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FIERE E SALONI, basta. Grazie di cuore, FN

Salone del Libro di Torino

Non ho nulla contro i Saloni, o le Fiere dei libri in sé. Anche se trovo che il termine fiera sia più onesto. Ma, dopo la Fiera di Roma -Più libri più liberi, Fiera della piccola e media editoria- venendo via mi chiedevo: -ma a che serve? Non è che sottintendessi: a niente. Cercavo di capire a cosa servisse, perché la si facesse. A me sembrava facesse solo male. Male alle case editrici degne di questo nome, al loro lavoro, alla promozione della lettura, ai libri, al pubblico pagante, a chi legge tanto e a chi non legge niente.

Il Salone del Libro di Torino alla chiusura ha snocciolato numeri da record, e prontamente diffuso dati che dimostrano quanto una manifestazione come quella porti in città persone, soldi, visibilità. Da questo punto di vista niente da dire. Io vivo anche a Torino, son contento.

Le foto che illustrano questo post sono state scattate al Salone; negli stand ritratti, credo si possa individuare una delle ragioni del successo di quest’anno – riconosciuta con sollecitudine dagli organizzatori stessi che promettono per il prossimo anno di aumentarne spazio e numero.

Salone del Libro di Torino

Sulla labbra di chi si occupa di libri -al Salone- affiora la stessa domanda un po’ sbalordita, guardando sciamare frotte di persone che pagano per venire a comprare dei libri che trovano anche fuori, allo stesso prezzo: -ma perché lo fanno?

Mah, in fondo 10€ -o quant’è l’ingresso- non sono molti, per passare una giornata intera lì dentro. Editori e altri attori organizzano decine e decine di incontri la cui cifra comune è “qualsiasi persona che parla di qualsiasi cosa”. Come accade alle fiere dopo aver visto il recinto delle oche, l’esposizione dei trattori, l’esibizione del mangiatore di fuoco, passeggiando compri anche lo zucchero filato e magari un tagliere di legno, che non si sa mai.

Salone del Libro di Torino

Perché gli organizzatori del Salone lo facciano è chiaro. Oltre che fa figo essere quello che fa il Salone, lo si fa perché è una macchina gigante che sembra produrre -ad ampio raggio- utili. Gli organizzatori dicono che lo fanno per i libri, per aumentare il numero dei lettori, per formare i lettori. Ecco, a me pare che in questo falliscano, e che le case editrici che non sono votate esclusivamente all’entertainment, siano trascinate in questo fallimento, utile solo a fare ciccia in uno spazio che se no sarebbe troppo grande.

Salone del Libro di Torino

Girando per la Fiera di Roma -che credo abbia bilanci meno felici del Salone-, dove non ci sono le grandi ammiraglie, ma solo le piccole e le medie, e dove non sono ancora arrivati gli stand gastronomici, mi pareva che il numero di stand di case editrici inutili, pessime, trascurabili fosse notevolissimo.
Tutte mescolate alle poche case editrici che invece sanno cosa vuole dire fare dei libri e che si chiedono costantemente se lo fanno bene e pensano che questo interrogarsi faccia parte del loro lavoro, che cercano di avere bilanci in ordine confrontandosi con un mercato distorto ma provandoci; progettando, selezionando, immaginando; confrontandosi con chi nel mondo fa il loro stesso mestiere.

Quali strumenti sono dati a chi -non del mestiere- facendosi un giro per le fiere voglia poter capire che non tutte le case editrici sono uguali? Quali indicazioni per riconoscere un progetto colto e eticamente rispettabile da uno tirato via con sprezzo della decenza?
Nessuno.
Anzi, l’organizzazione contempla un falso ecumenismo, un non dispiacer a nessun marchio, nella volontà di non perdere alcun espositore, e i suoi soldi.

Si veicola l’idea falsa che stampare libri sia, in sé, cosa buona e giusta, e che gioiosamente possano stare nel gran parterre della fiera la nobile esemplare accanto alla pantegana.

