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Vittorini editore iperlettore

vittorini | novaro

Risvolti e risvoltisti. La bella era

di Marta Occhipinti
2.6:

Vittorini editore iperlettore: quella critica spregiudicata e ribelle che esplorò il ‘900

 

 

 

«Bisogna sempre ricordarsi che accanto ai libri che si possono considerare come beni di consumo, ci sono invece dei libri che hanno l’importanza di essere mezzi di produzione. Ed è a questi[ultimi] che dobbiamo rivolgere la nostra attenzione, perché finiscono per avere un significato culturale. Sono infatti le opere intese come mezzi di produzione, quelle che hanno “una funzione arteriosa” (quella cioè di portare il sangue ricco a nutrire la vita degli arti), e che [più semplicemente ]si distinguono da una letteratura “a funzione venosa” (che riporta il sangue già sfruttato da altri ai polmoni)».

(Intervista a E. Vittorini, «L’Approdo letterario», a. IX, n.22, aprile-giugno 1963, p.81)

 

Il rapporto tra autore ed editore, si sa, è un matrimonio d’amore o spesso d’interesse. A volte si trasforma in conflitto, rifiuto, o peggio in arida logica di mercato. A volte esso prende le sembianze di un complesso e rischioso rapporto tra padre e figlio: l’uno pronto a viverne le avventure, anche a gesti bruschi perché convinto dei valori educativi della severità, l’altro pur sempre orgoglioso di averlo come guida. È quest’ultimo il caso dell’editore Vittorini.

«I gettoni sono un gesto creativo di Vittorini. Vittorini gli scrittori giovani per i suoi “Gettoni” li invitava a Milano, passavano con lui delle giornate intere: formava, correggeva, seguiva»: così Giulio Einaudi ricordava il ruolo predominante giocato da Vittorini nella fabbrica dello Struzzo degli anni ’50, un ruolo – quello di direttore di collana – che egli rivesti con la febbre di un intellettuale che progettava il futuro con la trepidazione di un innamorato che va a un appuntamento, e senza mai dimenticarsi di quell’impegno continuo che era il far letteratura.

È un Vittorini ostinato, duro, a tratti intransigente. Un riformatore dell’editoria culturale che restituisce il senso vero– sempre più in disuso – di fare libri: quella volontà forse ingenua ma sicuramente inappagabile di rinnovare la società, di “formare” un pubblico di lettori che guardi ai libri come realtà ancora inesplorata. Eppure, è la sua spregiudicatezza a restare più impressa. Quell’atteggiamento, se vogliamo, antifilologico che spiazza per il candore di giudizi d’elogio o di disappunto e che, lontano da logiche pubblicitarie, leggendo uno dopo l’altro i suoi risvolti, richiama l’esigenza di rispettare un patto inviolabile: la fedeltà alla sua idea di pubblico (quasi sempre tradotta in un “tenace elitarismo”), un’idea però inscindibile dal presente, quindi mutevole, quindi bisognosa sempre di nuovi interrogativi.

In questo senso Vittorini editore è come un lettore particolare, un primo lettore, che concorre a definire l’orizzonte entro il quale si collocherà la lettura e dunque l’interpretazione di un testo. È quello che – prendendo in prestito la definizione di Alberto Cadioli – possiamo definire un “editore iper-lettore”, colui che contribuisce a pubblicare – e cioè a rendere pubblico un testo – secondo il proprio orizzonte interpretativo, facendosi rappresentante e garante di una comunità letteraria (si legga qui il prefisso “iper” nell’accezione greca “a nome di”) cui vuole rivolgersi.

Vittorini fu forse un campione molto particolare di editore iperlettore, scontrandosi persino con collaboratori ed autori pur di prestar fede al suo punto di vista; spesso impiegando anni prima di ritenere maturo il testo di un giovane scrittore, o, proprio per la fedeltà al suo pubblico, avocando a sé una libertà di giudizio, palesata via via nei risvolti, e scambiata da molti per editing arbitrario, ma che in realtà altro non era che la sincera volontà di radiografare dubbi, insofferenze e scatti di uno scrittore in mezzo agli scrittori.

Da vero intellettuale- editore, si legge in Ferretti, Vittorini costruisce il suo discorso di collana, attraverso i processi decisionali, il laboratorio einaudiano – suoi principali interlocutori in quegli anni furono Natalia Ginzburg, Carlo Fruttero, Luciano Foà, Giulio Bollati e soprattutto Calvino – i risvolti, e attraverso giudizi sicuri, errori, autori voluti o subiti, prediletti o abborriti, usandoli con spregiudicata genialità come “materiali da costruzione”.

