Non starò a raccontarvi delle storie

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FEDERICO DI VITA. Le maledizioni dei miei Natali. FIERI DELLE FIERE? / 8

Salone del Libro di Torino

Fieri delle Fiere?

A cosa servono i Saloni e le Fiere del Libro?

una discussione a cura di Donatella Brindisi

L’ottavo intervento, dopo quello di Filippo Nicosia, Marco Baliani, Lotto 49, Pietro Del Vecchio, Paolo Canton, Carolina Cutolo e Cecilia Mutti, ci è arrivato da Federico Di Vita. Grazie!

in coda al post una nota di FN e una di Donatella Brindisi

Salone del Libro di Torino

 

FdF#8: Federico Di Vita, Le maledizioni dei miei Natali

Fiero delle fiere no, be’, direi proprio di no. Anzi a pensarci bene vengo da un lungo calvario che mi ha portato a distillare una forma purissima di avversione e in qualche modo d’odio per il marasma approssimativo, l’appuntamento dovuto e immancabile, gli allestimenti cialtroneschi, le polemiche improvvisate e quelle studiate a tavolino, le trovate, gli uffici stampa, gli autori che ti fermano per darti il segnalibro, per parlarti del libro, suggerirti la casa editrice – come sbagliarsi – di qualità e tutto quanto detto nella prima metà del primo post da Federico Novaro, che poi diceva cose per certi versi simili a quelle che potreste trovare in un mio scritto perso tra le pagine di un libro che a un certo punto un po’ di spazio per celebrare la colossale e assurda velleità della fiera romana le spendeva.

Ma non divaghiamo. Fiero delle fiere no. Asfissiato casomai, come da una maledizione natalizia, questo sì.

A Torino ho smesso di andarci quando ho smesso di essere costretto ad andarci. A Roma l’anno scorso giusto un’ora, un’ora appena per presentare un libro e poi via. Quindi quest’anno parlando con una ragazza che lavorava in quei giorni nello spazio di una nota casa editrice ed era stanca la sera della prima giornata, era stanca, eravamo davanti a una pizza e mi diceva che lei in fiera c’era proprio per lo stage, che lo stage prevedeva quest’impegno fieristico, e allora sei stata al banchetto insomma sei stata… le dicevo e mi rendevo conto che non si chiama banchetto, santi numi mi sto disintossicando, ci sono voluti anni ma ce la sto facendo, la parola non è banchetto, come si dice allora? Stand, si dice stand.

Fatta questa doverosa premessa mi sono recato il giorno successivo con animo leggero a visitare la fiera di Roma, come un lettore qualunque. Sarei stato felice di incontrare qualcuno e mi sarebbe piaciuto evitare altri, ma ero lì con la levità di uno studente in gita in un posto dove è già stato anni addietro coi suoi. Ed ero con una amica e dopo un po’ di pellegrinaggi nei quadrati concentrici del Palazzo dei Congressi mi rendevo conto – eh sì, me ne dovrei vergognare ma sono state proprio queste le parole che ho detto – mi rendevo conto che “quest’anno è calato il livello della merda”. Non so se ci avete fatto caso. Io sì, c’è stata una selezione naturale, almeno a Roma.

Alcuni editori negli anni stanno imparando il mestiere, altri hanno cominciato a capire che forse quello non era il posto adatto a loro, altri ancora sono come retrocessi a stand più modesti, più appartati, meno fastidiosamente plateali (se proprio bisogna esserci meglio nascondere la propria irrilevanza), mentre alcuni tra i nuovi arrivati – sorpresa – erano belli e capaci. Potrei fare i nomi di ciascuna categoria elencata ma stanotte non mi va.

Ho letto tutti gli interventi che hanno preceduto il mio, non penso che Più Libri Più Liberi possa ambire a molto più di questo, lievi aggiustamenti lineari, migliorie impercettibili come onde che levigano il profilo di un promontorio. Non manderanno mai via gli editori a pagamento né li confineranno in una riserva appositamente dedicata, non lo accetterebbero loro e chi organizza la fiera ci tiene a non perderli.