Numericamente le case editrici inutili e dannose sono preponderanti.
Le case editrici che si riconoscono l’un l’altra un terreno comune di cultura editoriale cercano di far gruppetto, di starsi vicine, ma non sempre è possibile, non sempre è economico. E così case editrici superbe affogano fra un marchio che spaccia storie di templari e un pizzicagnolo che vende finte pergamene col tuo nome.
Alla Fiera di Roma poi -più che al salone di Torino- il presentarsi già come una selezione -la piccola e media editoria- le accomuna sotto una luce positiva. E in questi anni se c’è una falsa verità che è stata detta infinite volte è che casa editrice piccola corrisponda ispo facto a casa editrice buona. Ci sono case editrici piccole e spaventose! E non è certo l’indipendenza a assicurare la bontà dei progetti. Non c’è chi, sapendo di libri, non lo riconosca. Eppure un ammorbante e disperato spirito di corpo spinge a far massa.

È naturale che non si possano fare due recinti, i buoni e i cattivi, nello stesso posto. Ma questo non vuol dire che i buoni e i cattivi non esistano. E non vuol dire che i buoni debbano per forza starsene vicino ai cattivi.

A me vien da dire: -buoni: andatevene.

Salone del Libro di Torino

Il rischio è l’autismo. Due mondi paralleli si sfiorano come branchi di pesci; i colti, le persone attrezzate volgono altrove lo sguardo davanti gli stand cattivi, e par loro di vedere solo cose belle; le persone meno colte -invisibili agli occhi delle prime- boccheggiano, abbandonate e si nutrono di rifiuti tossici.
Quante persone di questo secondo gruppo avranno accesso al sapere che il primo tenta di trasmettere? A mio vedere, nessuna. Porterà a casa anzi l’idea populista che tutti si sia uguali, templari in confezioni discount e romanzi in veste colta. Niente è più d’ostacolo del credersi tutti uguali, che tutto sia uguale, allo sviluppo d’uno spirito critico.

Invece le Fiere e i Saloni si propongono -ufficialmente- di educare i lettori, di portare i libri a chi in libreria non va, di avvicinare all’ostico mondo della cultura chi da quel mondo è escluso. Non mi pare che i dati sulla lettura e su chi legge in Italia confortino gli organizzatori nel loro successo. Lo sbigliettamento è un vero specchietto per le allodole. Il Salone di quest’anno ne è stato una dimostrazione lampante. La ressa attorno allo stand del prosciutto e del Grand Soleil dovrebbero far pensare chi fa buona editoria. Forse quel che riesce a fare un Salone come quello di Torino è portare l’ostico mondo della cultura a mangiarsi il prosciutto e il Grand Soleil.

Salone del Libro di Torino

Che fare allora?
Io direi: -primo: andarsene. Abbandonare alla loro pochezza organizzazioni che hanno come fine il proprio successo e non quello delle case editrici -buone.
A giudicare dai vuoti di quest’anno, qualcuno già l’ha fatto; due punti edizioni, dall’anno scorso, ha provato a indicare una strada.

Chiudere coi Saloni e le Fiere allora?
No, direi di no, ma cambiare modello sì.

Da abitante a Torino penso al modello Artissima.
Artissima è una mostra-mercato di arte contemporanea, gestito dal Comune di Torino, che è proprietario del marchio.
Un tempo privata -con sostegni pubblici- da qualche anno è stata acquisita dalla Città che ha ritenuto che potesse essere un volano economico ma anche un investimento sulla propria identità di città dell’arte contemporanea.
Artissima ha una direttrice, e una squadra di consulenti, che vagliano le richieste di partecipazione. Il numero è ristretto, e la credibilità della selezione, la qualità degli eventi di accompagnamento, la comunicazione, rendono appetibile per le gallerie esserci e con un prodotto il più possibile in grado di svettare. Ogni anno le Fondazioni bancarie comprano una serie di opere da destinare alla Galleria d’Arte Moderna e al Museo d’Arte Contemporanea. Non sono presenti stand di prosciutti. Intorno, nella città si sono sviluppate iniziative collaterali, indipendenti, off.

