Non starò a raccontarvi delle storie

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evviva!

io come arlecchino

Sono vestito da Arlecchino. La mia espressione, che si può pensare sia da pianista assorto, mi piace pensare fosse di fastidio e profonda infelicità. Odio travestirmi. La scuola, le elementari (grembiule nero o bianco, fiocco colorato a seconda dell’anno), organizzava ogni anno una festa a carnevale. La spesa di un costume era inimmaginabile per la mentalità dei miei. Il travestimento è un gioco, e i giochi non devono costare. A scuola tutti erano vestiti da Zorro o da fatina, io volevo scomparire, obbligato a difendere l’originalità dal mio vestito per non crollare travolto dalle risate. Nello specifico era un vestito di non si sa chi, di velluto liscio blu, dalle maniche e dalle gambe troppo corte, cui venne applicato un terribile coso plissettato davanti, e, tagliata a rombi della fodera colorata, cosparso di pezze variopinte, cucite solo negli angoli e dunque svolazzanti, con allegro effetto dinamico. In testa un cono di cartoncino un po’ lucido, molto alto, un po’ un cappello da asino, misteriosamente, mi piaceva. Così fui mandato a scuola, spero in macchina (Andavamo a scuola a piedi, ogni tanto ci passava di fianco una macchina di qualche compagno che ci dava un passaggio, le mamme era chiaro che trovavano la cosa strana, e di conseguenza i figli, ma a me piaceva). A scuola venni preso in giro, il bambino ricco vestito di stracci, fra i compagni più poveri vestiti da fiaba. Non che mi piacessero i loro costumi, li trovavo anzi terrificanti, ma io avrei soltanto voluto andare vestito normale, o, di grazia, restare a casa. Mi piace, e più guardo la foto più mi piace, pensare quello sguardo uno sguardo d’odio, di pensieri taciuti di vendetta, di acre odore di rivolta. Io volevo suonare l’arpa e non volevo suonare il pianoforte. Bisognava, pareva, imparare a suonare uno strumento. Nella camera di mia sorella, separata dalla mia dal suo bagno, c’era un pianoforte verticale. Mia sorella andò a fare l’Università che io ero ancora piccolo. Quando tornava, forse per i fine settimana, la sera suonava il pianoforte, nella sua stanza dove appesa sulla scrivania c’era un cartello con su scritto “Un asino non si apostrofa mai”, che ancora adesso mi ripeto quando ho delle incertezze a riguardo. Io ero già a letto, insonne come sempre, e sentirla suonare mi conciliava col buio. L’arpa non si poteva. Non c’era un insegnante dicevano. Mi fecero imparare a suonare il pianoforte anche se io ero stato molto chiaro sul fatto che se proprio dovevo imparare uno strumento io volevo imparare l’arpa. Così iniziai il mio allenamento per diventare refrattario ad ogni insegnamento che io non gradissi. Il maestro si ritirò sconfitto. Le lezioni finirono. Non imparai a suonare il pianoforte.

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