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FOGU

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3: Fogu

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Fogu è l’equivalente sardo-logudorese di fuoco – l’elemento che, forse, più mi caratterizza.

Capelli e barba rossicci, tanto per iniziare, con una serie di riflessi aranciati a seconda delle stagioni e/o dell’esposizione alla luce solare: una familiare mescolanza di colori che si ritrova spesso all’interno di stufe scoppiettanti o nella fiamma delle meno entusiasmanti candele di cera.

Altro particolare non trascurabile: il mio nome. Mi chiamo Giovanni e tradizione vuole che, proprio la notte del solstizio d’estate, dedicata all’omonimo santo, si saltelli su scenografici falò al fine di purificarsi. Inoltre nacqui a dicembre e questo fa di me un Sagittario – segno di fuoco, non a caso.

Vivo ai piedi di un legnoso e resinoso bosco, dove la più piccola scintilla è causa di autentico panico. La mia isola è spesso consumata da incendi (e, di recente, alluvioni): un rapporto ambivalente, questo, di odio e amore; di vera necessità e/o distruzione.

Accendere un fuoco è piuttosto semplice, mantenerlo vivo, invece, è tutto un altro paio di maniche. Ricordo come, da piccolo, fu mio nonno (sì, sempre lui!) a iniziarmi a quella che, nella mia zona, è definita come “l’arte del fuoco”: potevo diventare il “bardiànu ‘e su fogu” della mia casa – ripeteva ogni mattina, impegnato nella ricerca di sterpi per lande deserte.

Mi insegnò a disporli pazientemente all’interno del camino, con maestria da architetto: ed ecco, dal nulla, un fortino in miniatura con piccole torri qua e là da abbattere con un semplice foglio di carta e un paio di cerini.

Ero spesso costretto – soprattutto le prime ore che seguivano l’accensione – a fissarne le fiamme vivaci al fine di addomesticarlo nel vero senso della parola, affinché non aumentasse d’intensità o, nella peggiore delle ipotesi, si spegnesse. Eseguivo tutto con estrema diligenza e lui mi osservava (divertito) cambiare letteralmente colore: da diafano a rosso pompeiano; le mani continuamente impegnate a scollarmi i pantaloni incandescenti di dosso e dare sollievo alle povere orecchie, ammorbidite dal troppo calore.

“Now I know how Joan of Arc felt” – m’è capitato di canticchiare spesso, pensando (con non troppa nostalgia) alla mia breve e rovinosa esperienza da ‘guardiano’: la foto è la trasposizione ‘digitale’ di un disegno che feci a sei/sette anni, proprio durante quel periodo, quando io e il fuoco parlavamo così da vicino che i miei capelli, già fulvi, sembravano diventare un tutt’uno con brace e scintille.

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3: Fogu

[ Titolo: Fogu – Tecnica: Stampa su carta fotografica 1:1. – Dimensione: 15×15 cm]

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