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FUORISEDE, di Mariolina Bertini. 8: LIALA, “OGGI”

Passioni d’inverno, 10 titoli di Liala, in edicola con Oggi

Fuorisede, di Mariolina Bertini

8: Sudore-sigarette-benzina

con un ritratto di copertina di Paola Monasterolo

liala monasterolo 8

Con l’accattivante titolo “Passioni d’inverno”, “Oggi” offre alle sue lettrici dieci romanzi di Liala, in vendita con la rivista dal 21 dicembre 2011 al 22 febbraio 2012.

Sul sito del settimanale, un volenteroso addetto stampa si spinge sino a precisare che si tratta “dei più bei romanzi di ambientazione invernale” della scrittrice. Affermazione difficilmente sostenibile: come sa ogni lettrice fedele, non esistono romanzi di Liala “di ambientazione invernale”.

Tutti presentano un intreccio che attraversa più stagioni, per consentire alla protagonista di variare giudiziosamente il proprio abbigliamento, dal “costume di bagno” verde smeraldo al “visone iris blu”, dal prendisole di lino grigio al “mantelletto in visone naturale”, dal lungo abito di lana bianca con cintura di turchesi al “soprabito di leggera stoffa scozzese “ abbinato a una “principessa color fumo”. Senza questo avvicendamento, il fascino delle eroine di Liala subirebbe un colpo mortale; le loro stesse vicende amorose risulterebbero scolorite, così come la trama di Sciarada perderebbe smalto se, dalla prima all’ultima scena, Audrey Hepburn comparisse sempre con lo stesso vestito.

Ha però perfettamente ragione, l’anonimo addetto stampa, a prometterci alcuni “dei più bei romanzi” di Liala.

Perché i dieci titoli annunciati documentano, in proporzione ineguale, le tre fasi più feconde e caratteristiche della produzione lialesca: i tardi anni quaranta (Bisbigli nel piccolo mondo, del 1946, Trasparenze di pizzi antichi, del 1948, I gelsomini del plenilunio, del 1949), gli anni cinquanta (Una carezza e le strade del mondo, Quel divino autunno, Le parole d’amor che non ti dissi, Chiamami con un altro nome, Il peccato di Guenda, Una lacrima nel pugno) e infine i primi anni sessanta (Non crescon fiori per Abigaille, del 1963).

Resta fuori la produzione degli anni trenta, in cui tra influssi dannunziani e passione, anche tecnica, per l’aviazione, la scrittrice non è ancora pienamente in possesso dei propri mezzi, e quella dei tardi anni sessanta e degli anni settanta, segnata da temi e personaggi un po’ usurati, e da una certa trascuratezza stilistica e lessicale.

La critica del secondo Ottocento ha postulato l’esistenza di due Balzac, quello realista e quello visionario; i tre titoli dei tardi anni quaranta presenti in “Passioni d’inverno” dimostrano in modo convincente che la stessa dicotomia è ben applicabile a Liala.

C’è l’efficacissima Liala realista di Bisbigli nel piccolo mondo; capace di porre quasi al centro della trama la disperata bramosia scatenata in un ricchissimo salumiere, “molliccio e biondastro”, da una splendida diciassettenne, quasi pronta a sacrificarsi alle sue voglie per assicurare una vita agiata alla madre e alla sorella. E c’è la Liala decisamente visionaria di Trasparenze di pizzi antichi, che ambienta in un castello scozzese (dove però è minuziosamente riprodotta, un po’ come Venezia a Las Vegas, la Camera di Paolo e Francesca) la vicenda della giovanissima modella Yvelise, fidanzata a un aristocratico pittore che instancabilmente la ritrae senza veli e ama suonare il pianoforte in una stanza tonda, drappeggiata di velluto nero, che pare uscita da un racconto di Poe.

A spiegare il successo dei romanzi di Liala che, sempre ristampati, hanno continuato a trovare lettrici per tutta la seconda metà del Novecento, non basta però né la varietà dei registri né quella delle locations né quella -un po’ minore- delle trame.

L’elemento determinante è il ruolo attivo (nel bene come nel male) attribuito ai personaggi femminili, in totale opposizione con la passività delle eroine del rosa ottocentesco, e in primis di Delly.