La natura della fiera è quella della sagra, più grossolana di altre perché inventarsi editore è più semplice che scoprirsi salumiere, odontotecnico o piastrellista. E poi non è semplice generalizzare. C’era chi stigmatizzava gli stand con i gadget perché quelli non sono editori. Eh insomma, mica è detto. Lo so qua mi si potrebbe tacciare di conflitto d’interessi (fate pure) ma li avete sfogliati i libri di Tic edizioni (quella delle parole magnetiche), lasciate stare le parole, li avete visti i libri? Dimenticate il mio, ce ne sono altri due. Si tratta di narrazioni coraggiose e sgangherate opera di esordienti dotati di tecnica e cuore non indifferenti, libri da editore vero che nel frattempo cerca di far quadrare i conti con i gadget. Andrebbe emarginato per questo? Andrebbe emarginato sebbene in non-book sia l’unica voce ad arginare (parte) della catastrofica frana del settore? Questo è solo un esempio ma mi fa comodo per dire che in questo campo trovo non sia tanto facile tagliare con l’accetta.

Si è parlato di fiere e di come cambiarle. Il modello fiera-nel-casermone è troppo statico. Gli si è contrapposto il Lucca Comics e Artissima. Non si è detto che di fiere-casermone ce ne sono già troppe in Italia, e che questa delle fiere sta diventando una sorta di stanca compagnia di giro. Giostra o circo di cui gli editori cominciano a far fatica a tenere il passo, perché andare in fiera costa (non è affatto detto che si rientri) e perché porta via tempo. Tutti i giorni passati in fiera si è stati lontani dai libri, dai conti, dalla redazione, da casa. Aggiungere fiere alle fiere è un azzardo che in genere mi sento di sconsigliare, vedo stanchezza in giro. Anche se il fiorire delle fiere nell’ultimo decennio è stato una risposta alla progressiva chiusura degli spazi in libreria per mano dei grandi editori, siamo ormai prossimi al livello di saturazione.

Eppure se fosse possibile un ultimo tentativo lo farei. E sono d’accordo con voi, il modello degli editori prigionieri del loro banchetto avito ha fatto il suo tempo, si dovrebbe provare altro. Come detto sarebbe bello mettere al centro le storie o – forse meglio – i lettori. E non trovo che i modelli di Lucca e Artissima siano antitetici. Certo, a Lucca sfilano plotoni di cosplay ma, sempre a Lucca, vengono messi in mostra in (frequentatissimi e luccicanti) spazi museali gli strumenti e le tavole dei fumettisti, e quegli spazi sebbene doverosamente selettivi non respingono i lettori ma ne attirano gli sguardi pulsanti. Dentro Lucca, in altre parole, c’è Artissima. Ma si riuscirebbe a fare altrettanto con i libri? E se sì, quanto ci vorrebbe? Lucca Comics ha appena compiuto diciotto anni.

D’altro canto non si pensi che la scrittura sia congenitamente incapace di infiammare gli animi. A Firenze, dove vivo, c’è gente che ogni sette o otto mesi fa letteralmente a gomitate per partecipare a delle serate di letture collettive, si chiamano Torino Una Sega e mettono sullo stesso piano autori di rilievo internazionale (l’ultima volta c’era Moresco) e chiunque voglia proporsi di leggere qualcosa in pubblico a voce alta: c’è da rispettare il tempo e un tema. Vi assicuro che è incredibile la quantità di persone disposte ad aspettare le 3 di notte per leggere un brano ascoltando nel frattempo quegli degli altri. Torino Una Sega è un rave letterario, un episodio unico e difficilmente istituzionalizzabile, ma è anche la dimostrazione che cambiando approccio nuovi lettori entusiasti si possono intercettare.

Rileggendo questo sincopato post mi rendo conto che il mio rapporto con le fiere in fondo è simile a quello che ho col Natale. E per quanto male possa pensarne voglio concludere ammettendo che a livello puramente epidermico qualche eccezione qua e là ha incrinato la mia sfiducia, e sebbene non sappia quanto ci vorrà sento che non è ancora troppo tardi per infrangere le maledizioni dei miei natali.

 

FdF#8: Federico Di Vita, Le maledizioni dei miei Natali

[Federico di Vita è autore di “Pazzi scatenati” e lavora in un negozio di verdura.]

