – Roma : Donzelli. – 95 p. ; 20 x 14 cm. – (interventi)
©2009 Donzelli

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