«Mantiene il vezzo della formula suggestiva, ma ripudia bruscamente il “registro” della malleveria incondizionata – ricorda Alberto Arbasino, che da Vittorini per altro fu notoriamente rifiutato agli esordi -. Inaugura, invece, una tattica del ritegno, titubante sino all’afasia. E. V. assume un tono di telefonata confidenziale, tra il pronto soccorso e la piccola posta: questo libro… sì… ha qualche qualità… però non esageriamo… ecco… vi diciamo noi stessi i suoi limiti…forse questo non gli riesce… quest’altro forse sì… però…insomma». Ed è proprio questo vezzo di pubblica discussione, di critica maieutica per gli autori che stimava, guidata da un’indubbia temerarietà intellettuale, che spiega quei giudizi – ancora affascinanti – ora scandalosi, ora perplessi e limitativi su casi editoriali avversi, come quelli di Seminara, del Fenoglio de “La malora”, di De Jaco o del «satanico» Elémire Zolla.

«Vittorini aveva la capacità di vivere le esperienze degli altri, anche quelle molto diverse dalle sue, scopriva di autori, lanciava libri, così come parlava con tutti, senza possessività, anche quando si ritrovava a esprimere giudizi molto netti», quei “sì” e quei “no” che, come scrive Calvino, gli ricordavano quelli che erano toccati a lui.

Furono molti i casi di consensi condivisi in redazione, come quello di Anna Maria Ortese (gettone n.18, con “Il mare non bagna Napoli”, 1953), scoperta sulle colonne del «Mondo», parrebbe dal risvolto, proprio da Vittorini, che sebbene ne evidenziasse ancora «il verismo un po’ facile» la descrisse ai tempi come « una zingara assorta in un sogno [capace di mordere] più a fondo anche dell’impeto dei migliori lirici meridionali». Parecchi altri, invece, i casi di dissenso: come Sergio Antonielli, rifiutato inizialmente da Natalia Ginzburg e Calvino, e giudicato al contrario «imprevedibile» e «sensazionale» da Vittorini ne “La tigre viziosa”  (gettone n. 26, 1954) o ancora il Cassola del “Fausto e Anna”, verso cui Calvino espresse alcune perplessità al contrario di Vittorini che lo appoggiò sin da subito, sino a farne emergere una crescita di stile – poi condivisa anche dallo stesso Calvino – nel risvolto de “I vecchi compagni” (gettone n. 19, 1953).

Del tutto anticonvenzionale era dunque la sua tendenza a esprimere nel risvolto giudizi limitativi, sia di autori che appoggiò lui stesso, sia di autori subiti in un qualche modo alla fine di dissensi, in cui comunque era quasi sempre il punto di vista di Vittorini a prevalere, tranne che in poche eccezioni.

Così fu, ad esempio, per “Le domeniche di Napoli” di Aldo De Jaco, una raccolta di racconti presentata nel 1953 in Casa Einaudi e a cui fu subito favorevole Calvino, ma non Vittorini, che trascinando la pubblicazione per un anno e mezzo, alla fine propose di pubblicare soltanto uno dei racconti “Passeggiata panoramica” e di sopprimere tutti gli altri, ritenuti «troppo sentimentali» e dall’«infantilismo di partito». Alla fine, a denti stretti, dovette accettare la pubblicazione per intero, scrivendo però un risvolto abbastanza insolente, che Calvino inviterà in parte a emendare. “Le domeniche di Napoli, gettone n.29, uscì nel 1954 e Vittorini ne scrisse nel risvolto:

«Non mi piace il lirismo di partito. Per qualunque emblema venga fatto è sempre la stessa solfa. E io non apprezzo gli “evviva” coi quali l’autore di questo libro ha bisogno di salutare ogni tanto la bandiera della propria fede. Tuttavia mi sembra che vi sia abbastanza novità nelle sue pagine per passare sopra all’inconveniente. Si legga Passeggiata panoramica. È una nenia di stupenda freschezza. […] Non c’è più altro del libro che soddisfi, al confronto: o perché meno vivido e immediato, meno pungente d’impressioni; o perché, nel tentativo di approfondire, finisce che risbuca fuori sul vecchio terreno del naturalismo napoletano».

Rifiuti e ripensamenti espliciti o mascherati furono anche i casi di Seminara e del controverso Fenoglio, verso i quali Vittorini tra sostegni iniziali e critiche, evidenziò la paura di un ritorno al passato: al quel neo-realismo ripetitivo, stufo e ormai convenzionale, un ritorno cioè a una scrittura incapace di “infuriarsi” col mondo nella quiete della non speranza.

