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ÉRCHITU

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2: Érchitu

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Metamorfosi è trasformazione e tutti, più o meno, abbiamo sperimentato la magia del cambiamento. C’è chi – come il sottoscritto – è in grado di tornare indietro nel tempo di una decina d’anni senza ricorrere ad ancestrali riti voodoo: bastano solo un paio di forbici e un rasoio affilato. Via la barba ed eccomi (quasi) adolescente, con lo zainetto Invicta e una manciata di Lego in tasca.

Il mutamento in sé, però, nasconde qualcosa di più profondo, oscuro e stranamente immutabile: a pensarci bene, è solo la ‘forma’ che cambia; il ‘contenuto’, però, resta – nella nostra testa, nel cuore, negli occhi.

Il mio vecchio professore di linguistica (se vivo e sobrio) scomoderebbe la famosa coppia signor ‘Langue’ & signora ‘Parole’ (linguisti qui presenti, vi tranquillizzo: non era Saussure): che voi diciate ‘maison’, ‘дома’, ‘hem’, sapete che si fa riferimento alla stessa idea codificata (con qualche sfumatura, certo) che noi tutti abbiamo di ‘casa’. Io sono ‘langue’, quindi, non solo perché ho un muscolo chiamato lingua tra i denti ma perché sia che mi si chiami Giovanni, Juánne o Kroppslotion, sia che mi sbarazzi della barba, sia che mi tinga i capelli completamente di nero, sarò sempre ‘io’.

A pensarci, è una costante che può avere dei tragici risvolti e tutto ciò mi affascinò sin da bambino.

La cultura sarda, poi, (non me ne voglia quella classica) è piena zeppa di personaggi inquietanti con vite parallele, dalla donna vampiro aka CsúivileC, a ragazze che escono da pozzi ricoperte di alghe, uomini torcia e perfino mutanti (qualche sardo alla Marvel?): in tutti questi casi, chi subisce la trasformazione soprannaturale, temporanea o eterna che sia, cosciente della propria misera condizione, soffre terribilmente.

Metamorfosi, dunque, non per sfuggire a déi bramosi o assecondare piaceri, ma come pena da scontare.

Partendo da questo insolito presupposto, realizzai una delle primissime foto che mi accingo a presentarvi, Érchitu (2009).

È doverosa una piccola premessa: in quasi tutti i paesi della Sardegna (specie nella parte centrale, la Barbagia, quella più aspra e autentica) si credeva, un tempo, che i colpevoli di crimini più o meno gravi riusciti a sfuggire alla giustizia umana dovessero misurarsi con quella ‘pagana’, e a caro prezzo: durante le notti di un preciso periodo dell’anno, condannati a trasformarsi in mostruosi animali, emettervano terrificanti versi per annunciare imminenti sventure.

L’érchitu, in particolare, assumeva le sembianze di un bue gigante dalle lunghe corna appuntite: deriso e trascinato a forza per le vie deserte e buie del paesello di turno da un gruppo nutrito di diavoli, muggiva tre volte nei pressi della casa dello sfigato di turno, destinato a morire in breve tempo. Per riprendere forma umana, dopo ore di sofferenza (ci mancherebbe), il bue rotolava per terra davanti a un cimitero o tre chiese, così da ricreare un triangolo mistico e interrompere il maleficio – se non altro per qualche ora.

Quanta allegria e leggerezza, noi sardi! Prima che possiate disdire la prenotazione della Tirrenia per le vacanze del prossimo anno, però, eccovi un barlume di speranza: il dannato poteva essere liberato dal castigo una volta per tutte solo se una persona molto coraggiosa gli/le avesse tagliato con un colpo netto le due corna. Affrontare un érchitu, ovviamente, risultava un’operazione tutt’altro che semplice e molto rischiosa.

Ricordo ancora le notti in bianco passate in casa con l’orecchio destro appiccicato alla finestra dalle serrande semichiuse, in attesa di udire il pesante rumore di zoccoli e il lugubre muggito dell’érchitu. Un po’ come l’ansia da interrogazione a sorpresa al liceo, quando l’insegnante-érchitu sfogliava l’elenco e il nostro semestre era nelle sue mani. Fortunatamente questo non avvenne – anche se, una volta, successe che delle mucche fuggirono da un vicino pascolo e venissero a brucare ai piedi del bosco, a pochi metri dalla mia stanza: inevitabili i muggiti notturni; passarono settimane prima che riuscissi nuovamente a chiudere occhio.

Mio nonno mi raccontava che un suo lontano cugino, diverso tempo fa, aiutò un caro amico accusato di omicidio (la cosidetta giustizia bricolage o fai da te) -dunque costretto a scontare la terribile pena – tagliandone di netto le corna: queste, per anni, rimasero appese, a mo’ di trofeo, sulla cappa dell’enorme camino in pietra rossa. Il prezioso oggetto passò misteriosamente di casa in casa e, ora, fa bella mostra in giardino sotto un albero di kaki: curioso destino.

Mi chiesi, spesso, come riassumere il tutto con una foto finché, un giorno, presi il mio scatolone fabbricone e iniziai a studiare l’occorrente necessario: maschera tradizionale di boe in legno di pero, triangolo rosso sul polso destro; braccia protese che, pesanti, annunciano l’imminente abbandono delle sembianze umane in cambio di quelle animali.

Solo più tardi riuscì a tramutarmi metaforicamente in érchitu – e no, non uccisi nessuno; fu purtroppo un’altra persona a decidere per me. Destino beffardo!

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2: Érchitu

[ Titolo: Érchitu. – Tecnica: Stampa su carta fotografica 1:1. – Dimensione: 15×15 cm ]

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