Dolci, altruiste e riservate, le eroine positive di Delly vengono premiate, alla fine del romanzo, dall’insperato interesse che manifesta per loro un eroe in precedenza rude, insensibile, severo e distratto. Prima del felice scioglimento matrimoniale, conducono la loro vita attiva e pia senza che mai possiamo immaginarle sfiorate da un desiderio taciuto, da un segreto turbamento: una benefica inerzia deve aver paralizzato in loro, dalla nascita, la facoltà di desiderare, annientandone anche il ricordo.

Virtuose o colpevoli, le eroine di Liala rovesciano questo stereotipo: sono macchine desideranti d’inaudita potenza.

Se il desiderio sfrenato si trasforma in ribellione, in trasgressione, vanno incontro alla morte (come l’adorabile Lalla Acquaviva di Dormire e non sognare) o a una punitiva esistenza da mantenute di lusso (come la splendida Altera Willing di Un abisso chiamato amore): l’etica di Liala, pur aggiornandosi un poco negli anni sessanta, è solidamente perbenista e conformista, indulgente con i maschi (che, se scapoli, per esigenza fisiologica devono volare di fiore in fiore), severa con le donne, soprattutto se scervellate, interessate e sprecone. Ma l’immaginario di Liala non è condizionato completamente dai suoi principi etici.  

Nel suo mondo, certo, il desiderio femminile è una forza pericolosissima, che va incanalata nel matrimonio e possibilmente messa al servizio della procreazione. Di questa forza, però, Liala adora esplorare e sondare tutte le potenzialità; adora metterne a fuoco le manifestazioni tanto più violente, quanto più involontarie.

Nel Peccato di Guenda, la candida e appassionata Danila è innamorata del cognato Faliero, il corridore automobilista che disgraziatamente non ha sposato lei ma la sorella Guenda, tanto bella quanto bugiarda e venale. Quando Faliero, per altro in pubblico, le passa innocentemente un braccio attorno alle spalle, Danila respira il suo profumo e sperimenta una sorta di trip erotico d’inaudita intensità:

   Caro, dolce, inebriante profumo dove l’acqua di Colonia predominava appena appena, dove vi era sempre anche odore di sigarette, di cuoio, di qualche cosa che ricordava i motori, la velocità, il sole, l’aria e anche la terra bagnata. Odore di uomo lanciato su una pista, odore di maschio uso all’estrema cura di sé ma anche dedito a tutto ciò che rappresenta velocità, rischio, ardimento.

Tra le pagine di Liala degli anni quaranta e cinquanta (Il peccato di Guenda è del 1953) quelle che oggi più facilmente ci fanno sorridere, sono proprio quelle in cui prevale questo lirismo olfattivo; anche perché spesso attribuiscono al mix sudore-sigarette-benzina, per noi tutt’altro che attraente, un irresistibile potere di seduzione.

Eppure sono una delle spie più evidenti della modernità di Liala e della sotterranea spregiudicatezza del suo immaginario, che non si lascia colonizzare completamente dalla sua timorata e conservatrice coscienza morale.

C’è un dispiegarsi del desiderio femminile nell’ossessivo scintillio di abiti e pelliccie che affolla i romanzi di Liala, nel “profumo di maschio deterso” che le sue eroine aspirano con voluttà, perfino nella voracità con cui le sue fanciulle in buona salute si gettano sulle tagliatelle al pesto (senz’aglio) o sui dolci; una realtà lungamente negata irrompe alla luce, in forme oggi certamente datate ma molteplici e affascinanti.

Di questa Liala, che dagli anni trenta agli anni settanta conferisce visibilità e concretezza al desiderio delle donne, mi pare che possiamo dire quel che Victor Hugo disse di Balzac al suo funerale: che apparteneva senza alcun dubbio, quali che fossero le sue convinzioni morali e politiche , alla “forte razza degli scrittori rivoluzionari”.

Fuorisede, di Mariolina Bertini

8: Sudore-sigarette-benzina

con un ritratto di copertina di Paola Monasterolo

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Liala, passioni d’inverno / 10 titoli in vendita con “Oggi”, in collaborazione con Sonzogno / dal 21/12/2011 al 22/2/2012

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