E così Vittorini, sostenendo come romanzo dal contributo interessante, pur sempre «entro i limiti del populismo», “Il vento nell’oliveto” di Seminara (gettone n. 5, 1952), a due anni di distanza per “Disgrazia in casa amato” (gettone n.28) si esprimerà con un risvolto di evidente durezza critica e sottile scommessa:

« Seminara lavora al margine del verismo paesano, e segna i suoi risultati migliori quando la sua ispirazione d’uomo moderno riesci a imporsi sulla vecchia materia caduca. Ispirazione che nel Vento si manifesta come perplessa mestizia, mutando il senso delle vecchie cose col velo di cui le avvolgeva appena appena; e che in quest’ultimo romanzo è invece così accanita e assillante da render drammatica la storia pur non nuova che vi si narra. Poiché il dramma, in una situazione di barbarie paesana, oggi si ha solo se vi si partecipi con orrore civile. […] Come appunto accade che il Seminara vi partecipi e porti il lettore a parteciparvi».

 

Simile, ma ancora più severo, il risvolto del direttore per “La malora” di Beppe Fenoglio (gettone n.33, 1954), sostenuto come esordiente “prediletto” della collana per il suo «gusto barbarico» ne “I ventitre giorni della città di Alba”, ma verso cui Vittorini mostrò sempre un odi et amo contrastato; giudizio rigido il suo, cui seguirà la crisi dello scrittore Fenoglio e l’avvio di una nuova ricerca tematica e stilistica, da cui nacque il gran bel personaggio del partigiano Milton, protagonista di “Una questione privata” (Garzanti, 1963).

«Degli scrittori che i Gettoni hanno presentato del tutto nuovi Beppe Fenoglio è uno su cui siamo più inclini a puntare. […] Ma ci conferma in un timore che abbiamo sul conto proprio dei più dotati tra questi giovani scrittori dal piglio moderno e dalla lingua facile. Il timore che, appena non trattino più di cose sperimentate personalmente, essi corrano il rischio di ritrovarsi al punto in cui erano, verso la fine dell’ottocento, i provinciali del naturalismo, i Faldella, i Remigio Zena : con gli “spaccati” e le “fette” che ci davano della vita; con le storie che ci raccontavano, di ambienti e di condizioni, senza saper farne simbolo di storia universale; […] È solo un rischio ch’essi corrono. Un dirupo lungo il quale camminano. Ma del quale è bene che siano avvertiti».

fenoglio

Avvertimenti, consigli critici, o decise prese di posizione, per Vittorini l’onestà di scrittore superava qualsivoglia convenienza, come nell’eclatante caso di “Minuetto all’Inferno” (gettone n.49, 1956) di Elémire Zolla, uno dei pochi autori che venne pubblicato nella collana nonostante la netta contrarietà del direttore, il quale non esiterà a manifestare la sua opposizione in un risvolto del tutto contrario a una «letteratura che gli riesce inesplicabile, quella in cui si avverte, deliberata, l’azione speculativa dell’intelletto, come quando vediamo, a una radioscopia, il bario percorrere i visceri che vuol rivelarci»; E così ne scriveva nella bandella:

«Non so, francamente, che cosa valga questo romanzo “satanico” di Elémire Zolla. Mi ricorda da un lato il Pavese più torbido, e da un altro la narrativa “mitteleuropea” del patriota triestino Silvio Benco. Ma è solo cervellotico e libresco? O ha, in qualche modo, una sua validità realistica, una sua storicità, per oggi? Nel dubbio lascio che sia il pubblico a giudicare».

Ed è quella freccia diretta lanciata ai lettori che incuriosisce, che ci appassiona ancora oggi, di quel lavorio instancabile di un riformatore della cultura nella fabbrica editoriale.

Chissà cosa penserebbe il lettore contemporaneo se, aprendo un libro, la quarta gli suggerisse di chiuderlo e guardare il suo autore con diffidenza. Chissà se l’editore correrebbe ancora oggi il rischio di una genuinità simile. Sicuramente lo farebbe il vero critico. Ma non è essa stessa la lettura un rischio? Quell’approdo in una terra ignota da cui potersi aspettare nuove ricchezze o solite conferme? È questo l’insegnamento più sacro di Vittorini, e di tanti altri militanti dell’editoria, che sedotti da questo rischio accettano di continuo la sfida di una battaglia culturale.

«Bisogna essere capaci di ammirazione. Il critico ha bisogno di autori preferiti, che ammira, che lo ispirano, che eccitano la sua intelligenza. Ha però anche bisogno di autori che esaltano la sua ostilità e aggressività. A volte può essere un po’ inutile e anche noioso parlare di autori e libri che ci piacciono. […] Per un critico è importante essere iconoclasta. Demolire i falsi idoli libera la mente e la prepara ad apprezzare il meglio».

Berardinelli, Leggere è un rischio, Nottetempo, 2012, p.40

 

Anche in questo Vittorini fu un critico molto particolare, come vedremo nel prossimo post.

 

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gettoni einaudi

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