Non starò a raccontarvi delle storie

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FIERI DELLE FIERE? Riassunto

Le Fiere del Libro hanno senso?

L’anno scorso leggendo i -come sempre- tristi dati su lettori e lettura e vendite di libri scrissi un post:

LEGGERE NON È PIÙ FIGO

“[…]

i libri non costano troppo. Non quando una cena al ristornate può costarti a testa come un volume della Fondazione Valla.

L’offerta è di bassa qualità; vero; ma è pur vero che se andiamo a spulciare i cataloghi degli anni ’70 ci sono montagne di libri che uno ora si chiede come mai sia stato possibile che anche una sola persona li abbia non già letti –che è stupefacente- ma anche solo comprati. C’era meno da fare, allora.

Non c’erano mille distrazioni come ora, non c’era come ora la frammentazione dei canali delle sollecitazioni non si era immersi in un flusso costante di impulsi che ci chiedono costantemente un feedback, si poteva, allora, esistere anche un momento senza dirlo, addirittura una sera intera, un giorno, addirittura un’intera estate.

Ma quello che facevano le case editrici allora era di rendere figo che, in quell’ora, in quella sera, in quelle vacanze, si leggesse. Rinunciando a guardare il tramonto o alla chitarrata in spiaggia o a ballare o a ricamare al tombolo.

Ora c’è una sola casa editrice capace di far balenare l’idea che sia più figo leggere un libro invece che feedbeccarsi sui social? È probabile che di fondo noi tutti si sia interiorizzato che no, non è più figo leggere di far guadagnare soldi ai social con le minute manifestazioni della nostra esistenza. […]”

LEGGERE NON È PIÙ FIGO

leggere

 

Poi dopo aver visto il Salone del Libro ne scrissi un altro:

FIERE E SALONI, basta. Grazie di cuore, FN

“[…] Non ho nulla contro i Saloni, o le Fiere dei libri in sé. Anche se trovo che il termine fiera sia più onesto. Ma, dopo la Fiera di Roma -Più libri più liberi, Fiera della piccola e media editoria- venendo via mi chiedevo: -ma a che serve? Non è che sottintendessi: a niente. Cercavo di capire a cosa servisse, perché la si facesse. A me sembrava facesse solo male. Male alle case editrici degne di questo nome, al loro lavoro, alla promozione della lettura, ai libri, al pubblico pagante, a chi legge tanto e a chi non legge niente.

[…]

Girando per la Fiera di Roma -che credo abbia bilanci meno felici del Salone-, dove non ci sono le grandi ammiraglie, ma solo le piccole e le medie, e dove non sono ancora arrivati gli stand gastronomici, mi pareva che il numero di stand di case editrici inutili, pessime, trascurabili fosse notevolissimo.
Tutte mescolate alle poche case editrici che invece sanno cosa vuole dire fare dei libri e che si chiedono costantemente se lo fanno bene e pensano che questo interrogarsi faccia parte del loro lavoro, che cercano di avere bilanci in ordine confrontandosi con un mercato distorto ma provandoci; progettando, selezionando, immaginando; confrontandosi con chi nel mondo fa il loro stesso mestiere.

Quali strumenti sono dati a chi -non del mestiere- facendosi un giro per le fiere voglia poter capire che non tutte le case editrici sono uguali? Quali indicazioni per riconoscere un progetto colto e eticamente rispettabile da uno tirato via con sprezzo della decenza?
Nessuno.
Anzi, l’organizzazione contempla un falso ecumenismo, un non dispiacer a nessun marchio, nella volontà di non perdere alcun espositore, e i suoi soldi.

Si veicola l’idea falsa che stampare libri sia, in sé, cosa buona e giusta, e che gioiosamente possano stare nel gran parterre della fiera la nobile esemplare accanto alla pantegana.