Io credo che l’applicazione di un modello simile valga la pena di essere verificato anche per i libri.
Nessun gigantismo, una direzione da rinnovarsi ogni quattro anni, numero dato di spazi disponibili, possibilità per la direzione di fare inviti diretti, una comunicazione all’altezza, pochi incontri anch’essi selezionati dalla direzione su proposta delle case editrici accanto a una piccola serie di incontri/lezioni a cura dell’organizzazione.

Ogni anno una mostra sull’editoria –non come quella sarabanda orribile che fecero al Salone in occasione dei 150 anni dell’Italia! Ci sono in Italia persone dalle straordinarie competenze in campo storico, editoriale e grafico, che lavorano senza poter apparire, delle quali invece l’Italia, devastata da vent’anni di ignoranza e sciattume comunicativo, ha un disperato bisogno. Un appuntamento annuale intorno al lavoro delle case editrici potrebbe essere finalmente un luogo dove queste figure avrebbero una voce, uno spazio, una dignità.

Deve essere un luogo dove le case editrici possano raccontarsi, rendere palese il loro progetto, mettere in mostra i loro libri.
Certo: a differenza del Salone attuale, un Salone sul modello di Artissima attirerebbe un pubblico certamente più colto, numericamente inferiore e a differenza di Artissima, il volume di affari di ogni singola casa sarebbe infinitamente minore di una galleria che porta un teschio diamantato di Hirst.

Salone del Libro

Il nodo del finanziamento è ineludibile, ma davvero la convivenza col prosciutto è l’unica via possibile? E se ne sono calcolati davvero i costi? Magari guardando oltre i quindici giorni come orizzonte?

Come ad Artissima bene sarebbe che le Compagnie Bancarie intervenissero premiando i migliori. Che vi sia una selezione, agita su diversi fronti, comprensibile e comunicabile.

Si dice sempre –io è un discorso che non amo- che il libro non è una merce come un’altra. Bene. Allora io credo che il Prosciutto Gran Biscotto, che si propone come cosa “migliore” non andrà a una fiera coi peggiori prosciutti del circondario.
Perché lo fanno le case editrici? Perché devono umiliarsi così?

Salone del Libro di Torino

Naturalmente può darsi che ci siano case editrici che dopo aver lasciato agli enti organizzatori un bel pacco di soldi, dopo aver pagato le persone che stanno agli stand, gli spostamenti, il materiale per la comunicazione, può darsi che dalla vendita diretta dei libri ricavino tanto da ripagarsi le spese e guadagnarci un po’.
E può darsi che riescano a far passare il loro lavoro attraverso lo stridore delle affettatrici di prosciutto e il cigolio delle penne d’oca sulle pergamene col tuo nome.
Ma dal punto di vista del brand, della credibilità, della coerenza fra proprio lavoro e percezione che se ne ha all’esterno? C’è un guadagno?

E poi io credo bisogni allontanarsi dall’idea della vendita. La fiera del libro come grande mercatone a bordo periferia.

I libri, cartacei o digitali, sempre più si comprano on-line. È un processo irresistibile, irrimediabile, incessante.
Ma il modello Amazon, vincente in rete, sfarina l’identità delle case editrici, che d’altra parte sono troppo deboli per poterne contrastare la forza crescente.
Le case editrici hanno bisogno di un luogo dove incontrare chi legge -più che chi compra- per rendere comprensibile, visibile, il loro progetto.
Il pubblico deve poter recuperare un luogo -lo furono le librerie, ora non lo possono più essere- dove conoscere le case editrici, non solo singoli libri che schizzano veloci come lampi sfiorando appena i banconi per subito sparire.

Un luogo dove le case editrici possano proporre, nella migliore delle condizioni possibili, non la loro merce in vendita sul banchetto, ma il loro progetto, le loro cose migliori, ciò che ritengono essere la loro forza, i loro desideri, insomma tutto ciò che fa di una casa editrice non una lista di titoli, ma un programma di trasmissione del sapere, un contributo all’identità del Paese, confrontandosi con una presenza di pari, con l’orgoglio di avere passato una selezione, una scrematura, siano esse minuscole o giganti.

Questo, a mio vedere, potrebbe contribuire a far crescere il pubblico dei lettori, a rendere di nuovo fighi i libri, figo il leggere.

Salone del Libro di Torino

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