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14: ENRICO PANUZIO / L’apofasia del Cav. Ciro Saverio Paniscotti

PANUZIO

Enrico Panunzio, Enrico Panunzio, L’apofasia del cav. Ciro Saverio Paniscotti. Guanda 1982. Prosa contemporanea 14.

Enrico Panunzio, L’apofasia del cav. Ciro Saverio Paniscotti, Guanda, Milano 1982. 112 pp.; 20 cm x 12 cm; (Prosa contemporanea 14)
Brossura con bandelle
Alla copertina: Max Ernst, La città intera (particolare), 1937
Stampa: settembre 1982
Stampatore: Tipolitografia Lodigraf s.p.a., Lodi
© 1982 Ugo Guanda Editore S.p.A, via Daniele Manin 13, Milano
Lire: 7.500
Copia in ottimo stato.
[M. M.]

 

marchio_guanda

Alla bandella di copertina:

L’«apofasia» (a dirlo è lo stesso autore, in una nota proliferante sulle note di cui si compone il suo scri­vere) è una «sospensione del giudizio», ma non una epochè, secondo il dettato della filosofia fenomenologica, bensì un «abbagliamento», vale a dire una categoria completamente diversa, una categoria tut­ta poetica, irregolare, personale.

E qui «abbagliamento» vale due volte: la prima in un senso realistico e la seconda in un senso nuova­mente filosofico, ovvero del puro stravolgimento di una presunzione scientifica. A capo del «primo sen­so», del senso realistico, c’è davvero un paesaggio abbagliante, la Puglia assolata delle Murge, il deser­to di luce che inevitabilmente si sprigiona dall’«avorio» della torre in cui si è rinchiuso il protagonista, non si sa quanto il protagonista antico, il Cav. Ciro Saverio Paniscotti, o quanto il suo discendente e for­se discepolo. A capo del «secondo senso» c’è invece una posizione irrimediabilmente consegnata al pas­sato: eppure, strano a dirsi, ancora operante, sottil­mente e cavillosamente attiva. Il testo riporta non a caso due date, ognuna legata ad un luogo: all’inizio Parigi, là dove si consumano tutti i giacobinismi, le illusioni di redenzione dell’uomo e le utopie sociali o tecnocratiche, comunque progressive; e alla fine Torre Pulo, cioè, appunto, la «torre d’avorio», in quella lontana, desolata e sconosciuta terra del san­fedismo, di tutte le superstizioni e di tutti gli obliati saperi.

Tra questi due estremi viene giocato il testo di Enri­co Panunzio – difficile chiamarlo romanzo, piutto­sto commento interminabile, gioco a nascondersi, catasto delle idee vecchie e nuove, prova di forza della «fine» rispetto all’arbitrarietà degli inizi. Infat­ti, di aneddoto non ce n’è che uno, quella metafisica valigia abbandonata sulla soglia di casa, nel momen­to in cui il «discepolo» torna nei luoghi che videro le gesta scrittorie dell’avo. Per il resto, non c’è che il di­sperato e assurdo atto di volizione del Cav. Ciro Sa­verio Paniscotti: lasciare che sul mondo si accumuli una nozione di lui abnorme e sregolata almeno quanto pretenziosa di ordine e confini: ed è proprio il continuo oscillare tra gli estremi che ci restituisce non solo questo stile barocco come sono barocche certe chiese di Puglia, ma anche un insieme che pre­disposto secondo l’alto ordine dei «saggi» (alla Mon­taigne) finisce inevitabilmente per arzigogolarsi e aggrovigliarsi secondo il puro risentimento delle «postille» (alla Gadda) o – per nominare un altro scrittore pugliese – gli improvvisi splendori del «ra­gazzo terribile», Carmelo Bene, colui cioè che si po­ne nel punto più lontano da ogni «terribile vec­chiaia» del mondo e dello scrivere.

 

 

Alla bandella della quarta di copertina:

Enrico Panunzio è nato a Molfetta nel 1923. Vive a Roma.

 

 

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