[…]

le Fiere e i Saloni si propongono -ufficialmente- di educare i lettori, di portare i libri a chi in libreria non va, di avvicinare all’ostico mondo della cultura chi da quel mondo è escluso. Non mi pare che i dati sulla lettura e su chi legge in Italia confortino gli organizzatori nel loro successo. Lo sbigliettamento è un vero specchietto per le allodole. Il Salone di quest’anno ne è stato una dimostrazione lampante. La ressa attorno allo stand del prosciutto e del Grand Soleil dovrebbero far pensare chi fa buona editoria. Forse quel che riesce a fare un Salone come quello di Torino è portare l’ostico mondo della cultura a mangiarsi il prosciutto e il Grand Soleil.

[…]

Che fare allora?
Io direi: -primo: andarsene. Abbandonare alla loro pochezza organizzazioni che hanno come fine il proprio successo e non quello delle case editrici -buone.

Chiudere coi Saloni e le Fiere allora?
No, direi di no, ma cambiare modello sì.

Da abitante a Torino penso al modello Artissima. […]”

Insomma mi porvavo a proporre un modello, che trovate descritto nel post

FIERE E SALONI, basta. Grazie di cuore, FN

FIERI_DELLE_FIERE_BRINDISI_NOVARO

Su questo temo provai a suscitare una discussione, chiedendo a varie persone che lavorano in editoria di scrivere un post descrivendo il loro punto di vista.

Ecco il primo post

I LIBRI: VENDERLI NON BASTA, di Filippo Nicosia

“[…] Finché il criterio di selezione sarà esclusivamente economico rispetto all’assegnazione degli stand e delle sponsorizzazioni -il Salone del libro di Torino sempre più pubblicitario, e la Fiera di Roma dove non sempre la gestione è trasparente, come ha testimoniato una bellissima inchiesta di Carolina Cutolo su Scrittori in causa– le cose difficilmente cambieranno.

Se per gli editori di qualità fuggire sia una soluzione non saprei dirlo. Io credo di no.
Ma porre la questione al centro del dibattito, come stai cercando di fare, è necessario. Spesso gli editori non coprono neppure i costi di partecipazione alle fiere, allora che senso ha parteciparvi se nemmeno si riesce a far valere un principio elementare come la valorizzazione del lavoro editoriale e culturale?

Più che rinunciare, sarebbe bene farsi sentire in tanti, uniti per una volta, con chi sta facendo dei libri una merce equivalente alla mortadella, alle penne, ai gadgets di ogni sorta; chi sta sottovalutando la grande emorragia di lettori che c’è stata negli ultimi anni complice la crisi. […]”

I LIBRI: VENDERLI NON BASTA, di Filippo Nicosia

FIERI_DELLE_FIERE_BRINDISI_NOVAROLa discussione riprese poi dopo l’estate, a cura di Donatella Brindisi, e le demmo anche un nome: Fieri delle Fiere?

MARCO BALEANI, Ecosistema. FIERI DELLE FIERE? / 1

“[…]

Quello del libro è un ecosistema che sta in piedi perché convivono pesci grandi e piccoli, pesci bellissimi e molto brutti, nobili e poveri, intelligenti e stupidi, coralli preziosi e viscide alghe, un sistema dove tutti hanno bisogno di tutti.

Ora negli ultimi anni questo ecosistema è andato in crisi subendo un inesorabile (pare) processo di consunzione: il numero di lettori si è ridotto, sia deboli che forti, i pesci grandi hanno reagito cercando di far fuori i piccoli, che a loro volta cercano giustamente di unirsi per creare massa critica.

Spesso si accusa i pesci grandi di esssere la causa del problema, di provocare la crisi del settore e l’appiattimento dell’offerta, mentre a mio avviso quella dei grandi era ed è sostanzialmente una strategia di difesa di fronte a un problema ancor più grande di loro.