Gli interventi precedenti

FdF#0: FN, Fiere e saloni, basta. Grazie di cuore, FN

FdF#1: Filippo Nicosia, I libri: venderli non basta

FdF#2: Marco Baleani, Ecosistema

FdF#3: Lotto 49, La responsabilità degli “editori editori”

FdF#4: Pietro Del Vecchio, Disaffezione

FdF#extra, 1: Bibliocartina, Su Lucca Comics

FdF#5: Paolo Canton, Incapaci a raccontarsi

FdF#6: Carolina Cutolo, Censure culturali?

FdF#7: Cecilia Mutti, Affogati nella mischia

Salone del Libro di Torino

(Il Salone del Libro di Torino del 2013 si caratterizzava per l’ampio spazio dato a qualunque cosa. Esigenze di bilancio avevano legittimato la presenza di stand, molto apprezzati, dalle categorie merceologiche le più diverse. Pensa che ti pensa, coi tempi bradipici che lo contraddistinguono, FN pubblicò a fine luglio un pezzo sulla cosa. Il centro del ragionamento era: fiere e saloni sono ancora utili alle case editrici? O ormai non rischiano di essere utili soltanto -e non sempre- nell’immediato riscontro di cassa e basta? Non sarebbe forse necessario un luogo in cui le case editrici possano comunicare quello che fanno, i loro progetti, la loro storia? Chi legge è aiutato o ostacolato, nel suo avvicinarsi alle case editrici e ai libri, da dei luoghi e dei format come le fiere e i saloni?

Naturalmente uscire a metà luglio con un inizio di discussione e sperare di essere letti fu un po’ velleitario. Rispose Filippo Nicosia, prima di partire col viaggio di Pianissimo -risposta concreta a una delle questioni dirimenti: non è che forse le case editrici sono legate a un’idea di lettore che non ha riscontri reali, che è pura immaginazione o desiderio?

Ora, novembre, nei pressi della Fiera della Piccola e Media editoria di Roma, per le cure di Donatella Brindisi, su FN si prova a rilanciare l’argomento)

[F. N.]

Quest’anno, per la prima volta da quando mi occupo di editoria come studiosa e professionista (ovvero da una dozzina di anni) mi è capitato, a causa di imprevisti personali, di non aver partecipato alle ultime edizioni delle due principali fiere del settore (ovvero il Salone del Libro di Torino dello scorso maggio e Più Libri Più Liberi di fine 2012).
A un primo momento di vago disagio (senso di colpa? timore di perdere qualche importante occasione lavorativa? dispiacere di non incontrare i colleghi di sempre per le consuete festicciole e la chiacchiera di rito?), è subentrata un’inconfessabile sensazione di sollievo. Sollievo da cosa? mi chiedevo. Forse dalla stanchezza fisica che solitamente segue questi faticosi tour de force? È stato solo mesi dopo, leggendo per caso l’articolo “Fiere e saloni, basta. Grazie di cuore” di Federico Novaro, che ho avuto una piccola illuminazione personale.

Forse anch’io ero stanca di quella sensazione caotica in cui troppo facilmente il bello e il brutto, l’utile e l’inutile, il prezioso e il dannoso sono accostati confusamente e quasi senza una logica precisa tra gli stand dei cosiddetti saloni del libro. Ho cominciato a riflettere anch’io sulle ragioni e, soprattutto, sulle conseguenze di questa situazione.
Quando, partendo proprio da quell’articolo dello scorso luglio, FN mi ha proposto di provare a creare insieme uno spazio di confronto e discussione sulla funzione e l’utilità delle fiere editoriali italiane, un luogo in cui gli addetti ai lavori potessero discutere liberamente delle diverse esperienze e necessità, magari proponendo idee alternative e suggerendo soluzioni per migliorare l’attuale status quo delle fiere editoriali, ho accettato con entusiasmo.

E, almeno per quel che mi riguarda, con il bisogno di spazzare via una serie di luoghi comuni (o forse si tratta di rompere un tabù?): che qualunque libro sia bello, che ogni editore sia buono, che le fiere editoriali facciano sempre bene alla lettura e alle case editrici e, soprattutto, che di questi tempi ci si debba accontentare. Ecco. Noi non ci accontentiamo. E questo spazio è dedicato a coloro che, come noi, credono che nonostante tutto si possa ancora fare qualcosa per migliorare la realtà. O, almeno, provarci.

[Donatella Brindisi]

[la fotografia, logo della serie, è stata scattata al Salone del Libro di Torino il 17 maggio 201

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