In questo senso non penso che sia possibile salvare il libro salvando semplicemente i piccoli o un qualche punto di qualità, trovo anzi dannose le battaglie identitarie che dicono: noi facciamo i libri veri, noi siamo i custodi della cultura, gli altri sono solo anonime industrie guidate dal marketing e votate al mercato. Al contrario bisogna portare acqua in questo mare, il che, tradotto, vuol dire che non dobbiamo arroccarci sui lettori forti, quelli che ci seguirebbero comunque e qualunque cosa accadesse (ebook compresi): il libro, nelle sue diverse forme e accezioni, deve tornare ad essere un oggetto popolare, di consumo. […]”

MARCO BALEANI, Ecosistema. FIERI DELLE FIERE? / 1

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LOTTO 49, La responsabilità degli “editori editori”. FIERI DELLE FIERE? / 2

“[…] Non riusciamo a staccarci dal principio della pseudodemocrazia, non riusciamo a contemplare i principi di meritocrazia.

Le fiere editoriali, come dici tu, Federico, non servono perché non c’è selezione, perché si aprono le porte a chiunque stampi libri, e noi sappiamo quanto sia facile stampare libri e sappiamo quanto l’ignoranza la faccia da padrona: “Sai, anche mio cugino ha scritto un libro. L’ha pubblicato!” “Sì, ma come si chiama la casa editrice?” “Eh, adesso, cosa vuoi? Non ricordo. Aspetta che lo cerco… Sì, con la Porcospinoblu editrice.” “Ah!” “Sì, non è a pagamento, eh. Gli hanno solo chiesto di acquistare 500 copie.” “Sì, appunto. Ma lo trovi in libreria?” “Beh, non in tutte. Diciamo che nella sua città lo trovi in tante librerie…” “Ah-ah.” Bene.

Questa leggenda per cui uno ha scritto un libro perché qualcuno gliel’ha stampato viene avallata dalle fiere e da tanto altro. Se non hai alcuna cognizione editoriale, se sei un lettore sporadico, alle prime armi, gli stand di Più libri più liberi o del Salone di Torino ti appaiono tutti uguali.

Chi te lo dice che Zandonai è considerata dai più una casa editrice di dignità certa mentre il Gruppo Albatros fa scatenare dubbi e perplessità a catinelle?

Qual è la soluzione? Andarsene dalle fiere non cambia lo stato delle cose. Organizzare delle fiere alternative probabilmente sì. […]”

LOTTO 49, La responsabilità degli “editori editori”. FIERI DELLE FIERE? / 2

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PIETRO DEL VECCHIO, Disaffezione. FIERI DELLE FIERE? / 4

“[…] Il lettore di fiction si è talmente disaffezionato che non ha voglia di acquistare, paradossalmente, se non i marchi che già conosce (che in alcuni casi sono massimamente responsabili dello scadimento generale).

Il lettore che paga 10 euro per entrare al Salone – e che non ha a disposizione un budget illimitato – sarà spinto inconsciamente ad acquistare i libri di quei marchi che già fanno parte in maniera subliminale del proprio universo cognitivo (perché sono marchi con una lunga storia alle spalle, perché ne frequenta le librerie di proprietà, perché ne conosce gli autori che inondano i media e così via). Una volta spesi 10 euro di biglietto di ingresso, cioè, è molto meno disposto a rischiare.

[…]

Noi editori non possiamo prendercela soltanto con la mancanza di politiche culturali a livello amministrativo e di governo, lamentando genericamente che “gli italiani non leggono”. Dobbiamo renderci innanzitutto conto che ciò è principalmente una nostra responsabilità: se pubblichiamo prodotti scadenti disaffezioniamo i lettori, e i lettori disaffezionati leggeranno sempre meno, sempre meno anche quei prodotti scadenti che solo apparentemente hanno fatto la fortuna di chi li ha lanciati in commercio. […]”

PIETRO DEL VECCHIO, Disaffezione. FIERI DELLE FIERE? / 4

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PAOLO CANTON, Incapaci a raccontarsi. FIERI DELLE FIERE? / 5

“[…] Mi interrogo, quindi, su come sia possibile che il libro – quindi l’editoria – trovi un modo di raccontarsi a questo pubblico nuovo che con tanto lodevole sforzo si cerca di coinvolgere e interessare, per ora con scarsi risultati, attraverso fiere, festival, mostre-mercato. Mi interrogo su come le fiere possano ripensarsi e ristrutturarsi per smettere di essere contenitori di merce e diventare a loro volta convincenti, coinvolgenti narrazioni che abbiano per oggetto il libro.

Mi pare, anzi, mi sembra di esserne convinto, che l’editoria e il mondo del libro nel suo complesso siano rimasti paradossalmente al tempo delle fiere campionarie, quando l’ostensione della merce, allora novità in se e per se, era sufficiente ad attirare masse entusiaste: ecco il futuro, le magnifiche sorti e progressive, il sole dell’avvenire. E noi, allora alunni delle elementari, ci allineavamo silenziosi e ordinati, a cercare di capire e di appropriarci dei misteri di quel nuovo rito e delle meraviglie che prometteva: il bianco più bianco; un aperitivo da sorbire serafici in mezzo al traffico; denti bianchi e splendenti; e capelli sempre perfettamente acconciati. E non era roba da poco, anche se oggi un po’ ci fa sorridere e un po’ ci inorridisce.

Ho scritto “paradossalmente”, poco sopra, per una duplice ragione: perché il libro è da sempre merce rivoluzionaria; e perché è per se stesso contenitore di narrazioni. Ed è quindi davvero paradossale che chi sta dentro e in mezzo ai libri non li sappia narrare. Ma forse dovrei dire non li sappia più narrare in un modo convincente e adeguato ai tempi, al mutare dei gusti, delle esigenze e delle aspettative delle persone. […]”

PAOLO CANTON, Incapaci a raccontarsi. FIERI DELLE FIERE? / 5

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CAROLINA CUTOLO, Censure culturali? FIERI DELLE FIERE? / 6

“[…] Ricordiamoci che “selezione” non è una parolaccia, né necessariamente coincide con una “censura culturale” (espressione usata a sproposito talmente spesso che è ormai sempre più difficile ricordarne e applicarne il significato corretto), ma è solo e semplicemente la carta d’identità di ogni singolo editore, che proprio selezionando, scegliendo cosa pubblicare costruisce non solo la propria identità ma anche la propria credibilità.

Quello che chiedo alle fiere è di fare lo stesso.

Non è facile scegliere, richiede studio, competenza, capacità di imparare dagli errori, abilità nel correggere il tiro, pazienza, lungimiranza, autentica dedizione.

Ma finché questo sforzo non sarà considerato necessario e, come sostiene nel suo intervento Filippo Nicosia, “Finché il criterio di selezione sarà esclusivamente economico rispetto all’assegnazione degli stand e delle sponsorizzazioni, […] le cose difficilmente cambieranno”. […]”

CAROLINA CUTOLO, Censure culturali? FIERI DELLE FIERE? / 6

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CECILIA MUTTI, Inghiottiti dalla mischia. FIERI DELLE FIERE? / 7

“[…] Da espositore non mi piacerebbe trovarmi in una riserva protetta per panda. Alla fine, nella vita vera dobbiamo confrontarci con quello che è il mercato, dove c’è di tutto. E in fiera, le case editrici ci vanno per vendere, cosa legittima e giusta perché la piccola/media/grande casa editrice è innanzi tutto un’impresa.

Però quello che molti sembrano non capire è che si venderebbe di più, se contesto e contenuto fossero migliori.

Da visitatore vorrei che l’organizzazione si facesse carico di una selezione all’ingresso per garantire il livello qualitativo del materiale esposto: così potrei godermi la fiera per intero, senza saltare a piè pari la metà degli stand.

A mio parere, si dovrebbe partire con l’escludere chi editore non è, o quantomeno confinare in un’area dedicata quelle presenze ibride in bilico tra gadgettistica e hobbistica e cartolibreria.

Poi, sarebbe utile e sensato continuare ad accorpare le case editrici per ambiti d’interesse, allestendo spazi destinati all’editoria per bambini (magari con laboratori interattivi) e agli editori d’arte e saggistica (con mostre e cicli di conferenze). Mi piacerebbe che gli editori di narrativa fossero invitati e sollecitati a proporre delle anteprime o a promuovere iniziative speciali legate alla fiera che andassero oltre il prendi tre paghi due. […]”

CECILIA MUTTI, Inghiottiti dalla mischia. FIERI DELLE FIERE? / 7

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FEDERICO DI VITA. Le maledizioni dei miei Natali. FIERI DELLE FIERE? / 8

“[…] Aggiungere fiere alle fiere è un azzardo che in genere mi sento di sconsigliare, vedo stanchezza in giro. Anche se il fiorire delle fiere nell’ultimo decennio è stato una risposta alla progressiva chiusura degli spazi in libreria per mano dei grandi editori, siamo ormai prossimi al livello di saturazione.

Eppure se fosse possibile un ultimo tentativo lo farei. E sono d’accordo con voi, il modello degli editori prigionieri del loro banchetto avito ha fatto il suo tempo, si dovrebbe provare altro. Come detto sarebbe bello mettere al centro le storie o – forse meglio – i lettori. E non trovo che i modelli di Lucca e Artissima siano antitetici. Certo, a Lucca sfilano plotoni di cosplay ma, sempre a Lucca, vengono messi in mostra in (frequentatissimi e luccicanti) spazi museali gli strumenti e le tavole dei fumettisti, e quegli spazi sebbene doverosamente selettivi non respingono i lettori ma ne attirano gli sguardi pulsanti. Dentro Lucca, in altre parole, c’è Artissima. Ma si riuscirebbe a fare altrettanto con i libri? E se sì, quanto ci vorrebbe? Lucca Comics ha appena compiuto diciotto anni. […]”

FEDERICO DI VITA. Le maledizioni dei miei Natali. FIERI DELLE FIERE? / 8

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ARCANGELO LICINIO, E a casa mi sono chiesto. FIERI DELLE FIERE? / 9

“[…] non salterò uno stand e non vedo l’ora di consigliarli ed esporli e leggerli e sfogliarli questi libri, e di certo non tutto in quest’ordine, perché non salterò uno stand, io, e non saranno mai libri di editori a pagamento, ché quelli in libreria non se li compra nessuno e ti vergogni anche ad averli e spesso sono brutti, dentro e fuori, perché che interesse ha un editore a farli belli se un autore gli ha già dato profitto pagandoglieli lui, e invece dovranno avere belle copertine ed essere curati dentro e fuori i libri che porterò in libreria e magari saranno proprio azzardati, esperimenti, cose che nessuno ha mai visto, di case editrici nate ora, che però possono permetterselo questo stand al Palazzo dei Congressi che costa tantissimo ma la fiera non ce la fa senza i contributi pubblici, o troverò ancora ritorni, operazioni che sono scomparse, per colpa di quella macchina, che non è cattiva perché è appunto un dispositivo, ma insomma proprio bene non ci fa vivere, neppure a quelli che sembrano dirigerla, ché sono sostituibili anche loro, individualità parzialmente determinate come i contratti che fanno, e chissà come faremo a portarceli tutti i libri che compreremo, o ci daranno in conto deposito, o ordineremo per averli quando saranno pronti.
E invece. Gli stand li ho visti tutti. E alcuni ho dovuto saltarli di corsa, pieni zeppi di libri a pagamento. E altri, invece, avevano sì libri bellissimi, ma li conoscevo già, li conoscevano tutti, li si trova quasi ovunque se un libraio li cerca. E allora nel mio primo giorno da libraio in fiera ho salutato gli amici e le amiche. Quelli che vedo solo una o due volte all’anno. E sì ho comprato dei libri, per me, e per la libreria, ma li avrei potuti comprare comunque, restando dov’ero. E sì ho parlato con qualcuno che non conoscevo, ma alle fiere ci vedevamo sempre. E alla fine sono tornato a casa e mi sono chiesto se ha avuto veramente un senso esserci venuto. […]”

ARCANGELO LICINIO, E a casa mi sono chiesto. FIERI DELLE FIERE? / 9

FIERI_DELLE_FIERE

 

Qui ci fermammo.

Fra pochi giorni riapre la Fiera di Roma, un’altra fiera, a cui ne seguirà un’altra e un’altra e un’altra.

 

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